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Pochi giorni fa, sulle coste pugliesi, è sbarcato il fratello di uno dei nostri Figli della Fortuna. Da mesi attendevamo questa notizia con angoscia. Da quando avevamo saputo che era in Libia era cominciato un calvario di piombo terminato con la più bella delle notizie: è vivo.

Per mesi le notizie erano frammentate e il vuoto di ciò che non sapevamo veniva puntualmente riempito dal terrore generato dalle notizie che circolavano: torture, mercati degli schiavi, naufragi.

Ogni domenica, nel nostro rito del caffé dopo pranzo, ci guardavamo in silenzio, parlavamo di banalità finché uno dei due toccava il tasto dolente.

Maria, secondo te quando arriva? Non lo so. Ma arriva? Non lo so. Glielo avevo detto di non farlo. Lo so. Intanto aspettiamo e mangia i biscotti.

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*Photo Copyright: Michelangelo Mignosa

Ed infine è arrivato e ora speriamo che la burocrazia ce lo porti qui per allargare la nostra famiglia colorata. L’attesa, adesso, ha un sapore diverso: io penso alle torte da fare, a tutte le cose di cui avrà bisogno, ai vestiti, ai quaderni per imparare a leggere e a scrivere, a tutto l’affetto che servirà per mitigare il dolore e la nostalgia.

La migrazione è questo: famiglie che vedono partire i figli senza sapere se li rivedranno, altre famiglie che li aspettano senza nemmeno conoscerli, un lembo di mare che può inghiottirli moltiplicando infinitamente l’attesa. Significa guardare terrorizzata un sacco mortuario e non sapere chi ci sia lì dentro. Significa piangere ogni vita perduta e chiederti perché tu sia viva. Significa bere caffé che sanno di veleno e non avere risposte da offrire.

Ma significa anche tirare le tende, arieggiare le stanze, fare spazio nel cuore ad un nuovo Figlio della Fortuna e chiedersi se sia meglio cominciare l’integrazione con le lasagne o il gelato al pistacchio visto che ormai è estate e fa caldo.

In fondo, a volte la migrazione fa rima con una felicità senza nome.

di Maria Grazia Patania

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