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Tempo fa avevo parlato di una scrittrice senza rivelarne il nome per far sì che ci concentrassimo solo sulle sue parole, sul suo immortale messaggio di resistenza interiore.

Gli estratti scelti erano stati abbinati alle foto di Francesco Malavolta che aveva immortalato il disastro umanitario in corso a Idomeni in uno dei momenti di maggiore sovraffollamento.

Lei si chiama Etty Hillesum, è una mistica olandese uccisa barbaramente dai nazisti in quanto ebrea nel Novembre 1943. Molti dei suoi scritti, articolati fra lettere e diari, sono stati composti mentre si trovava nel campo di transito olandese di Westerbork dove quotidianamente assisteva all’industrializzazione dello sterminio.

*sappiamo bene che abbandoniamo le persone indifese e malate del campo alla fame, al caldo e al freddo, alla vulnerabilità e alla distruzione. […]. Che avviene qui, che misteri sono questi, in quale meccanismo funesto siamo impigliati?*

I suoi scritti sono sempre pacati e quasi sommessi: la sua parola è lucida, benché germogli nell’incomprensione di una realtà assurda dove si fa fatica a osservare come “gli altri fuori” accettino di buon grado lo sterminio degli ebrei.

In Etty lo sgomento si unisce alla paura e alla disfatta in un primo momento quando con lucidità disarmante comprende che “vogliono sterminarci tutti. Ormai lo so”. Ma poi emerge -fortissima e dirompente- la sua sete di vita. Una vita che lei reitera fra le parole e nei gesti: una resistenza interiore in cui cerca di strappare la propria anima alla barbarie che divora i corpi.

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*Il lamento dei neonati si gonfia, riempie tutti gli angoli e le fessure della baracca illuminata in modo spettrale, è quasi insopportabile. Nella mia mente affiora un nome: Erode*

Proprio dei corpi Etty osserva la miseria e il decadimento mentre aiuta le prossime vittime dei forni a raccattare i propri miseri resti per salire sui treni che li porteranno alla morte: nella sue mani concentra la gentilezza degli ultimi istanti. Etty comprende di vivere in un mondo spietato che, qualora non partecipi attivamente allo sterminio, si arrende ad esso con ineluttabilità e noncuranza. Pratica una sincera arte dell’ascolto, lasciando che il dolore altrui scavi dentro di sè ferite di ruscello dentro cui lei stessa potrebbe annegare. Eppure, è proprio lì che Etty trova il nucleo essenziale della Vita: nell’ingenua partecipazione al mistero umano, nell’esercizio costante di una empatia senza limiti che ribadisce senza esitazioni l’universalità dell’esperienza umana.

*Le liste dei deportati sono divulgate all’ultimissimo momento, ma certuni sanno in anticipo di dover partire. Una ragazzina mi chiama. E’ seduta nel suo letto, dritta come una candela e con gli occhi spalancati. E’ una ragazzina dai polsi sottili e dal faccino magro e diafano. E’ parzialmente paralizzata, aveva appena ricominciato a camminare tra due infermiere, passo dopo passo. “Hai sentito? Devo partire”, sussurra. “Come, anche tu?”. Ci guardiamo per un po’ senza riuscire a parlare. Il suo visino è svanito, è solo occhi. Finalmente dice con una monotona vocina grigia: “Che peccato, eh? Pensare che quanto hai imparato nella vita e stata fatica sprecata” e “Però come è difficile morire, eh?“*

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Negli scritti di Etty convivono il minuscolo ed il maestoso, l’ameno e il grandioso: si passa dalla miseria di una baracca divorata dalla sporcizia al sole che inonda di luce quel che resta della natura intorno benedicendo indiscriminatamente vittime ed aguzzini. La natura, i fiori, gli uccelli, il cielo nell’avvicendarsi delle stagioni sono il suo conforto: lì e nell’ingiusta miseria umana cui strenuamente cerca di porre rimedio Etty trova porzioni di quel Dio che non vuole mai dimenticare.

*Io guardo il Tuo mondo in faccia, Dio, e non sfuggo alla realtà per rifugiarmi nei sogni – voglio dire che anche accanto alla realtà più atroce c’è posto per i bei sogni -, e continuo a lodare la Tua creazione, malgrado tutto!*

Etty rifiuta ogni rivolta, ogni violenza e ogni ribellione armata. Sceglie di diventare una partigiana dell’anima. La sua resistenza avviene dietro lo sterno, fra il respiro e il battito primordiale che vogliono portarle via a forza di stenti e camere a gas. Nel trionfo della miseria, fa risorgere la vita. Rifiuta categoricamente l’odio e sceglie di barricarsi nell’Amore puro e sconfinato che abbraccia qualunque essere umano. Anche i suoi aguzzini. Loro odiano, lei ama. Loro uccidono, lei moltiplica la gentilezza.

*Se noi salveremo solo i nostri corpi dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva*

Ho scelto Etty Hillesum per ricordare la Giornata Mondiale del Rifugiato e per continuare la riflessione che accosta l’olocausto nazista all’olocausto del mare che avviene ogni giorno davanti la fortezza Europa perché i suoi testi sono drammaticamente attuali: ignorare la tragica similarità fra gli attuali CIE e i passati campi di transito vanifica la sua morte e ci espone ad una irresponsabile cecità. Fingere di non comprendere l’affinità fra i campi di concentramento e i non-luoghi dove, celato allo sguardo, si consuma il dramma di chi giunge sulle nostre coste in cerca di una vita migliore è un atto di estrema codardia.

Ancora una volta, la storia ci chiede da che parte stare.

Ancora una volta, salvare solo i nostri corpi impoveriti non basterà a costruire un mondo migliore. Solo conservando e rinvigorendo la nostra umanità in un costante esercizio di empatia e solidarietà, potremo attingere ai pozzi della speranza e salvarci.

Tutti insieme.

*il mio cuore è la fornace ardente nella quale tutto deve essere sentito e sofferto con intensità*

Di Maria Grazia Patania

Photo Copyright: Francesco Malavolta

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