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Articolo III Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione, che è la riunione della donna e dell’uomo: nessun corpo, nessun individuo può esercitarne l’autorità che non ne sia espressamente derivata.

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Di mattina i bambini giocano e studiano con l’infermiera Noor. Malak di 7 anni e Yania di 10 vengono entrambe dallo Yemen: le ustioni sul loro corpo sono dovute alle esplosioni provocate dalla guerra in corso nel loro paese. Photo Copyright: Alessio Mamo, Wounds without Borders

Ragazze e bambine in situazioni di crisi umanitarie o catastrofi ambientali sono vittime due volte. Non solo subiscono gli effetti della guerra o della catastrofe ambientale in questione, ma diventano enormemente più fragili ed esposte alla violenza.

Una delle conseguenze a cui forse si dà poco rilievo del conflitto in Yemen e Siria (volendo citare solo due aree geografiche attualmente devastate da conflitti senza fine) è l’abbandono scolastico o la totale mancanza di istruzione per almeno una generazione, soprattutto per bambine e ragazze. I conflitti distruggono la comunità dove si verificano non solo fisicamente, ma anche dal punto di vista intellettuale: le scuole vengono chiuse perché mancano gli insegnanti, perché vengono distrutte, perché diventa troppo pericoloso o costoso mantenerle.

In un contesto di estrema fragilità, bambini e bambine si ritrovano ad essere già adulti e obbligati a contribuire al bilancio domestico: via i libri e le penne per far spazio a forme di lavoro spesso simili alla schiavitù. E così viene persa un’intera generazione che rimarrà nell’ignoranza e nella precarietà, incapace di esprimere il proprio talento e usarlo per ricostruire il paese qualora il conflitto finisse.

Articolo IV La libertà e la giustizia consistono nel restituire tutto quello che appartiene agli altri; così l’esercizio dei diritti naturali della donna ha come limiti solo la tirannia perpetua che l’uomo le oppone; questi limiti devono essere riformati dalle leggi della natura e della ragione.

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Rabbooa, 15 anni, ha perso il piede sinistro dopo essere stata colpita dalle bombe sgangiate dal regime. Viene da Aleppo. Sua madre si prende cura di lei e passa l’intera giornata con lei, spesso al 4′ piano dell’ospedale. Il padre di Rabbooa si trova nel campo profughi di Azraq in Giordania con i suoi fratelli e sorelle. Photo Copyright: Alessio Mamo, Wounds without Borders

Un’altra drammatica conseguenza riguarda il fenomeno dei matrimoni precoci. Spesso abbandono scolastico e matrimoni precoci si intrecciano fra loro. In ogni caso di fatto bambine e ragazze vengono private del diritto di essere artefici del proprio destino e rimangono in balìa del miglior offerente.

La guerra in Siria e in Yemen ha esponenzialmente aumentato il tasso di spose bambine, i cui numeri effettivi rimangono comunque sconosciuti. Ragazze e bambine diventano un peso per la famiglia che organizza matrimoni combinati con uomini spesso più grandi di loro i quali approfittano della loro vulnerabilità. Anche vivere ammassate nei campi profughi accresce moltissimo i pericoli che corrono fra violenze, stupri, rapimenti. Così le famiglie le danno in sposa in cambio di una dote che possa coprire le necessità di base oppure scelgono la via del matrimonio per metterle al sicuro da violenze sessuali e stupri.

In ogni caso il futuro della bambina o della ragazza è in frantumi: venduta, privata di un’istruzione anche minima ed esposta al pericolo di gravidanze precoci che mettono a rischio la sua stessa vita.

Oltre le macerie, oltre le bombe, oltre i razzi e i corpi a brandelli, c’è una guerra silenziosa alle bambine e alle ragazze che le fa diventare spose di guerra. Una guerra spesso ignorata e tollerata che le distrugge nel corpo e nell’anima privandole della possibilità di diventare colte ed indipendenti e le espone alla necessità di matrimoni forzati e violenti.

di Maria Grazia Patania

Qui il testo della prima edizione dei giorni delle Donne sul Dottor Mukwege, l’uomo che ripara le donne.


Ferite senza frontiere, un progetto di Alessio Mamo e Marta Bellingreri

Asma indossa il suo vestito preferito prima di uscire dalla sua stanza al 4′ piano. Khawla, l’infermiera, corre da una stanza all’altra visitando i pazienti. Il padre di Aisha aspetta sua figlia di 7 anni fuori dalla sala operatoria mentre viene sottoposta ad un intervento chirurgico. Questa è la quotidianità nell’Ospedale di Chirurgia Ricostruttiva di MSF (Medici Senza Frontiere) ad Amman in Giordania. 148 posti letto, circa 200 pazienti curati ogni mese e molti altri feriti di guerra nella lista d’attesa. Gli effetti delle guerre e degli attacchi nel Medio Oriente sono particolarmente evidenti in questo luogo. Bambini e adulti provenienti dallo Yemen, dall’Iraq, dalla Siria e da Gaza gravemente feriti da bombe, autobombe e incidenti vari vivono nell’ospedale con un parente o un amico circondati da uno staff medico che offre grande supporto. L’intima prospettiva del fotografo, che si è recato ogni giorno per due mesi nella struttura, tenta di osservare le violente conseguenze della guerra, di instaurare amicizie e rapporti umani coi pazienti: i feriti di guerra. Mentre i conflitti continuano a uccidere in Medio Oriente, questo scorcio quotidiano sull’ospedale di MSF dimostra forza e resilienza, ma anche dolore e frustrazione: i medici impiegano 8 ore per ricostruire un dito, mentre una bomba stronca centinaia di vite in un secondo.

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