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Vlada Dzyuba aveva 14 anni quando è morta dopo essersi accasciata su una passerella e aver trascorso due giorni in coma.

Vlada Dzyuba avrebbe compiuto 15 anni l’8 Novembre, ma non ha fatto in tempo a crescere abbastanza da superare un’adolescenza di sogni infranti.

Vlada Dzyuba era martoriata dalla stanchezza che aggravava una meningite cronica che non poteva farsi curare perché priva di assicurazione sanitaria, nonostante l’obbligo per la sua agenzia di moda di sottoscriverne una. Aveva sfilato per 13 ore consecutive e non aveva smesso nemmeno quando le era salita la febbre alta. Era stanca, stanca da morire, tanto che alla madre raccontava disperata al telefono il desiderio di dormire. “Voglio solo dormire”. Ma non poteva concedersi pause di riposo se voleva veramente raggiungere il suo sogno di sfilare a Shangai, un sogno che inseguiva da bambina e che cercava di far diventare realtà da quando a soli 12 anni aveva iniziato la trafila d’obbligo.

Se n’è andata via semplicemente accasciandosi sfinita mentre calcava l’ennesima passerella della giornata, mentre affrontava un carico di ore di lavoro quattro volte più alto di quello previsto da contratto. In silenzio si è defilata dalla vita, lasciando interrogativi e indagini aperte.

Lo sfruttamento nel mondo della moda, soprattutto in Cina, è noto ormai da tempo e le condizioni assurde cui sono sottoposte le modelle sempre più giovani non sono un mistero per nessuno. Eppure persiste una patina ingannevole che continua a rendere attraente un mondo spietato e spesso misogino che, oltre a proporre irrealistici canoni di bellezza, mette a repentaglio la salute di milioni di donne al mondo.

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Photo Copyright: Francesco Faraci

Perché i suoi effetti devastanti non riguardano solo chi fa parte del mondo della moda, chi ci lavora o chi sogna di lavorarci. No, riguarda tutte noi, riguarda i nostri occhi e la nostra capacità di guardarci con amore e onestà allontanandoci da modelli assurdi di presunta bellezza costruita a colpi di centimetri da eliminare. Una corsa alla sparizione forzata della carne che trascura come in ogni centimetro del nostro corpo si celi la vita. Unica ed irripetibile.

Nonostante i timidi provvedimenti per tutelare la salute delle modelle in alcuni paesi fra cui Francia e Israele che impongono alle agenzie di moda il rispetto di determinati indici di massa corporea, sono sempre più numerose le denunce di ex modelle stanche di essere vessate ed ossessionate dal peso. Come sempre accade, non ti tolgono tutto insieme. Ti tolgono un centimetro alla volta: si comincia coi famosi tre kg da perdere per essere “perfette” (qualunque cosa voglia dire) e si finisce per smettere di mangiare, ingurgitare cotone imbevuto di succo d’arancia, assumere lassativi e sonniferi per sfidare fame e stanchezza.

E questa corsa alla sparizione non si ferma dentro i confini dell’industria della bellezza, ma transita in vario modo dentro ognuna di noi.

Non ricordo di aver mai conosciuto una donna totalmente a suo agio nel proprio corpo: sguardi critici, pelle strizzata per far emergere la buccia d’arancia, rotolini intrappolati con odio fra le dita. Ognuna di noi probabilmente potrebbe raccontare la propria battaglia più o meno silenziosa, più o meno invasiva contro la propria immagine riflessa nello specchio. Ognuna di noi verosimilmente ha nascosto il proprio corpo dagli sguardi altrui e continua a farlo in modo apparentemente spontaneo. E allora andare al mare, cenare con gli amici, fare l’amore con un uomo, comprare un vestito nuovo smettono di essere momenti di gioia per trasformarsi in piccole gabbie d’acciaio che imprigionano la nostra stessa libertà.

Quotidianamente esposte a immagini artefatte di corpi perfetti quanto falsi, perdiamo di vista le proporzioni del nostro corpo: guardando spietatamente le nostre cosce troppo abbondanti, dimentichiamo che molte di quelle propinate dalle pubblicità sono tagliate e ritoccate. Sono finte, insomma. Ma il disagio di milioni di donne e ragazze, i disturbi alimentari che colpiscono un numero allarmante di persone sono verissimi.

Eppure, oltre ai pericoli per la salute e ai disagi vissuti nel quotidiano da ciascuna di noi, mi spaventa il cortocircuito che si crea rincorrendo la perfezione di un corpo replicabile all’infinito, uguale a migliaia di altri corpi altrettanto artefatti. Eliminare fianchi, cosce, glutei, polpacci ritoccando le foto significa eliminare con un colpo di mouse la vita che ci sta dietro, ignorare la gioia del cibo condiviso e puntare soltanto al corpo come involucro di uno spazio vuoto. Nessuna cura per la propria salute, nessuna attenzione per la dieta seguita per nutrire il proprio corpo che si riduce ad un guscio vuoto.

Nei miei kg di troppo, nella mia cellulite, nella mia imperfezione c’è l’amore di mia madre che cucina il mio piatto preferito, c’è una cena con le amiche per condividere confidenze e progetti, c’è un bicchiere di vino bevuto al tramonto con chi amo, c’è un compleanno festeggiato al chiaro di luna. Nella mia imperfezione ci sono io: i miei sogni, i miei desideri, il mio piacere nell’assaggiare una pietanza nuova, le ore trascorse sperimentando ricette nuove e assaggiandole ad ogni passaggio, i miei centimetri distribuiti in modo unico e irripetibile che non risponde a nessun canone e metro preconfezionato.

Custodita dentro il mio corpo, c’è la mia anima. E quella nessuno può farla a pezzetti per entrare in una taglia 0.

di Maria Grazia Patania

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