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Iqbal Masih era un bambino che a quattro anni già lavorava in una fornace.
Un anno più tardi, nel 1988, fu venduto dalla sua famiglia a un mercante di tappeti per poter saldare un debito di dodici dollari.
Dodici dollari per stare incatenato a un telaio per dodici ore al giorno, forse più.
Dodici dollari per essere malmenato e malnutrito.
Dodici dollari per subire danni fisici e psicologici irreparabili.
Dopo quattro anni di lavori forzati nella fabbrica di tappeti, Iqbal partecipò insieme ad altri bambini reclusi come lui, a una manifestazione contro i lavori forzati organizzata dal Bonded Labour Liberation Front di Ehsan Ullah Khan. La partecipazione al corteo accese in Iqbal la volontà di ribellarsi allo sfruttamento e, nonostante le botte, si rifiutò di tornare al lavoro. Iqbal si ribellava al ricatto immorale di chi pretendeva che un bambino pagasse con la propria infanzia un debito che, invece di diminuire, aumentava a causa delle pretese del padrone di recuperare i soldi spesi per il poco cibo somministrato al suo schiavo.
La manifestazione a cui anche Iqbal riuscì a partecipare, consentì di ottenere l’abolizione del Bonded Labour System.
La famiglia di Iqbal, in seguito alle minacce ricevute, fu costretta ad abbandonare il villaggio e il bambino venne ospitato in una casa gestita dal BLLF, dove potè proseguire gli studi.

“Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite”.

Iqbal diventò il portavoce della disperata condizione di schiavitù in cui si trovavano milioni di bambini e i suoi viaggi internazionali contribuirono finalmente alla diffusione di un dibattito circa i diritti dell’infanzia.
Nel 1994 Iqbal partecipò a una campagna di boicottaggio dell’acquisto di tappeti pakistani e questa sua azione ebbe un’eco internazionale tanto da portare le autorità del suo paese alla chiusura di molte fabbriche.

Era il giorno di Pasqua del 1995. Iqbal aveva dodici anni; qualcuno gli sparò mentre era in compagnia dei suoi cugini. Le circostanze non furono mai chiarite ma il risultato non cambia.
Iqbal fu ammazzato perché gli affari contano più della vita di un bambino.
Fu così sin dalla sua prima infanzia e così venne ribadito dalle pallottole che il 16 Aprile 1995 posero fine alla sua esistenza.
Come spesso capita, la morte nobilita l’uomo e, da allora, Iqbal diventò il simbolo della lotto contro lo sfruttamento del lavoro minorile in Pakistan come in molti altri paesi.

Ma la memoria è corta e, a parte le scuole e le strade battezzate in suo nome, il mondo dei potenti e dei prepotenti, il mondo degli adulti ha continuato a ucciderlo, ogni giorno da allora attraverso il protrarsi di abusi, sfruttamento, schiavitù e violenza nei confronti di milioni di bambini.

Secondo le stime di Unicef, ancora oggi centocinquanta milioni di bambini tra i 5 e 14 anni sono costretti a lavorare e, settantaquattro milioni tra questi, in condizioni di salute precarie e rinunciando alla possibilità di ricevere un’istruzione.
Si tratta di bambini costretti a lavorare in miniere, piantagioni e fabbriche a contatto con sostanze pericolose e dannose per la crescita. Nelle grandi città dell’America del Sud, dell’Asia e dell’Africa sono migliaia i minori che raccolgono rifiuti o vendono cibi per strada e in questo contesto spesso diventano vittime dello sfruttamento sessuale.

Le indagini su questa piaga non tengono però conto dei figli dei migranti lasciati in patria o dei minori non accompagnati che da soli affrontano il viaggio verso l’Occidente.
Un Occidente quasi sempre impreparato e inadeguato dove, secondo l’Europol, almeno diecimila bambini e ragazzi non accompagnati spariscono tra le spire delle organizzazioni criminali che guadagnano dalla prostituzione e dal traffico di organi.

Non si tratta di realtà lontane: solo in Italia, nel 2016, sono scomparsi più di 20 mila minori non accompagnati.
Lo scorso Marzo la Camera dei Deputati ha approvato la nuova legge che assicura il non respingimento alla frontiera di bambini e i ragazzi non accompagnati e che norma l’attribuzione dell’età e l’identificazione attraverso la condivisione delle procedure di accoglienza a livello nazionale. Le strutture di prima accoglienza saranno dedicate e non potranno ospitare i ragazzi per più di un mese dall’arrivo, successivamente verrà loro assicurata protezione presso le strutture apposite, distibuite sul territorio nazionale. Verrà, inoltre, istituita una banca dati che contribuisca alla tracciatura del percorso del minore. I bambini e i ragazzi, anche senza tutore e in attesa che ne venga loro assegnato uno volontario, potranno richiedere il permesso di soggiorno e iscriversi al servizio sanitario nazionale.

Certo, la strada verso un sistema che si occupi di integrazione a lungo termine attraverso il sostegno psicologico, educativo e giuridico è ancora lunga ma questo primo passo resta Una scelta di civiltà di cui essere orgogliosi.

La legge è stata approvata nonostante l’astensione di Forza Italia, Fratelli d’Italia, Conservatori e Riformisti e il voto contrario della Lega Nord.

di Cristina Monasteri

 

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