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Articolo 10
Nessuno deve essere perseguito per le sue opinioni, anche quelle fondamentali. La donna ha il diritto di salire sul patibolo; ella deve avere ugualmente il diritto di salire sulla Tribuna, purché le sue manifestazioni non turbino l’ordine pubblico stabilito dalla legge.

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Ph. Michelangelo Mignosa

Sguardi sognanti verso un futuro ancora incerto. Occhi di donne desiderosi di guardare nuove terre e di vivere un tempo che sia finalmente radicato a termini quali “diritto” e “libertà”. Ma le terre al di qua del mare non sono luoghi dorati in grado di realizzare sogni e tanto meno capaci di mantenere le aspettative. Penso a corpi di donne bruciati, martoriati, gettati in un fosso, sfregiati con l’acido e infinite volte graffiati e percossi con la violenza delle parole. Esiste ancora una colpa nel cui nome brute mani “puniscono”:  la colpa di chiamarsi donna. Come un peccato originale che ci si porta sulle spalle è difficile conquistare credibilità, responsabilità, professionalità, perché l’amara verità è che spesso, per una donna, il termine CONQUISTA pesa più di un macigno. Quasi come fosse una lotta per l’appropriazione indebita di qualcosa che non le appartiene, una donna deve dimostrare di potercela fare, di essere intelligente, di poter ricoprire un ruolo e soprattutto di non essere stata “progettata” rimanere incastrata dentro una categoria prestabilita. Una donna può essere tutto ciò che vuole.

La terribile quotidianità è fatta di donne perseguitate a causa della propria opinione, condannate a non esprimere il proprio pensiero solo perché non è previsto che una donna possa farlo. Allora viene spontaneo domandarsi, che fine fanno le navi cariche di sogni? Gli occhi speranzosi in attesa di un nuovo giorno? O ancora, quante donne dovranno morire in nome di fantomatiche gelosie? Quanti corpi cadranno per mano di mariti o padri padroni? Quanta strada deve essere ancora percorsa per arrivare al termine libertà? La risposta è davanti ai nostri occhi, nelle donne lapidate, nelle donne infibulate, nelle donne arse vive, nelle donne violentate, derise, psicologicamente schiave. La strada è ancora tanta, troppa anche per paesi che si definiscono moderni e civilizzati, dove se una donna ricopre un ruolo di prestigio la si deride con meschine battute, dove se è una donna a sedere su una poltrona importante scatta l’allusione del “chissà come ci è arrivata”, dove se una donna è “di troppo” si tende a farla fuori. Il rispetto non lo abbiamo ancora guadagnato, perché quando ci si rivolge a una donna, il commento sessista è sempre in agguato e perché secoli di gerarchie maschiliste non hanno ancora sdoganato il concetto che “la donna ha il diritto di salire sul patibolo; ella deve avere ugualmente il diritto di salire sulla Tribuna”.

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Articolo 11

La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei più preziosi diritti della donna, poiché questa libertà assicura la legittimità dei padri verso i figli. Ogni cittadina può dunque dire liberamente “sono la madre di un bambino che vi appartiene”, senza che un barbaro pregiudizio la obblighi a nascondere la verità; salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi stabiliti dalla legge.

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Ph. Michelangelo Mignosa

Ronak Safarzadeh, membro della minoranza curda iraniana e attivista di una ONG affilliata alla Campagna per l’Uguaglianza, è detenuta dal 9 ottobre 2007 nella prigione di Sanandaj, nella provincia del Kurdistan. Il giorno prima del suo arresto aveva partecipato a un raduno organizzato in occasione della Giornata mondiale dell’infanzia, raccogliendo firme in favore della petizione della Campagna per l’Uguaglianza lanciata nel 2006 e che intende raccogliere un milione di adesioni per porre fine alla discriminazione legale contro le donne.
Nel dicembre del 2007 l’agenzia stampa iraniana IRNA ha dato notizia dell’arresto di Ronak Safarzadeh “per le sue attività che minacciano la sicurezza nazionale – quali la partecipazione ad attacchi a Sanandaj e per essere membro del gruppo militante PJAK (un gruppo armato d’opposizione curdo)”.
Durante il processo iniziato nel marzo 2008 Ronak Safarzadeh è stata accusata di mohareb (“inimicizia nei confronti di Dio”), un’infrazione punibile con la pena di morte, per il suo presunto ruolo negli attentati dinamitardi avvenuti a Sanandaj. Amnesty International ritiene che Ronak Safarzadeh sia stata arrestata per aver pacificamente esercitato i propri diritti e ne chiede la liberazione incondizionata.

Dice Shirin Ebadi Premio Nobel per la Pace e leader carismatica del Centro per la difesa dei diritti umani a Teheran: «In due anni 100 donne che avevano partecipato a campagne sull’uguaglianza dei diritti, come Alieh Eghdamdust, Ronak Safarzadeh, Zeynab Bayazidi, sono state processate da tribunali rivoluzionari e condannate senza appello, da tre mesi a quattro anni di prigione per “attentato alla sicurezza dello Stato”. Per la stessa ragione due attivisti curdi, Mohammad Sadigh Kabudvand e Massud Kordpour, sono stati condannati a 10 e un anno di prigione. Perché cito tutti questi nomi? Perché esistano, è la loro unica protezione contro il silenzio. Potrei aggiungere quelli dei nove studenti arrestati a febbraio del 2009. O quelli di Kamyar e Rash Alai, due fratelli, medici, condannati a tre e sei anni di prigione nel giugno del 2008».

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                   Ronak Safarzadeh

Di Claudia La Ferla

Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina.

Traduzione dall’originale francese di Francesca Di Donato.

Copyright © 2004 Francesca Di Donato.

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