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1.Parlaci del tuo lavoro. Perché sei diventato fotografo e di cosa ti occupi?

Questa è una di quelle domande che probabilmente la maggior parte dei fotografi non ama ad un livello viscerale, profondo. Penso che sia proprio per questo motivo che alcuni usano una risposta pronta, preconfezionata.

Credo che in realtà la maggior parte di noi si sia ritrovato a far fotografia per caso, a seguito di una strana evoluzione inconscia che ci ha condotto verso di essa passo dopo passo… un qualcosa che accade in risposta al caos generale della vita. Io per l’appunto ho una storia confusa che mi ha condotto alla fotografia. Ho preso in mano la mia prima macchina fotografica all’età di 7 anni. Era inverno ed eravamo appena arrivati ​​in Slovacchia come rifugiati dalla guerra in Bosnia. Mio padre, pur essendo quasi senza soldi, per una ragione che ad oggi nessuno in famiglia è in grado di spiegarsi, acquistò una di quelle macchine fotografiche gialle di plastica usa e getta della Kodak. La prima immagine che ho scattato ritraeva di fatto i miei genitori. Sono in piedi accanto al cimitero del paese, indossano abiti donati dalla Caritas. Il mio punto di vista era basso, era quindi naturale che puntassi la fotocamera verso l’alto permettendo di immortalare chiaramente la tonalità invernale di un grigio deprimente del cielo. E anche se la nostra vita non era facile o felice in quel momento, i miei genitori si tengono per mano e sorridono con i loro volti illuminati dal flash automatico. Non mi ricordo perché, guardando attraverso il mirino, la mia mente infantile abbia deciso di fotografarli così come ho fatto, ma ricordo il suono della fotocamera quando ho premuto il pulsante di scatto. *Click*: E’ stato eccitante. E ricordo perché ho fatto quella fotografia: mi sentivo felice e libero, alleggerito da tutto, vivevo quel momento ed erano stati i miei genitori ad aver reso possibile questa sensazione.

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Dopo quel giorno non ho tenuto in mano una macchina fotografica per un lungo periodo di tempo, soprattutto a causa delle nostre priorità finanziarie che erano rivolte al sopravvivere piuttosto che alle fotografie. Questo è durato fino alla mia adolescenza inoltrata quando, tutto ad un tratto, il mio petto e la mia mente stavano scoppiando per le cose che avevo da dire così, mentre ero in vacanza con la famiglia in giro per la Croazia, ho iniziato a scrivere poesie e scattare fotografie. In realtà è stato lì che ho sviluppato un rapporto più stretto con la macchina fotografica, ma in ultima analisi, è stato durante il mio primo viaggio al Cairo che si è trasformato in qualcosa di molto più profondo. Lì il mio mondo si è confrontato con una realtà a me sconosciuta, vasta ed essenzialmente inesplorabile. E ‘stato allora e lì che ho capito che non volevo stare in un ufficio per il resto della mia vita, che volevo esplorare il mondo, stare in contatto con altre persone, capire e raccontare storie di altri così come comprendo e racconto la mia. Tutto ciò si è tradotto, in maniera naturale, nello scattare fotografie a persone, luoghi e temi a me molto cari: luoghi come Medio Oriente e Egitto; persone come gli omosessuali e i transessuali; tematiche quali le migrazioni e i rifugiati.

In questo momento sto lavorando con una ONG, la “Jesuit Refugee Service”, viaggio più di 6 mesi all’anno. Faccio foto e realizzo video cercando di mettere in evidenza la realtà della vita dei rifugiati in tutto il mondo: dalla loro vita nei campi fino alla loro integrazione in Europa.

2.Realizzi anche video? Sul tuo sito è possibile vedere un video reportage girato presso l’Ospedale di MSF sito al confine fra Siria e Giordania. Qual è la storia che ti ha colpito di più?

La cosa che mi colpisce sempre delle persone in fuga dalla guerra è per quanto tempo non siano disposte ad accettare la possibilità che una guerra venga a bussare alla loro porta. La storia è la stessa per tutti nel mondo: per la mia famiglia in Bosnia negli anni ’90 o per Zuhur, una donna siriana che io e Raffaella Cosentino abbiamo intervistato nell’Ospedale da campo di MSF a Al Ramtha, per il quotidiano italiano La Repubblica. Zuhur da settimane sentiva chiaramente le bombe cadere sulla sua città, vedeva la distruzione intorno a sé ma, poiché non aveva altra scelta, poiché non aveva mai voluto la guerra e non aveva mai creduto nelle ragioni per cui si combatteva, non riusciva ad accettare che alla fine la guerra avrebbe toccato anche lei e la sua famiglia.

