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Chiodo Vincenzo durante l’udienza del 28 luglio 1998 ha raccontato le fasi dell’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, avvenuta la sera dell’11 gennaio 1996. Enzo Salvatore Brusca era arrivato verso le ore 21 a bordo di una Fiat Uno pilotata da un’altra persona che Chiodo, nascosto tra i cespugli a fumare una sigaretta, non aveva riconosciuto. Era sceso dalla macchina, aveva salutato il suo accompagnatore, che era andato subito via, ed era andato incontro al collaborante che frattanto era uscito allo scoperto.
Enzo Brusca lo aveva preso sottobraccio e gli aveva detto “figliolo, andiamo!”. Chiodo aveva prelevato la macchina nascosta in precedenza, ed insieme avevano raggiunto la casa di Giambascio. […] Appena davanti al cancello, Brusca gli aveva chiesto del bambino e un collaborante lo aveva rassicurato che stava bene e che quel giorno aveva mangiato delle uova che il ragazzo stesso aveva cucinato, avendo a disposizione un fornellino. Aveva manifestato contemporaneamente il desiderio di vederlo ed, avendogli egli fatto presente che aveva lasciato nella sua abitazione in paese il telecomando per azionare il saliscendi e le chiavi per aprire la porta di ferro, aveva detto di soprassedere sino all’arrivo di Giuseppe Monticciolo. Chiodo aveva così appreso che doveva sopraggiungere pure quest’ultimo.

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Scena tratta dal film Sicilian ghost story

Costui era arrivato poco dopo ed aveva esplicitamente comunicato che si doveva uccidere il bambino, senza specificare chi ne avesse impartito l’ordine; aveva contemporaneamente chiesto a Vincenzo Chiodo – il quale aveva già intuito la terribile sorte che stava per toccare all’ostaggio attraverso l’eccessivo interessamento dimostrato dal Brusca verso il ragazzo – se se la sentisse di farlo.
Enzo Brusca aveva mostrato una certa riluttanza e, nel vano tentativo di soprassedere, aveva fatto presente che Chiodo non aveva con sé il telecomando e in più occorreva prelevare l’acido presso tal “Funcidda” per dissolvere il corpo, la nafta per attivare il generatore di corrente elettrico ed altro.
Quando Monticciolo aveva, dunque, comunicato quella sera la suprema decisione, dopo che Enzo Brusca, avanzando difficoltà organizzative, aveva proposto che la macabra operazione fosse rinviata al giorno seguente e dopo che era prevalsa la linea oltranzista del Monticciolo medesimo, si erano un po’ consultati per distribuire a ciascuno il proprio compito, essendovi parecchia indecisione su chi dovesse materialmente uccidere il bambino. Munito dell’occorrente necessario, il collaborante era ritornato in campagna e poco dopo era tornato pure Giuseppe Monticciolo, portando due fustini di plastica di circa venti litri pieni di acido; aveva, quindi, prelevato da un capanno uno dei fusti utilizzati per conservare la nafta, lo aveva portato dentro casa e con scalpello e martello aveva provveduto a scoperchiare il fusto, cercando di fare il minor rumore possibile. Monticciolo, Chiodo e Brusca avevano portato giù nel bunker il fusto appena tagliato e i due fustini di acido, depositandoli davanti la porta della cella dell’ostaggio. Chiodo, nonostante Enzo Brusca avesse prima manifestato il suo dissenso a che egli intervenisse, si era fatto avanti in omaggio alla regola che più volte gli aveva ripetuto lo stesso Brusca: “Mai tirarsi indietro su qualsiasi eventuale occasione”. Era del tutto tranquillo, non lo impensieriva minimamente il fatto che dovesse uccidere un bambino: “… il dovere era più forte di questo, cioè perché lì non è che uno poteva rifiutare al momento questo, perché poteva succedere diciamo il peggio”.

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Scena tratta dal film Sicilian ghost story

Chiodo – così come gli era stato ordinato – aveva fatto appoggiare il bambino al muro con le braccia alzate, gli aveva messo la corda al collo, l’aveva tirata ed erano intervenuti gli altri. In pochi attimi il piccolo era rimasto soffocato. “…Il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era.. come voglio dire, non aveva la reazione più di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente.. non lo so, mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo quello e poi non si e` mosso più. Dopo averlo spogliato, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio, l’uno e l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra”.

Questo è il quanto mai atroce racconto di una vita spezzata, riportato alla luce, negli ultimi giorni, dal film Sicilian ghost story presentato al Festival di Cannes. La pellicola racconta i mostri di una terra magica in chiave fantastica, con orchi che letteralmente mangiano bambini nascondendoli, poi, dietro fantasmi immaginari.   Reale e fantastico si fondono e confondono in quanto, nella terra dei sequestri, gli orchi esistono veramente e le streghe mangiano davvero i bambini. E’ una favola dark che racconta la d’amore tra due bambini sporcata dall’orrore della mafia attraverso l’esplicito ricordo di Giuseppe Di Matteo figlio di un collaboratore di giustizia ed ex-mafioso rapito per far tacere il padre pentito e tenuto prigioniero per 779 giorni e notti, prima di essere strangolato e sciolto nell’acido nitrico.

Di Claudia La Ferla

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