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Per operare una riflessione sull’importanza di preservare la memoria intesa come conservazione di un bene di primaria necessità volto alla costruzione di ciò che chiamiamo presente o futuro, ho ritenuto importante il sussidio di un film dalla spiccata poeticità iconografica e originalità stilistico-narrativa: Ogni cosa è illuminata. Si tratta dell’opera prima del regista Liev Schreiber, che porta sul grande schermo l’omonimo libro di Jonathan Safran Foer, appartenente alla categoria della terza generazione di scrittori che hanno ricordato la Shoah. Il film risulta particolarmente efficace, soprattutto a livello metaforico, nella contrapposizione dei binomi cecità/vista, oscurità/luce, passato/presente, oblio/memoria, saturando la pellicola di senso.

Ogni cosa è illuminata mette in scena il viaggio in Ucraina di uno studente americano, Jonathan Safran Foe, deciso a trovare la donna che salvò suo nonno dai nazisti. È un viaggio alla ricerca del passato attraverso le buie vie della memoria, con l’obiettivo di “illuminare” ciò che apparentemente sembra oscuro e inaccessibile, ricostruendo la vita di un villaggio cancellato. La categoria di genere è quella del road movie particolarmente utile da un lato all’esaltazione del “quadro” cinematografico composto con uno spiccato gusto pittorico tangibile soprattutto nelle scene paesaggistiche, dall’altro a sviscerare al meglio la matassa narrativa così da favorire la conoscenza dei personaggi e l’incontro/scontro con un “mondo” nuovo e sconosciuto al protagonista. La spinta per iniziare la ricerca e intraprendere il viaggio, arriva a Jonathan da una vecchia fotografia del nonno e da un nome che apparentemente non ha alcun significato: Trachimbrod. In realtà si tratta di uno dei numerosissimi shtetl, i villaggi abitati soltanto da ebrei, bruciati e dimenticati durante la seconda guerra mondiale, molto diffusi nell’Europa orientale. L’unica traccia di questo luogo appartiene alla memoria di chi ne ha collezionato ricordi e custodito l’esistenza.

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Scena tratta dal film Ogni cosa è illuminata (La collezione di Jonathan)

Jonathan si reca, quindi, in Ucraina per cercare Augustine, la donna ritratta nella foto con suo nonno e che lo salvò dai nazisti. Qui incontra Alex, un ragazzo molto singolare attratto dalla cultura e dallo stile di vita occidentale, il cui padre gestisce a Odessa un’agenzia di viaggi specializzata in tour per ebrei che vogliono rivisitare i luoghi da cui sono fuggite le loro famiglie per salvarsi dai nazisti, e suo nonno, Alexander Perchov un uomo burbero e sopra le righe. Proprio a lui è legata la riflessione metaforica cecità/vista, perché Alexander Perchov è un uomo che ha cancellato del tutto il suo essere ebreo rinnegando il suo passato e trasformandolo addirittura in un rabbioso antisemitismo. A livello iconografico tutto ciò è messo in scena attraverso una falsa cecità dell’uomo, il quale avvalendosi di scuri occhiali e della presenza di una cagnolina bizzarra definita “psicopatica”, mostra una più profonda e oscura volontà che si può tradurre in un “non voler vedere”. Anche il protagonista, Jonathan, è legato al concetto di visione, i suoi occhiali da vista, infatti, per tutta la prima parte del film assumono un ruolo centrale sottolineato dall’indugiare della camera sulla loro ingombrante presenza quasi a coprire il volto del ragazzo. Spesso schermano gli occhi e piuttosto che aiutare la vista si pongono come ostacolo o distanziatori nei confronti di una realtà che fatica a rivelarsi. Anche in questo caso la messa in scena diventa metafora di una incapacità di vedere/ricordare intesa come impossibilità di comprendere il passato; per questo Jonathan ha l’ossessione di collezionare e conservare tracce della sua esistenza. Solo la consapevolezza di una visione illuminata sul passato può fare di lui un uomo libero.

