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Memoria: da mèmor, che si ricorda; è la facoltà di ritenere e riprodurre i pensieri primitivi senza che ritorni l’occasione che li suscitò. Cosa data, lasciata o posta in contrassegno per ricordare.
A parlare propriamente, Memoria è la facoltà di ritenere; Reminiscenza la facoltà di richiamare alla mente le cose apprese e Ricordanza lo stato passivo della mente, alla quale senza sforzo e ricerca si presentano le cose altra volta apprese.

Avevo 8 anni.
Ricordo, stavo mangiando una cotoletta davanti alla tele. La nonna me l’aveva tagliata a pezzetti seminando nel piatto briciole unte di pan grattato. Stavo accucciata sul tappeto, annoiata dall’inizio improvviso del tigì, un gomito appoggiato al tavolino di vetro. La tele trasmetteva immagini che non comprendevo fino in fondo anche se avevo la netta sensazione che fosse successo qualcosa di grave.
Un incidente, doveva essere stato quello a bloccare la strada.
Dalle parole dei giornalisti capii che, no, non era stato un incidente.
L’attentato – imparai una nuova parola quel giorno – aveva causato la morte di molte persone.

“Capaci”, diceva il cartello.
Capaci di cosa? – mi chiedevo, masticando la carne ormai fredda.

Guardavo il retro di un’automobile bianca che stava ferma in mezzo alla carreggiata, sepolta e circondata di detriti. Pezzi di asfalto, polvere, pietre. Poi, altre auto con i vetri in frantumi e le lamiere bollate.
Tra i rottami vi erano uomini che si guardavano intorno: le facce incapaci di qualsiasi espressione, gli occhi sbarrati e lo sguardo disorientato di chi torna a casa e la trova rasa al suolo. Stavano in piedi sui pezzi di strada che, saltati in aria, erano atterrati uno sopra l’altro. I lembi d’asfalto, così mal disposti, mostravano un cratere di terra che si allargava fino ai terreni limitrofi, tra gli ulivi e i cespugli che crescevano alle porte di Palermo.
Era questo l’altro nome, bianco su verde, che si leggeva accanto a “Capaci”.

Un giudice stava tornando a casa con sua moglie, la scorta che li accompagnava li aveva appena prelevati dall’aeroporto.
Qualcuno, vedendoli arrivare, aveva premuto un bottone che aveva fatto esplodere una bomba molto potente.
Erano morti tre poliziotti, il giudice e sua moglie.

Rocco Dicillo

Antonio Montinaro

Vito Schifani

Giovanni Falcone

Francesca Morvillo

Qualcuno di molto codardo, con un dito, aveva cancellato cinque vite standosene nascosto come un topo di fogna, come uno scarafaggio. Qualcuno che non si può dire uomo, figuriamoci uomo d’onore.

La memoria di bambina non sa bene come colmare i giorni che, da quel momento in poi, sembrarono cristallizzati in una costante attesa del peggio. Ricordo di aver imparato un’altra parola tra quelle pompose pronunciate dai politici e quelle tuonanti dei giornalisti che occupavano lo schermo con facce contrite e bocche contratte.
Mafia.
Capii che la mafia era il diavolo. Il male del mondo, da estirpare come un’erbaccia cattiva che si nutre della terra in cui cresce impoverendola fino alla morte. E i mafiosi che sembrava si considerassero onorevoli, altro non erano che un branco di esseri gretti e vigliacchi.

Al funerale c’era una donna che piangeva – nella mia memoria, come quel giorno – e che aveva ventidue anni quando suo marito morì. Era un agente, aveva meno di trent’anni suo marito Vito, uno dei poliziotti uccisi per poter eliminare il giudice. Nonostante tutto, lei era pronta a perdonare gli assassini purché si pentissero.
La sua dignità, più del dolore ricordo oggi.

Qualche tempo dopo, davvero troppo poco, accadde di nuovo.
Un’altra guerra, un’altra strage, ancora un attentato.

Di nuovo, la mafia. Un mostro che, avremmo scoperto, mostrava una superficie di picchi irti e taglienti al di sotto dei quali si nascondeva una natura liquida, un blob capace di ingurgitare tutto per vomitarlo imbruttito, rovinato, corrotto.

L’esplosione era avvenuta a Palermo, davanti a un palazzo che ormai non era più un palazzo. Immagini come quelle le avevo viste dopo i bombardamenti americani in Iraq: palazzi sventrati e polverosi, finestre cieche, balconi crollati. Fumo, polvere e tanta confusione.
Un altro giudice era esploso, davanti casa di sua madre. Era sceso dall’auto della scorta, aveva raggiunto il cancello d’ingresso e aveva suonato il campanello. In quel momento qualcuno che stava nei paraggi, nascosto come un ratto o come uno scarafaggio, aveva premuto un bottone.
Di nuovo, il dito di un codardo aveva messo fine a sei vite.