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Quando scoppiò la guerra in Bosnia c’erano autobus pieni di profughi provenienti dalle zone orientali del paese che si fermavano al nostro ristorante, nei pressi di Sarajevo e ci chiedevano di usare il bagno. Vedevamo chiaramente i rifugiati che giungevano da luoghi a pochi chilometri di distanza dalla nostra casa, ma fino a quando la guerra non è arrivata alla nostra porta, non credevamo di essere anche noi parte di essa. Né poteva crederlo Zuhur fino a quando, però, una bomba ha colpito la sua casa e ferito seriamente lei e la sua famiglia.

Inoltre mi sorprende sempre come siano banali le cose che la gente fa nei momenti in cui si rende conto che la guerra è inevitabile. Mi ricordo che io guardavo la televisione, un film di cowboy, a Sarajevo nel nostro appartamento quando abbiamo visto il primo bombardamento della città; Zuhur stava facendo il tè per i suoi figli e il marito.

3.Sei stato a Zaatari presso un campo rifugiati per documentare la vita dei profughi siriani. Cosa significa vivere lì?

Zaatari è un posto strano e difficile da descrivere. È sia un luogo di speranza che di profonda disperazione. Sei al sicuro, le bombe non ti colpiscono e speri in un futuro migliore. Ma l’attesa, l’attesa diventa snervante, ti fotte il cervello; nel campo per rifugiati diventa quasi un nuovo lavoro. C’è attesa per il cibo, attesa per l’acqua, attesa per l’energia elettrica, attesa per la fine della guerra, attesa di ricevere notizie dalla propria patria, attesa di un messaggio dai familiari perduti, attesa per la fine di una tempesta di sabbia, attesa di una risposta dai burocrati dell’UNHCR. Si è in attesa di qualcosa, qualsiasi cosa e si aspetta costantemente. E quel qualcosa o qualsiasi cosa raramente accade o comunque avviene in maniera irregolare.

Nel frattempo ci sono lunghe e soffocanti pause di nulla. E soprattutto, si aspetta seduti sulla fredda terra in una tenda o in una roulotte con le mani in mano e improvvisamente ci si ritrova senza uno scopo perché nella maggior parte dei paesi ospitanti non è permesso lavorare, muoversi liberamente o uscire dal campo. Vivere in un campo significa anche che molto probabilmente si trascorrerà lì gran parte della vita, le statistiche parlano di una media di 17 anni. Se poi si nasce lì ci sono ben poche possibilità di ottenere una buona educazione e, molto probabilmente si uscirà dal campo solo dopo aver trascorso gli anni della giovinezza e della formazione in un luogo che offre poche opportunità. Quando sento qualcuno dire che ha perso un anno della sua vita a causa di un malsano rapporto di coppia o per una scelta lavorativa insoddisfacente, la mia mente va sempre a Zaatari: qui stiamo parlando di intere generazioni perdute, gente appesa a mezz’aria senza una lecita possibilità di riavviare la sua vita e fare qualcosa per risolvere la sua situazione. Infine, i campi sono incredibilmente isolati. Sono costruiti di proposito molto lontano dalla civiltà, nei deserti e nelle lande sperdute. Mantenere lontano i rifugiati consente di tenerli fuori dalla vista delle popolazioni dei paesi ospitanti e permette di tagliarli fuori volutamente da qualsiasi tipo di vita collegata al paese in cui si trovano. Inoltre, quei luoghi sono disabitati per una ragione: non si sono mai costruite città o villaggi lì proprio perché considerati ostili ed incompatibili con la vita quotidiana: la sabbia, le tempeste, la neve, il fango, la pioggia, il caldo e quant’altro.

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4.C’è il rischio di “abituarsi” a queste situazioni?

