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[da “Fiori di Campo” di Marina Galici]

Io, qui, sono libero.

Libero… Non capivo. Provai a cercarlo e non lo trovai, e molto di più. Stava ritto fronte a me, e non c’era. Lontano, troppo lontano. Corso via. A briglie sciolte. Neppure la mia più audace curiosità l’avrebbe potuto raggiungere. Giammai le mie gambe.

Il pensiero prese la via e la via si perse sul raggio di quegli occhi verde muschio. Smisurato l’iride, sterminata la prateria. Io, rimasta indietro, inevitabilmente, potetti solo attenderlo nel silenzio e ascoltarne il galoppo.

Perché io, qui, sono nessuno. Nessuno…

La mente, in pausa su libero, inceppò da ferma su nessuno.

Davanti me, il mio terzocchio e alla macchina fotografica, che ogni tanto per impulso, a battito ciliare, scattava un click, un giovane ragazzo rom, corazzato da personaggio epico. Storia e storia delle storie. Li aveva tutti addosso i segni, le cicatrici e le date.

1

Salvatore

Lo vestivano con decoro, di fulgida accettazione. Anzi… direi commemorazione.

Come un eroe superstite del tempo e delle sue spade.

Mio figlio portava la sua stessa età, ma lui sembrava non l’avesse ancora ricevuta.

Sapeva, intuiva, che il mio obiettivo era magnetizzato da ogni sua anche impercettibile, quanto fuggevole espressione, che lo stava avidamente cercando, scandagliando, nell’illusione di seguirlo, in quel verde sconfinato che sconfinava il Campo, la terra sotto i nostri piedi. E si pronunciò, bersaglio,  spontaneamente.

Perché non sbagliassi mira.

Salvatore Sali, questo è il suo nome… Quinto di sette fratelli, di genitori kosovari, fuggiti dalla guerra contro la Serbia nel 2000; condannato all’espiazione d’esser nato d’etnia Rom entro un lager legalizzato da una democrazia dannosamente tollerante per opportunismo economico, indifferenza umana e pregiudizio stereotipato – così si presentò: libero e nessuno.

2

Erdizan, Salvatore, Nirvano Sali

In due sole coordinate, tra paralleli e meridiani, racchiuse quell’insensato Campo, nell’intersezione lui, il senso.

E mi resi conto, in quel preciso istante, che non a tutte le parole avrei avuto possibile accesso; che le parole d’un popolo soggiaciono ad una genetica che è propria, come la loro pelle, viscere e cervello; che solo l’intuito sarebbe potuto essere, parzialmente, un accesso iniziatico; che la conoscenza e il suo carico avrebbe potuto raccogliere solo attraverso un percorso empatico. D’emozione, pathos e volontà.

L’umiltà che non umilia. L’umiltà che non stingue, estingue, distingue le anime, ma ne affranca la coscienza.

E riecheggiarono… – Io sono libero, io sono nessuno -.

3

In kampina

E Nessuno mi condusse inconsapevolmente tra i banchi di scuola, sulle pagine di un’Odissea impressa a violazione nero su bianco, come le mie foto in quel momento, ignara. Ignara del senso intimo del suo etimo, colui che è odiato, Odisseo.

E Nessuno fu Ulisse, l’irritato o lo zoppo.

E Nessuno fu chi si salvò da morte certa, dalle fauci avide del Ciclope ad un occhio, da chiunque con voracità, per mediocrità d’essere o vana ambizione, sbrana, inghiotte in un boccone unico viandanti o ingenui esploratori. Il mostro che non abita, caverna. Lì, dove il bisogno, il freddo, la fame rende più friabile la terra rocciosa. Gli anfratti dell’anima.

E Nessuno è Salvatore. Senza nome, senza corpo, senza foglio di via, il suo fantasma può vagheggiare e correre dentro e fuori le iridi. Alcuno s’accorgerà dell’assenza, della presenza.

4

Salvatore e i fratelli

Il nostro nome reca in sé una storia e, il più delle volte, greve da reggere sulle spalle, trasportare; carica com’è dei turbamenti, sofferenze, gioie e rinascite degli avi, tutti sempre vincitori e vinti; pesa com’è d’attributi e appellativi impressi a forza per poterci definire, chiamare, renderci persone. Individuabili. Assimilabili.

Il nostro nome siamo noi, per la vita chiamati all’appello, ad essere il non essere, a fare il non fare. Un’affermazione che nega. Una prigionia indeterminata, lesiva dell’anima. Una missione mancata. Un viaggio nel labirinto. Dal battesimo alla lapide.

6

Salvatore e la madre Hajrije

Così capii, e fui al suo fianco, per via d’una percezione, per via d’un silenzio, per via d’una attesa…

Neppure il gigante più predace e famelico avrebbe potuto ingurgitare un Nessuno.

  • -Io sono Nessuno – e Salvatore si sottrasse alla morte di un nome negato. E fu libero.
  • Eppure io, in questo preciso istante, ho in luce e fotografo un pensiero errante, imprimendolo in negativo, e mi chiedo – i fantasmi son vivi o sono morti?-

Salvatore Sali è nato a Palermo l’ 8 agosto del 1991, e ancora Palermo non lo sa, non iscrive il suo nome in alcun documento che gli riconosca uno spazio nel mondo, un’identità che lo presenti.

Salvatore ha tentato innumerevoli volte di fuggire via da quel Campo, di varcare la frontiera in cerca di una realtà che lo accolga, che gli possa rendere con un lavoro un tentativo di dignità. Salvatore per le stesse innumerevoli volte è dovuto ritornare indietro, perché ad un Nessuno non è concesso andare dove le gambe corrono, dove la mente respira, dove il cuore palpita…

5

Salvatore si racconta al fotografo Michele Di Dio

Il progetto è un cantiere aperto. Iniziò al mio primo ingresso al Campo, per l’Ederlezi del 2011. L’emozione di quel giorno fu talmente irruente, che ci volle una settimana per quietare la tachicardia adrenalinica ed emozionale. I bambini, allora, erano così tanti… Sbucavano da ogni dove. Imprevedibili, solari, selvaggi, colorati di sole e sporchi di terra. Non potetti fare a meno, nel giorno della loro festa di Primavera, riconoscerli, scoprendoli come “fiori di campo”, da qui il gioco ovvio di parole. Malgrado, pur mantenendo lo stesso termine e suono, lo scambio di significante, rimandasse al divario amaro dei due significati: il campo, come distesa spaziante e libera, di contro ad un Campo, come area recintata e costretta. Il progetto partì quel giorno, tra scatti rubati e pensieri da pagare. Sinora non ho mai arginato, con un intento ben definito, il fine di questo lavoro; per sua natura, per mia natura, si rivela ancora impossibile, perché quando tenti di connetterti con il “diverso” da te, con lo sconosciuto, di indagarlo per conoscerlo, scopri che è su te stessa che stai indagando, sul tuo lato oscuro. Il progetto, quindi, lascio che sia, finché esaurirà in me parole e immagini da carpire. Allora penso che chiudendosi si autodefinirà da se. E capirò cosa ne vorrò fare…

Di Marina Galici.

 

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