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C’era una volta, in un paese lontano lontano, una fanciulla molto giovane e bella che, giunta nel fiore degli anni, s’innamorò di un vecchio falegname.
Il buon uomo la amava moltissimo e, quando finalmente giunse la bella stagione, poté sposarla e le nozze furono una festa per tutto il paese.
L’uomo, in là con gli anni, veniva considerato da tutti come un povero diavolo che, prima o poi, avrebbe dovuto fare i conti con i giovani scalpitanti che osservavano con bramosìa la sua bella sposa.
I mesi passavano e, quando la giovane moglie gli confidò di aspettare un figlio, il falegname corse all’osteria del paese per offrire un calice di vino a chiunque si trovasse nel locale e, mentre dava ai presenti la buona novella, un bambino gli chiese come fosse possibile che un uomo anziano come lui potesse ancora avere figli. Il bambino ribadì la sua contrarietà alla notizia aggiungendo che il vecchio falegname avrebbe potuto essere suo nonno.
La gioia era più forte di ogni offesa e, dopotutto, cosa poteva saperne un bambino delle questioni più importanti della vita di un uomo? Il vino parlò al suo posto e, sorridendo, rispose al fanciullo che, poiché avere un figlio era sempre stato il suo desiderio più grande, Dio aveva voluto premiarlo inviando sulla terra un angelo a benedire il ventre di sua moglie.
Si sa come reagiscono le persone col cuore sporco che alla gioia di qualcuno sanno rispondere solo con invidia e cattiveria e, presto, l’innocente risposta dell’artigiano, divenne motivo di sberleffo e, infine, ingiuria.
La felicità, caro balsamo contro le offese, lo poté proteggere dalle male lingue finché la sua compagna, che tutti i giorni si recava alla fontana per tirare l’acqua su dal pozzo, non cominciò a sentirsi derisa, indicata e umiliata da sottili risatine di scherno che segnalavano il suo passaggio per le vie del paese. Un animo così puro non riusciva a tener nascosto il suo dolore e, quando il marito le chiese quale fosse la ragione di tanta tristezza, dalle poche parole che lei riuscì a proferire tra i singhiozzi, comprese cosa doveva essere accaduto il giorno in cui annunciò la nascita di suo figlio.
Era un paese piccolo quello in cui vivevano e le voci correvano rapide di bocca in bocca. Il problema, in queste occasioni, è che nessuno si limita a riportare una notizia così come l’ha appresa dalla fonte. Ogni passaggio sulle labbra altrui porta con sé i particolari che più si adattano alle inclinazioni del messaggero.
Nel giro di qualche mese la sposina trovava ormai insopportabile farsi vedere in giro e si ammalò di malinconia. Si sentiva presa di mira dalle altre donne e non comprendeva perché il miracolo della vita fosse tanto disprezzato da chi aveva provato le stesse emozioni ospitando un figlio in grembo. Sono, forse, le madri diverse tra loro? Si chiedeva inconsolabile.
Suo marito non sapeva più cosa fare per guarirla dalla malattia che stava impoverendo il suo sguardo, come se quel bambino fosse un fardello di colpe da portarsi addosso.
Pianificò una fuga e, quando la data stabilita finalmente giunse, fece montare la moglie sul dorso di un asino e s’incamminò verso il mare.
Il viaggio durò molti giorni e molte notti, attraversarono colline, poi montagne e, quando pensavano che sarebbero morti di freddo, giunsero al deserto. Lì, sotto alla canicola, vagarono per molte settimane e alla donna sembrava che stessero girando in tondo per via del paesaggio immutato, cristallizzato sotto ai vapori che s’alzavano dal terreno e che facevano sembrare vicino ciò che era lontano.
Passavano la notte in tenda e, quando le prime stelle iniziavano a strizzare l’occhio all’alba, ripartivano.
Il falegname non sentiva la stanchezza, il freddo della notte, ne’ il caldo del mezzogiorno. Sentiva, però, che la sua donna non avrebbe retto ancora per molto, tanto era gonfio il suo ventre.

