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Anche quest’anno abbiamo deciso di onorare la Giornata della Memoria con una serie di testi nati da riflessioni o spunti quotidiani. La Memoria rischia spesso di rimanere un puro virtuosismo se si arrocca in una dimensione trascorsa e talvolta a-storica. Tuttavia, gli orrori del passato sono sempre pronti a rivivere -diversi, eppure identici a se stessi- sotto i nostri occhi.

Quello che ci insegna la storia è che non dobbiamo mai abbassare la guardia, mai sentirci veramente al sicuro dal pericolo di degenerazioni razziste. Dobbiamo conservare sempre dentro di noi la capacità di riconoscere il pericolo nelle sue mutate forme. Proprio per questo, anche quest’anno abbiamo deciso di ricordare attivamente lo sterminio nazista: evento unico nella storia, ma non solo.

Guardando oltre le differenze, rimane immutato il nucleo della barbarie.

Cosa cambia se a morire è un ebreo, un cattolico, un ateo o un musulmano?

Cosa cambia se a morire è una donna bionda o un uomo castano?

E’ diversa la morte se hai la pelle bianca o nera?

Per noi la risposta è no.

Wounds Without Borders

*Photo Copyright: Alessio Mamo. [Mohammad, 7 anni, di Daraa, Siria, dorme nel suo letto. In seguito a un incendio divampato nel camper dove viveva con la famiglia nel campo profughi di Zaatari, ha subìto gravi ustioni. Nell’incendio suo fratello è morto mentre altre quattre persone sono rimaste ferite]

Ogni creatura di questa terra ha diritto a una vita degna, ha diritto alla felicità, ha diritto alla sicurezza. Nessun abitante di questa terra ha più diritto su essa rispetto ad altri ed è arrivato il momento di ammettere -finalmente con chiarezza- che l’attuale modello economico è insostenibile senza la schiavitù di una enorme fetta del pianeta in perenne espansione.

Continuamente l’umanità si ostina a dividere fra degni ed indegni della vita. Costantemente in luoghi diversi del pianeta uomini, donne e bambini sono esposti ad intollerabili soprusi perché nati nel luogo sbagliato al momento peggiore. Con Auschwitz e la costellazione della morte generata dai campi di sterminio, l’umanità intera credeva di essersi confrontata con un abisso di orrore irripetibile.

Ma quell’orrore è tornato decine di volte da allora. Basti pensare che i gerarchi nazisti rifugiatisi in Sud America formarono i nuovi torturatori che -col tacito appoggio degli Stati Uniti e tramite il Piano Condor– annientarono una intera generazione, insanguinando tutti i paesi che aderirono al programma in cambio di aiuti economici. Soldi in cambio di sangue. Old, but gold.

Tornando a noi, accettiamo quotidianamente che le persone muoiano davanti ai nostri occhi volutamente ciechi. L’ecatombe del mare si aggiunge a quella della terra. L’Europa dei diritti non solo non prova vergogna e rimane immobile di fronte alla più grande catastrofe umanitaria dal secondo dopoguerra, ma punisce chi tenta di alleviare la sofferenza dei sommersi che forse non si salveranno.

In Libia è ormai accertata la presenza di campi dove si compiono stupri, abusi, violenze, traffici di organi ai danni di chi ha una sola grande colpa: sognare una vita migliore. Donne e uomini sono attualmente in fuga non solo da guerre di fronte a cui il diritto internazionale codificato sembra essere mera carta straccia come ci dimostra la Siria, ma anche da territori devastati dal nostro insaziabile consumismo.

Abbiamo spogliato, devastato e depradato per secoli quegli stessi paesi da cui ora provengono i migranti che ci rifiutiamo di accogliere. E li lasciamo affondare in mare dopo aver rimpinguato il business della morte. Sul fronte balcanico, osserviamo la gente morire di freddo. Sì, di freddo. E di fame. Osservando le attuali foto che arrivano da Belgrado, qual è la differenza con le marce della morte dei nazisti? Qual è la differenza con le umilianti file cui erano costretti gli Ebrei per l’unico pasto caldo della giornata? A parte la presenza del colore nelle foto, non si tratta sempre di esseri umani privati della dignità da assurde leggi umane che calpestano l’eterna legge della natura?

Wounds Without Borders

*Photo Copyright: Alessio Mamo. [Rawan, 10 anni, nella sala operatoria durante l’intervento chirurgico cui è stata sottoposta dopo essere rimasta ustionata e aver parzialmente perso i capelli per l’esplosione di una bomba nel 2007 a Ramadi, in Iraq]

L’unica possibile salvezza è RESISTERE. Dobbiamo resistere conservando dentro di noi quella pietas, quella solidarietà, quell’umanità che i governi cercano di estirpare architettando guerre fra poveri e distinguendo fra noi e loro. Noi siamo Loro. La resistenza non è mai stata così attuale, così necessaria e si fa offrendo pasti caldi, coperte, vestiti puliti. Si resiste nel conforto di una carezza, nel silenzio di un abbraccio a un figlio arrivato dal mare che non merita il dolore che ha vissuto. Si resiste invitando un figlio della fortuna a festeggiare il Natale con la propria famiglia. Si resiste rifutando la pretestuosa distinzione fra migranti economici e profughi, come se la carestia e la fame fossero meno mortifere della guerra. La resistenza è memoria attiva. La resistenza è oggi. La resistenza siamo NOI. Ogni giorno.

*Antigone, Sofocle

di Maria Grazia Patania


Gli scatti del testo sono del fotografo Alessio Mamo che per la prima volta ci accompagna durante una programmazione. Sono stati fatti presso l’ospedale di chirurgia ricostruttiva di Medici Senza Frontiere ad Ammam, in Giordania, e mostrano le tragiche conseguenze dei conflitti sul corpo dei bambini. Sono loro, ancora una volta, le più fragili vittime delle guerre condotte da adulti irresponsabili. Ed è a loro che dobbiamo pensare quando qualcuno prova a convincerci che esistano guerre giuste o che alcune persone siano terroristi solo in virtù del luogo di nascita. Questo ospedale accoglie e cura feriti di guerra provenienti da tutto il Medio Oriente e dimostra che il vero terrore non conosce frontiere.

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