A mio parere il problema non è proprio “abituarsi”, ma non prestare più attenzione. Ho visto diversi fotografi camminare per il campo profughi senza alcuna cura e considerazione, come se quel luogo gli appartenesse: esigono che le persone posino per loro; arrivano con il loro grande ego considerando il campo e chi vi abita solo un mezzo per raggiungere il loro fine. In un certo senso è anche naturale: non si vuole stravolgere la propria vita agiata e tornare a casa cambiati e irriconoscibile ai familiari più cari. È necessario proteggersi dal disagio e dalla sofferenza. Ma l’errore che fanno è smettere di considerare, di prestare attenzione. Sì, ci si abitua, non c’è altra scelta se si vuole rimanere sani di mente, ma se si vuole fare questo lavoro bisogna trovare la volontà e la forza di essere presenti nel momento e prestare attenzione alle persone che si fotografano e riprendono. In caso contrario, si sta facendo più male che bene. Lo stesso vale per la maggior parte del pubblico che guarda le fotografie dei rifugiati e dei campi profughi: più ne vedono, minore è l’impatto su di loro. Dici a te stesso che non vuoi gravare la tua vita con i loro problemi perché ne hai di tuoi da affrontare. Ma non prestando attenzione si perdono le storie, i dettagli, viene meno la comprensione, smettiamo di capire il mondo in cui viviamo. E il mondo verrà alla tua porta un giorno e tutto ad un tratto non riuscirai a comprendere come ci sia arrivato. Rifiutando di prestare attenzione alle altre persone e alla loro vita, li stai solo ignorando. Ti isoli, diventi insensibile, diventi, in un certo senso, meno essere umano.

5.Fotografi tutto oppure ci sono dei momenti in cui decidi di non farlo? Perché?

Non fotografo tutto il tempo. In poche parole, quando devo sviluppare un racconto fotografico o realizzare un video preferisco trascorrere del tempo con le persone con cui voglio lavorare, spiegare loro chi e cosa sono e cosa faccio e far decidere loro se lasciarmi entrare nelle loro vite. Instaurando una conversazione comprendo meglio ciò che è appropriato fotografare e ciò che non lo è. A volte, un fotografo dovrebbe piuttosto tendere la sua mano, dare un sostegno piuttosto che piazzare la sua macchina fotografica in faccia a qualcuno. Tuttavia non ci sono vere e proprie regole, è necessario disporre di un enorme livello di empatia che ti guidi.

6.C’è una foto o un video reportage a cui sei particolarmente legato?

C’è una fotografia e non riguarda i rifugiati e le loro vite. Fa parte di un progetto artistico (non giornalistico), non ancora concluso, chiamato Trans’Agata che comprende una serie di ritratti delle prostitute transgender di Catania. È una di quelle fotografie cui è necessario prestare molta attenzione o si perde il messaggio che essa cerca di trasmettervi. Va però detto che la maggior parte delle persone che sfoglia le foto di questo progetto la salta.

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Esso raffigura i tre stadi che una persona transgender può attraversare. Cioccolatina, quando non indossa i suoi abiti da lavoro, ha una mascella molto marcata, una figura ed un volto maschile. Ma quando indossa i suoi vestiti la sua personalità cambia, la sua femminilità esteriore cambia e tutto ad un tratto non stai più parlando con un uomo, ma con una donna. Per me quella fotografia cattura quello stato fluido in cui scorre l’essere di molti transgender. Nel ritratto Cioccolattina è lì, una donna che si mette le calzamaglie. Però, guardando il suo riflesso nello specchio in basso, si vede chiaramente il volto di un uomo. E nello specchio appena sopra, lei e la sua faccia sono nascosti lasciando intendere che si trovi da qualche parte nel mezzo, che la sessualità umana e i generi sono rappresentati da diverse sfumature di grigio.

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Intervista di Simona D’Alessi a Denis Bosnic che ha realizzato le foto di questo post.


*Ho conosciuto Denis qualche anno fa. Lui si trovava a Catania, per il progetto Trans’Agata, e aveva deciso di visitare Palermo. Ricordo una piacevole passeggiata fra le vie e i vicoli del Centro Storico durante la quale abbiamo parlato a lungo comunicando con una lingua tutta nostra, l’unione del mio inglese traballante e del suo italiano (quasi) perfetto. Da allora è nato un profondo rapporto di amicizia che indubbiamente ha arricchito la mia vita e che oggi ci ha portati qui.

Simona D’Alessi

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