Pian piano lungo il viaggio Jonathan mette insieme i pezzi del suo passato riuscendo a ricomporre la sua stessa immagine fino a quel momento sgretolata in numerose piccole tracce come quelle da lui collezionate. Allo stesso modo, man mano la visione si fa sempre più chiara. Il nonno di Alex, infatti, si ferma davanti a un campo di girasoli che opera un doppio richiamo pittorico, da un lato il campo di girasoli di Van Gogh e dall’altro la land art attraverso il viale sterrato immerso tra il verde, dicendo di andare a chiedere informazioni lì. È una casa immersa tra i fiori come fosse un’isola racchiusa dentro una bolla sganciata da ogni tipo di collegamento esterno. A dimostrarlo è proprio la donna che vi abita che vedendo i ragazzi chiede se la guerra sia finita. A Tachimbrod 1064 vite vennero spezzate dai nazisti, solo due si salvarono: il nonno di Jonathan che era appena partito per amore e il nonno di Alex che riuscì a sopravvivere all’esecuzione. Ognuno dei personaggi è, dunque, lungo il suo cammino cieco ma il viaggio dentro il passato e dentro se stessi, li condurrà a una presa di coscienza in grado di “illuminare” ogni cosa. Lo stesso Alex, ad esempio, rimane molto colpito dall’ossessione di Jonathan consistente nel conservare oggetti per aggiungerli alla sua collezione ma ciò che appare evidente è che quest’ultimo non lo fa per mera passione quanto piuttosto per un bisogno di tutela della memoria. Sarà Jonathan stesso a dirlo quando Alex gli chiederà cosa lo spinga a fare tutto ciò, rispondendo: “ho paura di dimenticare”. Il viaggio farà, quindi, sì che ciascuno dei personaggi torni cambiato rispetto al momento in cui è partito: ciascuno imparerà a lottare contro le proprie fobie e i propri limiti, impererà a conoscere “il diverso” e soprattutto tornerà ricco della più preziosa conquista, il passato.

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Scena tratta dal film Ogni cosa è illuminata (La casa nel campo di girasoli)

Il film può essere suddiviso in due parti, anche se non è presente un evidente spartiacque tra esse. La prima è caratterizzata da uno spiccato registro comico ed è il momento in cui viene presentata la famiglia quasi grottesca di Alex e si palesa l’incontro con la loro esatta antitesi: Jonathan. Le diversità culturali affrontate con ironia lasciano spazio a una riflessione legata al concetto di “scambio inteso come arricchimento”. Man mano che si va avanti nel viaggio si assiste, però, ad uno slittamento in favore del piano tragico in cui la ferita dell’Olocausto non può concedere margini secondari. Jonathan diventa, così, un Caronte con la missione di traghettare lo spettatore in un viaggio lungo la memoria volto non solo alla scoperta ma alla presa di coscienza di ciò che non dovrà mai essere dimenticato.

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Ph. Riccardo Pareggiani

In ultima analisi mi permetto di soffermarmi su una profonda ricchezza che appartiene alla mia memoria legata alle passeggiate nel ghetto di Roma, all’affetto verso una famiglia di religione ebraica che rappresenta uno degli incontri “illuminati” della mia vita. A loro devo dire grazie perché mi hanno insegnato a vedere con i loro occhi e sentire con il loro cuore, mi hanno regalato momenti importanti della loro vita e della loro storia dandomi la sensazione tangibile che certe ferite continuano a sanguinare affinché nessuno possa mai negare che sia veramente accaduto e affinché nessuno possa più permettersi di impadronirsi del destino altrui. Il senso di profonda vergogna di chiamarsi umani davanti a un sorriso spezzato non conosce la risoluzione del tempo. La memoria è indispensabile per ricordare chi siamo e segnare un cammino che non conosca più lo scavalcamento dei diritti umani, primo tra tutti il diritto alla vita. Fino a che si consumeranno stragi nell’assoluta indifferenza del mondo saremo uomini privi di memoria.

Di Claudia La Ferla

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