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Cara figlia mia,

Ho deciso di scriverti per rispondere alle tante domande che fai. Preferisco evitare di parlarti perché le cose che mi chiedi sono ancora ferite aperte e l’emotività potrebbe rovinare il racconto.

Lo sapevo che sarebbe arrivato il momento della resa dei conti, il banco di prova e della vergogna e, pur sperando di evitarlo, in fondo credo sia profondamente liberatorio raccontarti cosa succedeva anni fa dal 2014 in poi, in modo particolare. Da sempre, in effetti.

Ci avevano tolto i sogni dal cuore e li avevano sostituiti con le pietre e i proiettili.

Ci avevano ammazzato l’ingenuità e rimasticavamo odio e rancore.

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*Photo Copyright: Francesco Malavolta

Dalle nostre pupille erano scomparse le lacrime, gelosamente custodite per pochi ed insignificanti eventi di vita privata. Guardavamo la gente morire in mare e non ci interessava.

Ti dirò di più: alcuni si compiacevano di quelle stesse morti, altri invocavano la chiusura delle frontiere che hanno frammentato quel che restava del sogno europeo, altri ancora aggredivano quei poveri diavoli che si salvavano dal mare e il loro calvario non finiva. Chi arrivava qui, in Europa, la patria dei diritti, come la chiamavavamo quando ero giovane, diventava parte di un ingranaggio infernale che li condannava ad essere -ancora una volta- nostri schiavi.

Mi chiedi come abbiamo potuto permetterlo. Mi chiedi come non ci siamo accort* di quello che succedeva. Perché non abbiamo reagito.

Non lo so. Me lo chiedo ogni giorno. Eppure, figlia mia, succedeva. E credimi… Succederà ancora.

Siamo animali bellicosi, noi umani. Siamo creature meravigliose, ma terribilmente crudeli. Dentro ognuno di noi ci sono l’inferno ed il paradiso. La salvezza e la condanna. Ma ricordati sempre del paradiso anche quando intorno a te imperversa l’inferno.

E non sentirti mai al sicuro. Mai. Non ti toglieranno mai tutto insieme: ti toglieranno la dignità a morsi piccoli e la velocità con cui te la divorano non dovrà mai superare quella con cui tu la ricostruisci.

Ti insegneranno a odiare i poveri, ma dovrai ricordarti di odiare la povertà e l’ingiustizia che la genera. Dovrai mantenere uno sguardo umano sempre e rifugiarti nei piccoli momenti di grazia che scoprirai disseminati lungo il cammino.

Presta attenzione alle parole e ai loro mutamenti: le prime violenze sono sempre verbali. Il linguaggio riproduce il mondo percepito e sdoganare parole violente significa seminare la violenza futura. La degenerazione ai miei tempi iniziò così: con la narrativa ridotta a statistiche, con le persone ridotte a numeri e foto segnaletiche di occhi vuoti, con masse informi e barcollanti esibite per confondere e scoraggiare chi osservava impotente dal divano di casa propria.

Li misero lontani così che nessuno potesse sfiorare il loro dolore e sentirlo così simile alla propria natura di essere umano. Li ammassarono in moderni lager che li nascondessero alla vista e lì proliferavano microcosmi infernali di violenza ed abusi tollerati di buon grado purché non sconfinassero dalle mura incaricate di proteggere la nostra sicurezza: prerogativa esclusiva dei padroni.

Criminalizzarono ogni forma di resistenza pacifica tramite la solidarietà e le parole frammentavano tutto. Si distinse fra migranti economici e rifugiati politici in fuga da guerre e persecuzioni, come se la fame non fosse essa stessa una guerra al nostro fragile corpo. Infine, ridussero la vita umana a numeri: Quanto costano? Quanti sono? Costano troppo. Sono troppi. E lo faranno ancora, figlia mia, fidati.

Ma quanto costa una vita? Come si misura il suo valore?

Non lo sappiamo, non lo sapremo mai ma abbiamo il dovere e il diritto di difenderla. Nessuno è illegale su questa terra e non esistono vite più meritevoli di essere tutelate. Benché tu sia per me quanto di più prezioso abiti il pianeta, non vali più di qualunque altra donna, uomo o bambino. E nemmeno io.

Ama, figlia mia. Non cedere mai all’odio. Conserva sempre fra le dita carezze e gesti gentili. Custodisci sotto la lingua sillabe di conforto e serba le lacrime per coloro che non vengono pianti da nessuno. Impara a sentire il freddo, la fame e l’umiliazione di ogni essere umano nell’angolo più puro del tuo cuore.

R.esisti. Nonostante tutto.

di Maria Grazia Patania


Quando abbiamo deciso di affrontare il tema dell’infanzia, stranamente l’ho immaginato da una prospettiva diversa. Una prospettiva molto intimistica. Ho immaginato che fosse una mia eventuale figlia a chiedermi spiegazioni di quanto viviamo oggi per capire meglio cose che in futuro potrebbero essere studiate sui libri di scuola.

Quando mi si chiede il perché di Antigone, rispondo sempre che, oltre all’obbligo della memoria storica, sento la necessità di oppormi alla narrazione dominante che criminalizza e umilia chi migra. Sono sicura che ci vergogneremo mortalmente per quello che stiamo o non stiamo facendo ai migranti e non avremo nemmeno la scusa del “non sapevo nulla”. Dovremo ammettere che sapevamo tutto, ma nonostante ciò ci aggrappavamo alle nostre piccole vite ordinate. E così ho immaginato di spiegare a questa figlia immaginaria che nessuno mai in nessuna epoca sarà mai veramente al sicuro dalle derive di una barbarie fratricida.

La giornata Internazionale del fanciullo fu istituita nel 1925 a Ginevra dalla Conferenza mondiale per il benessere dei bambini e, a partire da allora, molti paesi hanno riconosciuto questa ricorrenza, fissandola in differenti giornate nell’arco dell’anno.

A partire dal 1950, il 1° Giugno celebra lo “International Day for Protection of Children” in quasi cinquanta paesi tra cui Cina, Libano, Russia, Vietnam.

Il Collettivo Antigone vuole celebrare questa giornata con una programmazione fatta di racconti, contributi e testimonianze al fine di ribadire fermamente che è un obbligo morale difendere sempre la fanciullezza, l’innocenza, la vita.

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