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Davanti alla splendida immagine di un’aquila si rimane suggestionati dalla sua eleganza e al contempo dalla sua forza, astuzia e da quell’innato senso di libertà che trasmette ad ogni battito d’ali. Questa è la sintesi di una formulazione di pensiero che si concretizza nella mente dei più, ma non nella “nostra”: per noi l’aquila è Augusta. Così, quel sottotesto poetico che attinge alle metafore di libertà e forza per noi, uomini e donne di questa splendida terra, rappresenta la nostra stessa forza e libertà. Credo fosse doveroso operare una introduzione che collocasse esattamente Augusta, città della Sicilia orientale, nelle sue radici storiche che vedono un’aquila con le ali spiegate e una corona sul capo come simbolo della città, in accordo con quella profonda simbologia che sancisce i principi base di questa perla nel Mediterraneo.

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Ancora una volta Augusta vede inflitto un attacco alla sua aquila, ancora una volta è costretta a difendersi da un colpo sferrato al cuore della città, ancora una volta “una mano colpevole” attenta a diritti inalienabili del nostro paese e alla libertà di un sogno chiamato futuro. Proprio ieri, 10 febbraio, i cittadini di Augusta sono scesi in strada insieme all’amministrazione comunale, i sindacati, i rappresentanti delle scuole, dalla chiesa, i sindaci dei comuni della provincia di Siracusa, assessori, deputati regionali e nazionali e imprenditori portuali, creando una lunga marcia pacifica per dire basta ai soprusi vissuti da questa terra e per difendere l’autorità portuale di Augusta che, con meschine manovre politiche, si è deciso di traferire a Catania. L’illecito “scippo”, così è stato definito, è solo l’ultimo di un lungo e lento spoglio da ogni bene che questa città subisce da anni: il tribunale, l’agenzia delle entrate, il sequestro e l’interdizione di beni architettonici dall’inestimabile valore e soprattutto la vile e indegna chiusura dell’ospedale Muscatello indispensabile per una città popolosa come Augusta che fa i conti, tra l’altro, con le innumerevoli vittime del cancro. Quelli che qui potrebbero essere definiti come “strani giochi di potere” continuano a vedere Augusta al centro di un ciclone che vuole portare questa città al collasso, operando un lento “disarmo”: dalle proprie potenzialità, forze e bellezze. Gli augustani si vedono, così, seppellire ogni giorno. In effetti, quello che sta accadendo è proprio questo: ci hanno tolto le chiavi della nostra casa e piano piano con una manovra che definirei con l’accezione “demolizione controllata”, stanno riducendo questa terra in un cumulo di macerie. La demolizione è assolutamente consapevole, perché quando si spoglia in questo vile modo una città da ogni suo diritto, si parla di saccheggio.

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C’è però una variante con cui deve fare i conti chi sta seduto al tavolo a spartirsi la torta delle nostre bellezze, banchettando col nostro sangue: la resistenza. Augusta è una città che resiste e lo ha dimostrato durante la marcia di ieri rispondendo con una forte presenza compatta e rivolgendo un doveroso grazie alla presenza e il sopporto di tutta la provincia di Siracusa unita dall’esigenza di difendere un diritto, al di là di qualunque colore politico. Per chi non conoscesse i fatti, il ministro dei trasporti Delrio, sotto richiesta del presidente della regione Crocetta, ha firmato un decreto con cui stabilisce che Catania sia il nodo nevralgico del “Mare di Sicilia Orientale” attribuendo al porto del capoluogo etneo l’Autorità portuale al posto di Augusta. Il problema di tale decisione sta nel fatto che, Augusta è l’unico porto “core” della Sicilia e fa parte della Rete europea Ten-T, mentre il porto di Catania non rientra in nessuna delle due classi di merito europee che sono assegnate, appunto, dalla Comunità europea per motivi tecnici. La scelta, dunque, è stata sempre legata al fatto che, secondo regolamento, solo i porti “core” italiani dovevano diventare autorità portuali e in Sicilia l’unico è proprio quello di Augusta, ma intrigate e quanto mai palesi manovre tra il presidente della regione, il sindaco di Catania e il Ministero, sono riuscite addirittura a scavalcare ciò che appartiene alla legge. Da tutto ciò emerge il vigliacco gioco “dei forti” con i diritti e il destino di un popolo, pratica che purtroppo si perde nei meandri del tempo. Come si diceva all’inizio, però, Augusta è un’aquila con le ali spiegate simbolo di potenza indomita, una corona sul capo simbolo di regalità e due monete strette tra gli artigli prelevate dal mare simbolo di prosperità.

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Forse “i poteri alti” hanno dimenticato tutto questo. Augusta, invece, lo ricorda benissimo. Augusta sa chi è e sa cosa è suo e ha il coraggio e la forza di difendere un diritto che le appartiene, primo fra tutti, volendo citare ancora una volta l’instancabile Padre Prisutto con la sua battaglia a tutela della vita e dell’ambiente: “un porto bonificato MORALMENTE e MATERIALMENTE. Un porto che dia LAVORO, VITA e SPERANZA a questa città”.

Augusta non cede il passo alla distruzione, fin quando ogni nostro diritto non sarà più violato, noi saremo scudo della nostra città.

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Di Claudia La Ferla

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