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Prinsengracht, è una strada di Amsterdam, omonima del canale del Principe (Guglielmo I d’Orange, detto il Taciturno). Il canale, poco sotto il gomito dell’Amstel, risale verso nordovest abbracciando la città in una stretta concentrica insieme a Keizersgracht, canale dell’Imperatore ed Herengracht, canale dei signori.

Al numero 263 di Prinsengracht, un portone verde scuro, di legno lucido. Una piccola targa.
Sullo sfondo chiaro, pochi caratteri maiuscoli:

ANNE

FRANK

HUIS

Una facciata di mattoni si leva per tre piani, tre finestre per piano.
Accanto c’è un caffè.
Non è facile convincersi a entrare. Alcune situazioni rendono claustrofobici.
Coraggio: un respiro, come se dovessimo restare in apnea. Come se dovessimo sbarcare su un altro pianeta.
Non è facile, una volta dentro, convincersi a restare tra quelle mura senza cedere alla voglia di fuggire un po’ per vergogna, un po’ per senso d’impotenza.

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Ritratto di Anne – immagine tratta da http://www.annefrank.org

Annelies Marie Frank, nata il 12 giugno 1929, morì a Bergen Belsen nel 1945: il suo diario è divenuto una delle testimonianze più significative della Shoah.
Kitty, questo il nome dato da Anne al suo confidente di carta, è inizialmente una scrittura privata nella quale la ragazza esprime il desiderio di mantenere segrete le sue esperienze, le sue riflessioni ed emozioni.
Scorrendone le pagine, si assiste gradualmente a una trasformazione consapevole da confidenza privata a vera e propria cronaca della vita nel periodo di guerra. Successivamente infatti, Anne decise di riscrivere il proprio diario in seguito all’appello fatto da un membro del governo olandese in esilio, tramite la radio: raccogliere testimonianze scritte al fine di denunciare i soprusi tedeschi sulla popolazione olandese, durante il conflitto mondiale.
Questo fa di Anne una scrittrice nel senso più completo del termine: la consapevolezza della testimonianza.

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I manoscritti -immagine tratta da http://www.annefrank.org

Tutti conosciamo la versione del 1947 che costituisce grosso modo la prima edizione del diario, curata dal padre di Anne, Otto il quale decise di aggiungervi alcune pagine da I Racconti dell’alloggio segreto, scritti dalla ragazza durante la clandestinità contemporaneamente al diario e al suo “quaderno delle belle frasi”, sul quale appuntava le citazioni che più la colpivano, durante le sue letture.

Museo a partire dal 1960, la casa è il luogo in cui le famiglie Frank e Van Daan vissero in clandestinità per due anni, tra il 1942 e il 1944, durante l’occupazione nazista dei Paesi Bassi.

Siamo al secondo piano. Davanti a noi, una libreria. Una libreria in legno, ma anche una porta che cela le stanze segrete sul retro dell’edificio.
Dietro alla libreria, una ripida scala. Si sale, un gradino alla volta, portandosi addosso una sensazione di pericolo, di instabilità che nulla può diradare, nemmeno il ricordo del caffè lì fuori, con i suoi tavoli e le tazze fumanti. Le pareti sembrano restringersi sulla nostra testa e, quando il senso di soffocamento è al culmine, si arriva in soffitta.
Sembra di violare lo spazio più intimo di un essere umano, la sua casa.
Ma quella era, per Anne e i suoi coinquilini, una vera casa?

Molti trovano bella la natura, molti dormono qualche volta all’aria aperta, molti, nelle prigioni o negli ospedali, sospirano il giorno in cui, liberi, potranno nuovamente godere la natura, ma pochi sono, come noi, chiusi colla loro nostalgia e isolati da ciò che è patrimonio sia del povero che del ricco.*

Ogni passo, ogni scricchiolio, un colpo al cuore.
Immaginatevi di dover vivere senza poter dimostrare di esistere.
Ci sono delle foto sulle pareti, dei ritagli di giornale: una cartolina raffigura degli scimpanzé nell’atto di prendere un tè. Una foto, stampata in segreto, raffigura la famiglia reale durante l’esilio in Canada.
Nella camera da letto, un piccolo scrittoio. Una lampada. Un astuccio. Libri.

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La stanza di Anne nell’alloggio segreto – immagine tratta da http://www.annefrank.org

In bagno, gli asciugamano stanno ancora lì, appesi come se il tempo si fosse cristallizzato, come se lei dovesse arrivare da un momento all’altro, con la vitalità che traspare dalle sue pagine, a chiederci di farci un po’ più in là ‘ché la cena è pronta e bisogna lavarsi le mani.

Passare attraverso la porta-libreria ci intrappola in un tempo immobile.
Tra quelle pareti, le vite strappate alla vita dalla follia seminata dall’odio continuano a produrre eco nei pensieri del visitatore.
Si scende, poi, nelle sale dedicate allo spazio espositivo dove, sotto una teca di vetro, si intravede già da lontano il volumetto con la copertina a quadri rossi e bianchi. L’oggetto che più rappresenta la resistenza di una giovane donna che, seppure nulla poté per fermare la morte, tanto deve essere ringraziata per il suo messaggio di speranza affinché nulla di simile capiti nuovamente:

È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo.*

Mi vengono in mente innumerevoli esempi di donne e uomini privati di ogni dignità che, riscattati dalla potenza della scrittura e, attraverso essa della testimonianza, non hanno rinunciato al bisogno di raccontare e di lasciarci un’eredità molto preziosa: la Resistenza.
La Resistenza non può e non deve essere limitata dalla memoria di un solo evento per quanto tragico esso sia. La memoria deve fornire gli strumenti che permettano agli uomini del futuro di riconoscere l’odio ovunque si annidi: in ogni epoca, contro ogni popolo.

Mi chiedo quante Anne vivano ancora, nascoste in qualche antro o scantinato o in balìa delle onde del mare.
Quante Anne, invece, sono rimaste uccise sotto alle bombe.
Quante Anne senza voce?

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Photo Copyright Michelangelo Mignosa

Quanti diari non leggeremo mai? Quanto ancora l’Europa vuole ignorare delle ingiustizie che non servirà ricordare fra mezzo secolo attraverso conte postume?

Quanti spazi per la memoria, quanti musei non apriranno mai poiché le case sono state rase al suolo?

Cosa sarebbe stato della casa di Anne se una bomba l’avesse distrutta, portando un velo d’oblìo sulle sue parole?

Qual è la memoria che vogliamo conservare per crescere figli consapevoli di quanto sia vigliacco fomentare l’odio nei confronti dei propri simili?

La storia ci ha già dato le sue risposte, settanta anni fa.
Quanto conosciamo la storia? Quanta memoria abbiamo perduto?

 

R-esistete!

di Cristina Monasteri

*da Il diario di Anne Frank. Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1959.

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