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Art. 1: Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono che essere fondate sull’utilità comune

The Damned of India

Lallapura, uno dei più grandi “ghetti” dove vivono e lavorano migliaia di tessitori.

Esterno. Un cortile fra case di mattoni. Niente porte né finestre. Stoffa bianca con bordo rosso appesa ad una finestra. Quasi accanto un lembo di stoffa blu.

In terzo piano un bambino sulla soglia di un edificio fatiscente. Gambe scoperte, piedi nudi, maglietta giallo chiaro.

In secondo piano un bambino, una maglietta color senape, un pantalone grigio e una pallina rossa lanciata in aria.

In primo piano spazzatura. Rifiuti, scarti.

Avanzi di cose, avanzi di persone. Avanzi di società. Vite di scarto, per citare Bauman che ha centrato il punto nel porre l’attenzione sui rifiuti delle nostre opulente società. Cosa sono i rifiuti? Sono cose che non ci servono più, hanno perso la loro utilità. Etimologicamente rifiutare rimanda anche all’idea di respingere e aborrire.

Esattamente come succede per questi bambini, scarti fra gli scarti. Perché loro non sono in nulla uguali e liberi come me che alla loro età avevo ogni giorno un grembiule pulito e stirato e vivevo nel lusso di cose semplici: la colazione di mia madre, l’asilo come luogo sicuro in cui iniziare a esplorare il mondo, la merenda delle 11 e il pranzo delle 13. Loro no. Loro sono figli di lavoratori sfruttati e senza speranza che con la loro resistenza silenziosa e disperata cercano di opporsi a un sistema che li vede come rifiuti perché non abbastanza produttivi. Il valore del loro lavoro, un’arte manifatturiera maturata nei secoli che custodisce il segreto del passaggio da una generazione all’altra, costantemente minacciato dall’anonima efficienza dei telai elettrici cinesi che l’unico segreto che conoscono è quello del circuito che li innesca.

Riscriviamo dunque il primo articolo.

Art. 1: Gli uomini NON nascono NE’ rimangono liberi O uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono che essere fondate sull’utilità del mercato e l’efficienza produttiva.


Art. 2: Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione

The Damned of India

Le tessitrici di Varanasi spesso sono costrette a lavorare a lume di candela a causa della mancanza di elettricità.

Mattoni a vista. Una stanza priva di porte. Finestre di fortuna. Un telaio in legno poggiato su dei mattoni. Due candele. Due fiamme. Due donne avvolte in un sari porpora ripetono gesti millenari.

Nell’aria i loro pensieri, il resoconto di una ennesima giornata trascorsa a chiedersi se valga la pena continuare a tessere stoffe preziose del cui valore il mondo sembra essersi dimenticato. Uno sguardo scambiato, mezzo sorriso, il cibo che manca e la preoccupazione che aumenta perché tuo figlio non riuscirà nemmeno questo mese ad andare a scuola. Eppure avevi risparmiato, lavorato fino a cecarti gli occhi, pregato devotamente e pensato di avercela fatta. Non fosse stato per quella malattia improvvisa…

E i fili intessuti custodiscono la fatica della sopravvivenza, raccontano la storia di mani che non si arrendono e ritrovano nell’intricata simmetria l’intima consapevolezza di sé.

Ma che consapevolezza di sé ha un telaio elettrico? Cosa custodiscono i fili dell’ennesimo sari realizzato senza storia né sguardi?

Ed è così che scivoliamo -tutti inesorabilmente- nella gabbia d’acciaio di una modernità razionalizzata che spolpa e divora la magia di una confidenza fatta a lume di candela per rifilarci tessuti senza storia prodotti velocemente e a poco prezzo con solo scopo di farli diventare rifiuti. E far continuare la catena.

Art. 2: Il fine di ogni associazione politica NON è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Diritti quali la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione dipendono da fattori geografici ed economici.


I Dannati dell’India è un progetto realizzato dal fotoreporter Alessio Mamo che lo ha descritto come segue: il Varanasi Sari, un capo di abbigliamento di oltre 5 metri, indica l’eleganza, lo charme, la grazia e la bellezza delle donne indiane e con una tradizione antica di almeno otto secoli detiene un posto importante nella storia culturale dell’India. Per secoli Varanasi è stata la culla dell’antica tradizione manifatturiera indiana di sari. Ma oggi la vita di chi tesse (o crea) questi magnifici sari non è altrettanto magnifica. La maggior parte dei piccoli artigiani e delle loro famiglie dipendono da quest’antica arte manifatturiera, benché costantemente sull’orlo della sopravvivenza (lavorano una media di 10-12 ore al giorno per guadagnare 0.5 dollari). Nell’era della globalizzazione la tradizionale arte della tessitura a mano del sari Varanasi è seriamente minacciata dai telai elettrici e dalle nuove tecnologie che vengono dalla Cina. Miseria, malnutrizione cronica, pericoli per la salute e perfino inedia e suicidio sono tipici della vita dei tessitori in questo periodo di crisi.

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