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Ci insegnano che lo studio è importante, ma non fine a se stesso, serve ad aiutarci a capire il mondo, a formulare idee e opinioni. Cresciamo con l’incubo/ambizione del “pezzo di carta” da appendere alla parete ed aggiungere alla lista di titoli sul nostro indispensabile CV europeo. E io ci ho creduto, in parte ci credo ancora, ma a malincuore ho dovuto constatare che, spesso, lo studio non è una priorità.

Mi ritrovo a dire a un ragazzo di 18 anni che parla 5 lingue e che ha fatto esperienze e visto cose che io non vedrò mai, pur essendo 20 anni più grande, “Ti prego prendi la licenza liceale! Hai detto che vuoi fare l’elettricista, vai a scuola e impara il mestiere. Vai a scuola perché è luogo di integrazione e cultura”. Io e le mie inutili perle di saggezza ci schiantiamo contro un muro fatto di intolleranza e razzismo. “Frank, non ci vado più al liceo, ero l’unico nero. I miei compagni, più piccoli di me, non mi lasciavano in pace. Io ho provato a spiegare che non volevo problemi ma loro non ne volevano sapere. Tu mi conosci, io sono tranquillo ma poi….si arriva a un punto in cui si reagisce e io non voglio reagire.” Mentre lo dice, me lo immagino entrare a scuola con il suo zaino sulle spalle, un po’ disorientato ma fiero e sorridente come sempre. Immagino i ragazzini ignoranti che lo scherniscono fino a farlo sentire solo come un cane, inutile, nero, odiato.

“Io volevo solo imparare a fare l’elettricista”.

Non è lui a piangere ma io. Gli chiedo scusa, mi vergogno di essere italiana. Mi vergogno della nostra intolleranza e ignoranza. Mi chiedo come si possa vedere nella libertà guadagnata a fatica da un ragazzino di 18 anni un limite alla propria agiata esistenza di ragazzino bianco, figlio di bianchi, in una società bianca che insegna che il nero è male. Mi chiedo quanti di quei compagni di classe parlano 5 lingue, se conoscono l’Italia bene quanto lui conosce l’Africa, se vanno a scuola con il desiderio di imparare, con il peso di una famiglia lontana che ripone in loro tutte le speranze di una vita migliore.

Ma io insisto, “devi far sì che ne sia valsa la pena, non hai attraversato l’Africa ed il Mediterraneo per fare il lavapiatti!”
*Photo Copyright: Francesco Malavolta

“Frank, ma sono 5 anni! Come faccio? Come lo spiego a casa? Loro contano su di me. Io sono qui per la mia famiglia, penserebbero che sto pensando solo ai fatti miei. Non capirebbero. Devo lavorare“.

Non capirebbero, parole che mi rimbombano nella testa e a cui cerco di dare un senso. Io che sono cresciuta sentendomi dire esattamente il contrario quando a 18 anni ho lasciato l’università per fare la cameriera all’estero. Era una vergogna per la famiglia perché lo studio viene prima di tutto. La dignità, la saggezza e il rispetto sono figli del sapere e dalla cultura.

Eppure lui mi hai dimostrato con tanta semplicità che l’onore, il rispetto e la dignità vanno ben oltre il possesso di un diploma o laurea. L’umanità che mostra anche dopo aver subito abusi e soprusi e la sua voglia di vivere onestamente per aiutare la sua famiglia vale mille volte di più del pezzo di carta che ho appeso sul muro di casa. E chiedo scusa a lui e a tutti i nostri fratelli africani e non, perché purtroppo quest’Italia ha seppellito tanti valori che un tempo ci hanno reso uno dei Paesi migliori del mondo. Vi chiedo scusa perché non vi stiamo aiutando e capendo accecati da quello che potreste “toglierci”, arrabbiati perché respirate la nostra aria e calpestate la nostra terra. Vi chiedo scusa perché, a quanto pare, anche gli adulti di domani vi emargineranno e insegneranno ai loro figli che lo straniero è male e che senza il pezzo di carta non si è degni di rispetto.

Di F. Colantuoni

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