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Il 3 Ottobre 2013 a largo delle coste di Lampedusa si verificava uno dei naufragi più letali della storia delle migrazioni recenti nel Mediterraneo centrale che avrebbe ucciso 368 persone e provocato un’ondata indignazione internazionale. Subito dopo fu avviata la missione Mare Nostrum che avrebbe salvato moltissime vite e messo in luce egoismi nazionali ed europei.

Mai più avrebbe dovuto verificarsi una simile tragedia.

Eppure, tutti i buoni propositi e le nobili intenzioni si sono rivelati lettera morta davanti all’inconfutabile evidenza della nostra incapacità ad affrontare una delle più grandi crisi di umanità della storia.

Il 3 Ottobre 2017 il Mediterraneo è una vasta fossa liquida in cui sempre meno organizzazioni sono impegnate nella ricerca e soccorso di chi sfugge alle maglie di accordi siglati sulla pelle dei più vulnerabili. Avvengono meno naufragi, è vero, ma a fronte di un numero sempre più esiguo di persone che lasciano l’inferno libico prendendo la mortale via del mare nella speranza di essere salvate in tempo.

Abbiamo deciso di abdicare alla nostra stessa umanità e di chiudere gli occhi dinanzi a una situazione che ci sembra troppo difficile da gestire, illudendoci di poterla eludere per sempre. Abbiamo scelto di barricarci dentro perimetri sempre più stretti, centimetri di presunta sicurezza strappati a discapito di molti altri i cui diritti vengono costantemente calpestati. Abbiamo voluto ignorare il prezzo pagato da chi si trova intrappolato in Libia dopo un viaggio infernale che avrebbe dovuto terminare con l’arrivo in un posto sicuro.

Quanto costa un giorno senza sbarchi a una donna vittima di tratta?

Quanto costa un giorno senza sbarchi a un uomo venduto in un mercato di schiavi?

Quanto costa un giorno senza sbarchi a un neonato nato in una cella lurida e desolata?

Quanto costa a noi e alla nostra umanità?

Costa moltissimo.

Ma ci costerà ancora di più quando finalmente capiremo che non esiste nessuna differenza fra noi e loro.

Noi siamo loro. Loro sono noi.

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*Photo Copyright: Francesco Malavolta, Lampedusa, Celebrazioni del 3 Ottobre 2016

Negando a chi fugge da situazioni disperate il diritto alla protezione e a una vita degna, neghiamo la nostra stessa tradizione di tutela dei diritti umani. Domani potremmo essere noi a svegliarci sotto un cielo di bombe o circondati da terreni sterili o inondati e non troveremmo nessuno a difendere il nostro diritto alla vita. Abitiamo lo stesso pianeta governato da leggi sconsiderate e insostenibili modelli economici che creano vite ridondanti ad un ritmo sempre più elevato. Nel nostro mondo globalizzato le merci circolano liberamente e le persone segnate da un crudele destino geografico rimangono in balìa delle frontiere.

Ricordare non può ridursi a un automatismo né limitarsi a qualche giornata durante cui celebrare ricorrenze di cui non capiamo il senso. La memoria ha senso solo come esercizio attivo, come capacità di andare oltre ciò che è stato per costruire ciò che sarà. La memoria ha senso solo se ci aiuta ad evitare di commettere errori già fatti.

E quindi oggi la memoria non dovrebbe soltanto ricordare un naufragio di quattro anni fa in cui persero la vita 368 persone colpevoli di sognare un futuro di pace al riparo dalla violenza. La memoria nel 2017 deve ricordarci che il peso specifico della vita è lo stesso per tutti, che il loro destino incerto è il nostro destino incerto, che le violazioni dei loro diritti sono le violazioni dei nostri diritti. Perché identica è la terra che abitiamo col medesimo diritto alla vita ad ogni latitudine.

Per questo oltre alla memoria dobbiamo esercitare la capacità di immedesimarci in chiunque subisca violenze o abusi e chiederci cosa faremmo noi al suo posto. Ma soprattutto dobbiamo domandarci se davvero pensiamo che sia giusto che ci siano vite più degne di essere vissute o protette.

Se fossimo noi ad avere fame o sete, a svegliarci sotto un cielo di bombe e desiderare di vivere, ad essere stuprati o venduti, non vorremmo che qualcuno si ribellasse e lottasse per noi? Se fossimo noi a dover lasciare la nostra terra senza la consolazione del ritorno, non desidereremmo almeno un’altra terra che ci accolga e ci inviti a chiamarla casa? O vorremmo forse vivere per sempre da esclusi in una società che non ci riconosce come suoi membri e ci costringe ai margini dell’esistenza stessa?

Chiediamocelo oggi, 3 Ottobre 2017, e proviamo per un attimo ad immaginare il freddo di un mare che ci inghiotte mentre milioni di altre persone al caldo delle loro case decidono di voltarci le spalle e ignorare la nostra morte.

Solo allora potremo veramente sperare che non succeda mai più.

di Maria Grazia Patania

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