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Il sole si nasconde dietro a nuvoloni grigi, ma la temperatura non è così rigida, come nelle ore precedenti. Mi dirigo subito all’ex stazione ferroviaria e, quando arrivo, una fila interminabile di uomini è in attesa del pranzo. I volontari di Hot Food Idomeni, un gruppo di ragazzi e ragazze provenienti da tutta Europa, dalle 12.30 alle 14.30 distribuiscono l’unico pasto ai migranti che stazionano lì, nell’inferno di Belgrado. Avvolti nelle coperte grigie donate da UNHCR si dispongono silenziosamente uno davanti all’altro, pronti a cibarsi di una zuppa di legumi e verdure con alcune fette di pane.

L’unica certezza e l’unico appuntamento quotidiano. Dopo aver scambiato alcune parole con Chris, londinese che da fine estate, dopo un’esperienza a Idomeni, è fisso a Belgrado, e con Albert, croato, volontario di passaggio, faccio un giro nei due capannoni principali.

Ormai dismessi, nel giro di qualche mese sono diventati delle vere e proprie discariche: ci si trova di tutto, da scarti di cibo al fango, da lattine ad escrementi, dai topi ai piccioni. E proprio all’interno di questi stabili, dalla fine della scorsa estate, vivono afghani e pakistani, che scappano dai loro paesi per raggiungere l’Europa, “the safe place“.

Yarouf, un ragazzo di 17 anni, in viaggio con il cugino suo coetaneo, mi dice che tre anni fa è stato in Italia “Sono andato a Bari, a Brindisi, a Foggia, a Roma e a Milano. Sono andato poi in Francia, a Parigi. Guarda – mostrandomi le foto sul suo telefono – questo era il mio tutor francese e qui quando siamo andati sulla Tour Eiffel”. Poi, con un po’ di tristezza, mi dice “alla fine del viaggio sono tornato a casa, in Afghanistan, perché avevo un negozio, che ora non esiste più” e mi fa vedere quello che era il suo lavoro, uno store di gioielli, in perfetto stile medio orientale. Lui, ragazzo con una vita normale, aveva deciso di viaggiare in Europa tre anni fa. La stessa Europa che oggi gli volta le spalle. La stessa Europa incapace di accoglierlo.

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Continuo il mio giro, immersa in quella nube di fumo causata dai fuochi perennemente ardenti, unica fonte di calore che riesce a spezzare il gelo che cade su Belgrado. La neve si sta sciogliendo fuori, ma le temperature sono ancora troppo basse, soprattutto per chi, come loro, non ha altra fonte di calore. Incontro occhi, tanti occhi di chi ha sofferto ma che è ancora in piedi, occhi di chi preserva ancora la propria dignità, occhi di coraggio e determinazione, che ricambiano il mio sguardo. E si crea subito un’intesa, si fa presto a scambiare parole: tutti mi chiedono come stia, e alla mia domanda “e tu come stai?” c’è chi mi dice “sì, sto bene”, chi inizia subito a raccontare la propria storia: molti sono arrivati da mesi, chi da 3 chi da 4 chi da 6. C’è chi ha provato la notte precedente ad attraversare la frontiera, con la polizia ungherese pronta a rispondere con violenza, chi invece chiede come è la situazione alla frontiera e quando l’Europa deciderà di farli passare.

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Dopo poche ore, mi si avvicina un ragazzo, esile esile e con gli occhi tanto vispi. Mi sorride, gli chiedo il nome e quanti anni ha. Lui è Salamola, 15 anni, afghano, capelli lunghi, appiccicati al viso “ieri notte ho provato ad attraversare la frontiera” – mi racconta – “la polizia mi ha spruzzato qualcosa negli occhi e sono svenuto. Ora ho un grande problema agli occhi”, lo accompagno fuori, a prendere un po’ di aria fresca. L’istinto di abbracciarlo è forte, quel ragazzino è uno dei tantissimi minori che viaggiano da soli: partito dalla sua casa, vuole raggiungere un parente in Germania. Affabile, si crea immediatamente un legame speciale tra noi due. Mi invita a vedere la sua “doccia” (uno dei tanti barili che i migranti riempiono di acqua) e con fare ironico mi chiede “è bella, vero?” e io, spontaneamente sarcastica, gli dico che è la più bella doccia che abbia mai visto!

