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Separati, ma uguali.
Con questa formula la Corte Suprema degli Stati Uniti ammise l’esistenza della segregazione razziale dopo la fine dello schiavismo anche se, si sa, l’uguaglianza era ben lontana mentre la separazione era netta e lo fu (ufficialmente) fino al 1964, anno in cui venne approvato il Civil Rights Act che proibiva, a livello federale, la discriminazione razziale in tutti i luoghi pubblici e che costituì, inoltre, la prima commissione per le pari opportunità.
L’anno successivo, il presidente Johnson firmò il Voting Rights Act che proibiva i test sull’alfabetizzazione al fine di rientrare nelle liste elettorali poiché era questa la discriminante utilizzata come espediente per impedire agli afroamericani di accedere al voto.
Al 1968 risale invece l’estensione al Civil Rights Act che vietava ogni discriminazione nella locazione o nella compravendita degli immobili.

Southern trees bear strange fruit
Blood on the leaves and blood at the root
Black bodies swinging in the southern breeze
Strange fruit hanging from the poplar trees

Pastoral scene of the gallant south
The bulging eyes and the twisted mouth
Scent of magnolias, sweet and fresh
Then the sudden smell of burning flesh

Here is fruit for the crows to pluck
For the rain to gather, for the wind to suck
For the sun to rot, for the trees to drop
Here is a strange and bitter crop

Strange Fruit è una poesia di Abel Meeropol, insegnante del Bronx, che decise di mettere in musica i suoi versi poiché non riuscì a trovare un compositore disposto a farlo.
Meeropol, il quale originariamente utilizzò il titolo Bitter Fruit, era rimasto molto colpito dall’immagine del linciaggio di due afroamericani avvenuto a Marion (Indiana), il 7 agosto 1930.
Meeropol vide la foto di quello scempio, scattata da Lawrence Beitler, e scrisse la poesia sotto lo pseudonimo di Lewis Allan.

Thomas Shipp e Abram Smith vennero accusati di rapina, omicidio e stupro ai danni di una giovane coppia di bianchi.
La polizia li arrestò ma fu incapace di frenare la furia cieca della folla, determinata a farsi giustizia: i due ragazzi, rispettivamente di 18 e 19 anni, vennero prelevati dalle loro celle, linciati e appesi a un albero. Li lasciarono lì, per ore. Appesi a un albero come dei grossi, strani e amari frutti.
La loro presunta innocenza non aveva alcun peso: l’idea comune era “colpirne uno per educarne cento”.
Un terzo giovane era stato accusato insieme alle due vittime: aveva già il cappio al collo quando fu scagionato da un uomo non identificato il quale gridò che era innocente.
James Cameron, che all’epoca aveva 16 anni, divenne un attivista per i diritti umani e, nel 1988, fondò il Museo dell’Olocausto dei Neri americani nel quale raccolse una collezione di documenti riguardanti la storia degli afroamericani, dallo schiavismo fino alla nascita dei movimenti per i diritti civili.

La canzone di Meeropol divenne presto molto conosciuta negli ambienti della sinistra americana e, quando il proprietario del Café Society la sentì, presentò l’autore a Billie Holiday. Il locale era stato il primo di New York a eliminare la segregazione e Billie Holiday aveva subito in prima persona molte discriminazioni razziali. La canzone divenne uno dei brani del suo repertorio: la donna non era più solo una cantante d’intrattenimento, era diventata un simbolo.

Negli ambienti come il Café Society, frequentati da intellettuali liberali, il brano riscosse molto successo ma negli stati del sud la cantante evitava di inserirla nella scaletta dei suoi spettacoli per non suscitare reazioni aggressive da parte del pubblico che, da quelle parti, era poco incline a considerare la segregazione razziale pura follia.
La Columbia, etichetta discografica di Billie Holiday, rifiutò di produrre il disco che venne stampato dalla Commodore Records di New York.  La BBC rifiutò di trasmettere il brano e il TIME lo bollò come semplice propaganda, nel 1939. Lo stesso magazine, all’alba degli anni Duemila la definì “canzone del XX secolo”.
In Sud Africa, durante l’apartheid, la trasmissione per radio del brano era vietata.

Come osservato dallo stesso Meeropol, l’interpretazione di Holiday conferiva al brano un’intensità che acuiva l’amarezza del testo, trasformandolo in una canzone di protesta: un inno universale per la difesa dei diritti umani.

Siamo lì, mentre una voce sublime descrive ciò che Lei vede.
Ha gli occhi chiusi.
La scena è in penombra: un solo fascio di luce la accarezza debolmente. Siamo al Café Society, Lei ha un fiore bianco tra i capelli. I camerieri si sono fermati, non servono ma ascoltano Lei che continua a tenere le palpebre serrate mentre ci apre l’anima martoriata dalle stesse angherie, dalle stesse ingiustizie.
Suo padre morì nel 1937 perché nessun ospedale di Dallas accettò di curare un uomo di colore.
La canzone prosegue, inconsolabile.
Ora siamo a Marion, Indiana.
Immobilizzati dalla melodia malinconica.
Davanti a noi una scena raccapricciante, violenta, immonda. Black bodies swinging in the southern breeze…
Vorremmo tornare alla scena che si sta svolgendo sul palco, tornare alla figura elegante con la gardenia tra i capelli ma non possiamo: la voce graffiante delle vittime tutte ci inchioda davanti alla follia, al populismo, all’ignoranza.

Video.

Tra la fine del 1800 e il 1940, quasi quattro mila afroamericani vennero linciati dalla folla negli Stati Uniti, principalmente nel sud: per essere martoriati bastava aver fatto un complimento a una ragazza bianca.

Ogni forma di giustizia popolare negli Stati Uniti, venne proibita nel 1968.

di Cristina Monasteri

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