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Art. 3 – Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione. Nessun corpo o individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da essa.

A life among the rocks

Amal ha sette anni e sogna le pietre. Si alza la mattina, si lava in cortile sfidando il freddo e spacca pietre. Respira pietre e la pelle gli si ricopre della polvere delle pietre che spacca insieme alla sua infanzia. Amal di notte sogna le pietre, ma a volte le dimentica e fra le pietre si infilano sogni di cristallo e libertà. Amal, tuttavia, non conosce la delicatezza del cristallo e ignora il segreto della libertà.

E’ così la sua vita: un deserto di pietre e polvere che si annidano fra le speranze. Amal ha sette anni e con un alfabeto sconosciuto si racconta storie incredibili: non crede che ovunque nel mondo si spacchino pietre come unico scopo dei giorni che si divorano la vita. Ha come il sentore che potrebbe esserci altro, che oltre le cave esista un mondo dove non si respirino macerie e povertà, dove se hai la febbre ti curano e nessuno ti costringe ad avere fame o consumarti lo stomaco sognando di mangiare. Amal non saprà mai che il mondo narrato nel suo alfabeto inventato esiste in un luogo chiamato Augusta, su un’isola denominata Sicilia dove i bambini possono ancora sognare di essere dei supereroi e giocare ignari giochi di semplice felicità. Amal sogna le pietre, ma inconsapevolmente nel suo alfabeto fantastica di me, pur non sospettando nemmeno della mia esistenza.

Art. 3 – Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nel Denaro. Nessun corpo o individuo può esercitare un’autorità che non emani espressamente da esso.


Art. 4 – La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Tali limiti possono essere determinati solo dalla Legge.

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Dhaval ha cinquat’anni ed è vecchio da buttar via. Inutili le mani, inutili le ossa. Inutili gli occhi che si sono spenti fra le pietre che spaccava dall’età di suo nipote Amal. La cecità era arrivata con un passo lento e felpato che si annunciava con un velo di silenzio incalzante. Ma non era abbandonare la vista della miseria che gli proliferava intorno a ferirgli il cuore. Era la privazione della vista di suo nipote ad avergli tolto ogni stimolo verso la promessa della primavera. Dhaval, mentre attendeva la morte che lo avrebbe liberato da un’esistenza di pietre, si domandava se non fosse una benedizione non poter osservare suo nipote che si consumava nella stessa sventura che aveva afflitto lui per una punizione geografica impossibile da spiegare. Eppure, nel cuore di Dhaval da sempre fioriva lo stesso alfabeto sconosciuto che germogliava fra i sogni di pietre di suo nipote Amal. Pure lui sentiva in un angolo del suo cuore che oltre le pietre la vita poteva essere altro, anche se forse non sarebbe mai riuscito a scoprirlo per colpa di un mondo vile che ignora i loro sogni di cristallo e libertà condannandoli ad una esistenza di pietre.

Art. 4 – La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce al mercato: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti quelli che assicurano la prosperità di chi detiene una ricchezza maturata sulla schiavità altrui. Tali limiti possono essere determinati solo dal Mercato.


Una vita fra le pietre” è un progetto realizzato in Nepal dal fotoreporter Alessio Mamo e descrive le condizioni di vita cui sono costretti i lavoratori in alcune aree ricche di cave di pietra. Di seguito la descrizione del progetto: “Quella nelle cave di pietra e sabbia è una della peggiori forme di lavoro. Nonostante ciò, in varie parti del Nepal le persone  lavorano in questo settore. Dhading, a circa 60 km dalla capitale Kathmandu, è un quartiere che ospita molti lavoratori delle cave di pietre e sabbia. Per queste persone l’unica fonte di reddito (0,90$ in media) è la vendita di pietre per l’industria edile. Ricerche condotte da alcune ONG hanno messo in evidenza dati importanti sulle difficili condizioni di vita e lavoro nella comunità degli spaccapietre a Mahadevbesi. Circa 5000 persone vivono in baracche che si estendono per 8-10 km lungo le rive del fiume Agarakhola  e lavorano spaccando e raccogliendo pietre. I lavoratori alloggiano sotto teloni di plastica sulla riva del fiume e non hanno nessun’altra possibilità di reddito, nessun accesso alle cure mediche o all’acqua potabile. Molti lavoratori non hanno la cittadinanza e vengono sfruttati dagli intermediari, i cosiddetti proprietari terrieri, e dalle persone del luogo. Il duro lavoro, un’alimentazione scorretta e l’ignoranza provocano malattie quali tubercolosi e polmonite, mentre molti hanno subito danni irreversibili alla vista. Questa situazione potrebbe essere superata solo con un impegno congiunto fra governo, comunità locale e società civile coinvolgendo anche le ONG e i lavoratori stessi. Ma non c’è un vero coordinamento fra loro. Il governo centrale non è informato in merito alla vita nelle cave di pietra mentre quello locale non dà alcuna priorità alle esigenze dei lavoratori. Fin quando non si realizzerà un certa collaborazione, il futuro degli spaccapietre resterà incerto”.

Di Maria Grazia Patania

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