Lui ride, mentre io mi sento terribilmente impotente. Ci salutiamo e continuo il mio giro, questa volta tra vecchi vagoni di un treno, rifugio per altri migranti, immersi nella neve che stenta a sciogliersi. Dopo due anni di attivismo con i migranti, dopo due anni che mi occupo di accoglienza, con l’associazione Baobab Experience, mi rendo conto di quanto i 60mila migranti che son passati a Roma siano fortunati ad aver incontrato persone come noi, un gruppo di volontari che si dedica a loro, andando oltre a una mera assistenza, facendoli sentire parte integrata e integrante di un gruppo.

A Belgrado, invece, questa folla di migranti in transito è abbandonata a se stessa, nessuno si preoccupa e si occupa di loro, se non qualche donatore sporadico, se non il gruppo che gli distribuisce il pranzo. Poche le attività: molti fanno delle passeggiate, oppure, specialmente i più piccoli, passano il tempo a giocare a Tochmdjangi, il gioco con le uova che consiste nel riuscire a rompere il guscio dell’uovo dell’avversario con il proprio.

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Qui incontro un gruppo di ragazzi pakistani, sui ventanni, che stanno asciugando alcuni vestiti davanti a un fuoco acceso. I vagoni sono diventati la loro casa: pentole, mestoli nella zona cucina, coperte e vestiti nella zona notte; davanti a quella che era un tempo la porta di ingresso, un ragazzo si sta facendo la doccia servendosi di una bacinella dove ha messo dell’acqua calda.

Iniziamo subito a scherzare, mi chiedono dell’Italia, di Roma, mentre sono molto restii a raccontare del Pakistan, quindi non insisto.
Prima di andare via incontro di nuovo il piccolo Mowgli, Salamola, che mi invita a vedere la sua stanza. È pazzesco come questo ragazzino di 15 anni riesca ad essere sempre sorridente e positivo, nonostante viva in quel luogo disumano. Vado con lui, mi mostra il suo “letto”: un angolo di un quadrilatero delimitato da assi di legno. Vicino a lui altre 5 persone, ognuna delle quali si è ritagliata lo spazio necessario per allungare almeno i piedi.

La mattina seguente torno al campo, vedo un gruppo di persone intente a parlare con dei referenti di CRPC (Crisis Response and Policiy Center): stanno distribuendo un foglio che riporta la notizia di un centro a 20 minuti da Belgrado, dove è possibile avere cibo, vestiti, doccia e letto. “Freedom of movement” è scritto a caratteri cubitali: è proprio questo che blocca i migranti a voler andare nei centri istituzionali, il non poter ripartire quando vogliono, il non potersi spostare, perché bloccati, registrati nel posto in cui non vogliono rimanere.
Molti sono sfiduciati, mi chiedono se sia giusto andare, cosa ne pensi io. Rispondo che secondo me devono almeno provarci, è un posto al chiuso, possono almeno dormire in un letto, cambiarsi i vestiti, farsi una doccia. Chi si lascia convincere, chi resta dell’idea di non andare…
Cerco Salamola, devo salutarlo prima di andare via: mi dice, tenendo lo spazzolino in mano, che è il momento della doccia. Tutto gasato si avvia verso il suo barile e mi dice “ci vediamo dopo”.
Prima di andare via, un ragazzo mi ferma e mi chiede “cosa pensi di tutto questo?”, non riesco a trovare la parola giusta e commento con un “penso che sia incredibile”. Lui mi ringrazia, mi stringe le mani e mi sorride.

Foto e testo di Francesca Del Giudice, Volontaria Baobab Experience

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