Agostino Catalano

Walter Eddie Cosina

Vincenzo Li Muli

Emanuela Loi

Claudio Traina

Paolo Borsellino

L’estate del 1992 mi ha portato via quell’innocenza che tiene gli adulti lontani dal mondo dei ragazzini: con uno strappo ho iniziato a cedere pezzi di immaginazione, figure e colori che esistono solo nella fantasia di un bambino per cui tutto il bene è ancora possibile.
Quando l’immagine aerea di via D’Amelio iniziò a farsi sfocata e ancor più lontana si faceva l’automobile bianca, accartocciata sull’autostrada; lì sentii crescere la serpe. Dapprima mi sembrava un innocuo vermicello che, per mezzo di battute e risatine mi solleticava i timpani; poi divenne un animale a sangue freddo, velenoso e pericoloso. Soprattutto, difficile da schiacciare.

“Infame Buscetta!”

Lo scherno dei giovinastri che additavano così chi “faceva la spia”, chi denunciava le angherie, chi si lamentava con la maestra dei dispetti subiti dal branco.
Grembiulini inamidati facevano eco agli assassini veri.
La cultura omertosa era riuscita a sopravvivere nonostante l’indignazione gridata a gran voce su tutti i canali e i giornali.
Al bar, a scuola, in ufficio: se non tenevi la bocca chiusa eri un infame, come Tommaso Buscetta l’informatore di giustizia. Il pentito, l’infame Buscetta.

 

Estate 1997.

D. è un ragazzino sveglio e molto dolce. I genitori di D. sono due persone oneste che gli hanno insegnato come si sta al mondo, il valore dei soldi e, soprattutto, il rispetto per gli altri.
Esce al pomeriggio e raggiunge i suoi amici al bar. Stanno lì davanti, non entrano nemmeno: sono ragazzetti di paese, quello è un ritrovo dove passare qualche ora all’ombra, seduti sulle panchine a cazzeggiare. Ci si annoia insieme in questi paesi, al nord come al sud.
Il paese è piccolo e tutti tranne D. hanno un motorino.
Per D. va bene così: si fa portare dagli altri e ogni tanto, per sdebitarsi, compra un pacchetto di Merit. Servono anche a questo i motorini: imboscarsi per fumare le prime sigarette lontano da occhi indiscreti o da narici troppo fine.
D. sta aspettando G., il suo amico del cuore con cui a breve andrà vicino alla spiaggia per dare fondo alle ultime scorte di tabacco. Mentre aspetta, vede arrivare M. Lo conosce di vista.
M. parcheggia lo scooter, fa un cenno a D. ed entra nel locale. Il pomeriggio è sereno, scorre con lentezza e le ombre iniziano ad allungarsi.
Immediatamente uno dei ragazzi più grandi, quelli che non bisogna guardare negli occhi troppo a lungo, si avvicina allo scooter, svita una lampadina e se la mette in tasca. D. non ci pensa mezza volta, entra nel bar e avverte il proprietario della lampadina. Non ha nemmeno avuto il tempo di dubitare, di temere le conseguenze di un gesto naturale.
Non tutti la vedono così e basta poco al ladruncolo per capire chi è stato l’infame.
Appena M. gira l’angolo sgasando via qualche lira di benzina, D. è circondato: il bullo gli sta addosso, tiene il petto in fuori e come un gorilla gli mostra chi è il più forte. Lo spinge all’indietro, D. è costretto a sedersi. L’altro ha le narici dilatate e il suo respiro pesante diventa un parlare a denti stretti carico di odio. Lo sovrasta e, guardandolo dall’alto, con quattro dita dà una sberla a D. che ora ha gli occhi vitrei e le guance paonazze di imbarazzo ma, soprattutto, di paura.
Il gorilla ne sente l’odore e sorride soddisfatto.

“T dev far l’ cazz tu, ‘nfam Buscètt”.
Abbassa di nuovo lo sguardo D., la faccia brucia ma sempre meno dell’orgoglio: quelli però sono tanti e sono cattivi. Chiede scusa, costretto dalla fisicità del suo aguzzino che ora è addirittura raggiante: ha un ghigno sulla faccia di ratto, di scarafaggio.
D. china il capo, non vuole obbedire ma non può ribellarsi, allora prova a non guardare quella prepotenza che lo fa sentire un giocattolo nelle mani di un orco.

My beautiful picture

R-Esistiamo!

 

 

 

 

 

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