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“Quando ti trovi in un posto straniero c’è sempre una sensazione che ti avvolge e ti convince che non è quello il tuo posto. Capita con una nuova classe, un nuovo ambiente lavorativo, una nuova casa. È capitato a me, quando sono entrato in quel locale dal tetto alto, con il lampadario di corda e I tavoli di legno, riempiti di persone che non conoscevo. Ma è stato proprio li, in quel locale dal tetto alto, con il lampadario di corda e I tavoli di legno che ho capito che la paura della novità che proviamo noi è molto più superficiale di quanto pensiamo. Lo capisci quando vedi questi ragazzi, dallo sguardo intenso, ma che sembrano volersi nascondere dietro i propri occhi. Lo capisci quando quei ragazzi li senti parlare e capisci che un motivo per rifugiarsi in se stessi lo hanno. Senti la loro voce, la ascolti e non puoi fare a meno di pensare che, in quel locale dal tetto alto, con il lampadario di corda, ti sei trovato di fronte a te stesso, un po’ meno individuo e molto più umano.” (Gabriele, 14 anni)

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*Photo Copyright: Francesco Malavolta

Le parole di un quattordicenne sono spesso più sincere di quelle di un adulto. Non hanno un fine politico, non sono dette mai per accattivarsi una particolare simpatia, sono le parole più “limpide” che qualcuno si possa sentir dire. Per questo motivo ho fortemente voluto al mio fianco mio fratello per questa esperienza. Quando ho sentito parlare delle “Carovane Migranti” non avevo alcun dubbio sulla mia partecipazione, ma sentivo che era arrivato il momento di fare di più. Per capire o almeno provare a immaginare cosa vuol dire davvero essere “migranti” bisogna ascoltare con le proprie orecchie, non leggere, non sentire, ma ascoltare. Ascoltare implica anche guardare quegli occhi determinati e allo stesso tempo emozionati che tanto hanno passato e consapevoli che ancora tante ne passeranno. Eppure sono gli occhi di persone che credono davvero in ciò che dicono, che sanno già che non possono e non devono mai fermarsi. Gli stessi occhi che hanno colpito mio fratello. Usciti dal Lebowski, nonostante i quattro anni di differenza, la definizione che avremmo dato entrambi all’incontro era “Strano”. Lui non aveva partecipato mai a un incontro simile, io si, ma ogni incontro è “strano” in un modo differente. Per me lo è stato perché quasi ogni sabato vado al Lebowski per divertirmi ed è sempre strapieno di persone diverse. Mai mi è capito di pensare alla diversità delle persone presenti, perché stavolta si? Anche io sono diversa da mio fratello, ma di certo non è la prima cosa a cui penso quando lo guardo. La diversità invece la sentivo tanto con quei ragazzi provenienti da diverse parti del mondo, ma non era qualcosa che mi infastidiva. Al contrario, era come la certezza che quel giorno mi sarei arricchita con le loro storie, che sarei cresciuta e soprattutto che qualcun altro avrebbe potuto come me, vivere un’esperienza più unica che rara.

“Era una consapevolezza che nasceva dal sentire un mondo così diverso, lontano, ma che è sempre lo stesso nel quale viviamo noi. Dal Lebowski, quel pomeriggio, non si usciva più felici, non si andava a festeggiare e forse, in senso stretto, non è stato neanche piacevole. Ma un’esperienza del genere ti fa pensare, e forse, certe volte, è solo di questo che abbiamo bisogno.” (Gabriele)

di Aurora e Gabriele Di Grande


Avevamo già parlato dell’incontro con Carovane Migranti organizzato insieme a Gianmarco Catalano della Rete Antirazzista Catanese. Ma mancavano Aurora e Gabriele perché avevo chiesto che fossero loro stessi a raccontare la loro presenza. Aurora ci conosceva già per averci invitat* a scuola in vari incontri, uno di questi è avvenuto insieme a Francesco Malavolta. Da allora con Aurora è nata un’amicizia ed una collaborazione che mi fa sperare che ci sia ancora speranza di salvare questo mondo ed è stata lei a scegliere la foto fra le tante di Francesco che aveva visto fra i banchi di scuola..

Gabriele, invece, era la prima volta che si avvicinava alla nostra realtà e il suo sguardo insieme alle sue riflessioni sono un regalo prezioso per noi. Sono anche la testimonianza del fatto che la conoscenza e la comprensione siano due processi imprescindibili. Per questo, noi del Collettivo Antigone, continueremo a raccontarvele così le migrazioni: in tutta la loro disarmante umanità fatta di episodi buffi, tragici, dolorosi e pieni di gioia. Ve le racconteremo come si racconta la Vita stessa.

Ci è sembrato giusto, inoltre, inserire la loro voce durante questa programmazione dedicata ai bambini, ai minori.

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