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Ph. Copyright Francesco Malavolta

La sera, prima di assopirsi, teneva una mano sul suo bambino che, dal mondo acqueo in cui viveva, lanciava segnali di impazienza per il mondo. Una notte sognò il mare: un mare nero, in tempesta, da quale zampillavano strane fontane di sangue. Il sangue schizzava sopra la schiuma bianca e ricadeva nel blu senza lasciare traccia. Se si avvicinava, quel blu altro non era che un’infinita distesa di mani. Mani di donne e uomini, mani di bambini. Quelle mani immobili e tese verso l’alto, i palmi aperti lo gettarono, al risveglio, in uno stato di incertezza. Non sapeva se ascoltare il suo istinto e ripiegare per un’altra destinazione raggiungibile via terra o se conservare il pragmatismo dell’artigiano.
Un sogno non è la realtà, Youssef.
Ma il sogno si ripresentò, notte dopo notte, a scompigliare le certezze dell’uomo che, infine, decise di uscire dal deserto e ripiegare nel paese più prossimo per poi proseguire nel Regno vicino, dove nessuno avrebbe gettato fango sulla sua famiglia.
Notte dopo notte, il sogno si arricchiva di immagini che, al mattino, restituivano all’uomo un senso di disagio e inquietudine.
Il mare di mani, il mare di sangue. Tutto quel sangue sgorgava dalla ferita nel costato di un agnello dalla lana candida, dal pianto di bambino.
Alla terza settimana di cammino, ormai lontani dalle dune battute dal vento, Youssef s’immaginava un figlio maschio anch’egli falegname come suo padre, accanto a lui in bottega e alla mensa del signore. Venne d’improvviso strappato dalla sue fantasie da un lamento antico.
La ricerca di un ricovero e di una levatrice si fece più difficile col calare della notte: alla fine, per evitare che suo figlio nascesse sul dorso di un asino, dovette occupare una vecchia stalla, al fondo del paese.
La notte era limpida e, quando le urla della madre si placarono, dopo poco più d’un istante d’immobilità, il primo vagito di una creatura benedetta dagli angeli si fece udire dai gatti appollaiati sotto ai carri dismessi, dalle civette a caccia di roditori e dalle famiglie dei contadini che vivevano nei paraggi.
Chi condivide pasti magri è più ricco d’un imperatore, si sa: prima le donne coi bambini, infine gli uomini si avvicinarono alla stalla.
Cibi, bevande, panni caldi e brodo di gallina portarono le une mentre gli altri si congratulavano.

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Photo Copyright Francesco Malavolta

 Nei giorni successivi ogni membro della comunità si adoperò affinché la vecchia stalla abbandonata venisse convertita in una dimora decorosa dove l’artigiano e la sua sposa potessero vivere in pace crescendo la propria prole secondo i principi del rispetto reciproco.

Vista l’abilità dell’artigiano nel riparare i danni della vecchia stalla, i notabili della città fecero visita alla nuova famiglia portando doni e auguri e richiedendo a Youssef di contribuire a bonificare tutte le case e i palazzi che lo necessitavano.

Il piccolo Yehoushua crebbe sano, forte e istruito e non dovette mai conoscere l’umiliazione della povertà e della guerra. Yehoushua divenne falegname, come suo padre e visse predicando l’amore tra tutte le creature di dio. Molte persone, colpite e ispirate dalla sua personalità e dal suo senso della giustizia, si trasferirono nella città dove lui viveva. La zona iniziò a prosperare grazie allo scambio di conoscenze tra i diversi popoli che entravano in contatto, grazie alla libertà di ognuno di visitare altri paesi.
Alla morte di Yehoushua che avvenne molto tardi,  il suo corpo venne sepolto sotto a un albero d’ulivo. La pianta divenne, così, simbolo di pace e fratellanza.
Da una storia di pregiudizio e intolleranza, il senso di fratellanza tra i popoli ha permesso di rinunciare al sacrificio dell’agnello.

di Cristina Monasteri

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