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Articolo I La Donna nasce libera ed ha gli stessi diritti dell’uomo. Le distinzioni sociali possono essere fondate solo sull’utilità comune.

Wounds Without Borders

Anhar, 5 anni, e Aisha, 7 anni, vengono entrambe dallo Yemen e spesso durante il giorno giocano sul letto della madre di Ahnar al 4′ piano del ospedale di MSF ad Amman. Photo Copyright: Alessio Mamo, Wounds without Borders

Nel 2015 in Yemen è scoppiata una guerra fra le forze leali al governo del Presidente Abdrabbuh Mansour Hadi riconosciuto dalla comunità internazionale e la fazione dei ribelli Houthi. I risultati del conflitto sono visibili sul corpo di queste bambine private di ogni residuo di infanzia, sfigurate e devastate fisicamente ed emotivamente da una violenza le cui cause a loro restano ignote.

Nascere in un paese sconvolto dalla guerra e quasi totalmente dimenticato significa essere sfregiata o uccisa nel silenzio e nell’indifferenza. Significa portare sul corpo e nell’anima il peso della sfortuna geografica. Significa non poter mai conoscere il significato di libertà, giustizia ed uguaglianza.

Il loro dolore ci riguarda tutte perché non esiste alcuna “utilità comune” nel privarle del diritto ad una infanzia sicura al riparo di una brutalità che non hanno scelto. Ma ci riguarda anche il dolore delle loro madri, altrettanto fragili e potenti, nel difendere gli ultimi brandelli di innocenza delle proprie figlie.


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Anhar, 5 anni, viene da Aden in Yemen ed è stata ferita dall’esplosione di un razzo che ha colpito la sua casa. Ha subìto due interventi chirurgici a Sanaa in Yemen e due nell’ospedale di MSF dove vive dall’inizio del 2016

Articolo II Lo scopo di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili della Donna e dell’Uomo: questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e soprattutto la resistenza all’oppressione.

Anhar forse giocava nella sua stanza quando la guerra le è esplosa in casa. Lei ne conosceva già il rumore sordo e le esplosioni ad ogni ora del giorno. Aveva imparato probabilmente a riconoscere l’odore e il sapore amaro della paura che si annidava nel suo cuore di bambina. Forse a causa della guerra Anhar non è mai andata all’asilo, non ha mai giocato in un cortile con altalene colorate, né ha provato la gioia di vestirsi da principessa per una festa di Carnevale. Ma poi, un giorno, la guerra le ha sfondato la casa e ha cancellato ogni residuo di quell’infanzia precaria che le era toccata in sorte a causa del luogo in cui è nata.

Da quel giorno Anhar è diventata un numero per le statistiche -approssimative- che cercano di ricostruire l’entità dei danni provocati da un conflitto, ma che nulla ci dicono della devastazione profonda dentro l’anima di tutte le Anhar che non vengono documentate.

Loro non conoscono la libertà. Nemmeno quella di sognare un castello e un principe a cavallo del suo destriero bianco. Non conoscono la proprietà. Nemmeno quella di una minuscola casa dentro cui sentirsi al sicuro, al riparo dalla violenza e dall’oppressione. Non esiste uguaglianza per loro che non proveranno mai la mia gioia nel mascherarmi da principessa di un regno inventato nella tranquillità della mia casa.

L’unica uguaglianza che hanno queste bambine sembra essere quella di essere colpite per pura casualità da un razzo o da un bombardamento aereo.

I razzi distruggono gli arti e devastano i sogni. E cosa rimane ad un mondo senza sogni? Cosa rimane ad un mondo che sfigura le sue figlie, privandole della felicità, della gioia e dell’istruzione? Cosa rimane ad un mondo che si arrende ed accetta di perdere l’innocenza?

di Maria Grazia Patania

Traduzione dall’originale francese di Francesca Di Donato


Ferite senza frontiere, un progetto di Alessio Mamo e Marta Bellingreri

Asma indossa il suo vestito preferito prima di uscire dalla sua stanza al 4′ piano. Khawla, l’infermiera, corre da una stanza all’altra visitando i pazienti. Il padre di Aisha aspetta sua figlia di 7 anni fuori dalla sala operatoria mentre viene sottoposta ad un intervento chirurgico. Questa è la quotidianità nell’Ospedale di Chirurgia Ricostruttiva di MSF (Medici Senza Frontiere) ad Amman in Giordania. 148 posti letto, circa 200 pazienti curati ogni mese e molti altri feriti di guerra nella lista d’attesa. Gli effetti delle guerre e degli attacchi nel Medio Oriente sono particolarmente evidenti in questo luogo. Bambini e adulti provenienti dallo Yemen, dall’Iraq, dalla Siria e da Gaza gravemente feriti da bombe, autobombe e incidenti vari vivono nell’ospedale con un parente o un amico circondati da uno staff medico che offre grande supporto. L’intima prospettiva del fotografo, che si è recato ogni giorno per due mesi nella struttura, tenta di osservare le violente conseguenze della guerra, di instaurare amicizie e rapporti umani coi pazienti: i feriti di guerra. Mentre i conflitti continuano a uccidere in Medio Oriente, questo scorcio quotidiano sull’ospedale di MSF dimostra forza e resilienza, ma anche dolore e frustrazione: i medici impiegano 8 ore per ricostruire un dito, mentre una bomba stronca centinaia di vite in un secondo.

 

 

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