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Il fotografo italiano spiega cosa lo ha motivato ad attenersi ai fatti

L’enorme crisi umanitaria che da anni scuote l’area del Mediterraneo, toccando picchi senza precedenti nei mesi scorsi, ha spinto fotografi professionisti e non a documentare il dramma dei migranti che ha notevoli ripercussioni sia sulla politica che sull’opinione pubblica europea.

Un rapporto pubblicato a Dicembre dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni stima che nel 2015 fino a fine di Novembre siano arrivate via mare oltre 900.000 persone, giungendo principalmente in Grecia e Italia. I migranti provengono da vari paesi, ivi inclusi Siria, Afghanistan, Iraq, Pakistan, Eritrea, Nigeria, Somalia, Sudan: si tratta del più grande esodo verificatosi in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale.

Le foto di migranti e rifugiati che giungono a Lesbo, ammassati su sentieri scoscesi in Grecia a Idomeni o lungo i binari a Tovarnik (alla frontiera serbo-croata, n.d.t.) sono state diffuse ovunque da riviste internazionali e agenzie stampa. Senza dubbio questa è stata la storia di maggior rilievo del 2015 e quando è arrivato il momento di selezionare un fotografo che l’ha documentata in modo esemplare, fra tutti è emerso un nome: Alessandro Penso.

Penso non è stato il solo a raccontare questi eventi. Come da lui stesso affermato di ritorno dalla sua prima missione a bordo di una nave di salvataggio di MSF, la crisi dei migranti è stata quella storicamente più documentata: “Sarei curioso di vedere i dati, ma credo che si tratti dell’evento che ha generato il più alto numero di fotografi“, dichiara Penso, se si considera fra l’altro che i fotografi professionisti non erano gli unici a scattare foto perché gli stessi rifugiati documentavano il proprio viaggio.

Il lavoro di Alessandro Penso si distingue in ragione della sua forza e della sua vastità. Era presente sulle coste di Lesbo e Chios mentre i migranti attraversavano l’Egeo in condizioni disperate. Ha atteso insieme a loro a Corinto mentre tentavano di imbarcarsi illegalmente verso l’Italia. Ha documentato i terribili viaggi dei rifugiati a Idomeni e la situazione al limite dell’isteria a Tovarnik (Croazia) quando i migranti ammassati nei vagoni dei treni provavano a raggiungere Germania, Austria e Svezia. E’ stato nei campi profughi delle città di frontiera di Harmanli e Banya (Bulgaria) documentandone le precarie condizioni di vita senza servizi sanitari di base. Ha testimoniato la crisi a Nador (Marocco) e Melilla (Spagna) in cui migranti disperati si scontravano con recinti di filo spinato. A Calais si è trovato davanti dei migranti che avevano trovato riparo in campi di fortuna e tentavano di salire sui camion diretti in Inghilterra

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Tuttavia la vastità del suo lavoro non è solamente geografica. Penso va oltre il tumulto degli eventi e i numeri esorbitanti per cogliere quei momenti di effimera quiete e silenziosa solitudine che offrono una comprensione più profonda: nelle sue foto percepiamo la stanchezza e disperazione dei migranti e così riusciamo a penetrarne le storie.

Penso ha iniziato la sua carriera da fotografo relativamente tardi. Ha studiato psicologia clinica presso l’università La Sapienza a Roma  – disciplina che ha incentivato la delicata sensibilità che emerge nel ritrarre i civili- per poi dedicarsi alla fotografia a 27 anni, circa 10 anni fa. Nel 2007 ha ricevuto una borsa di studio in fotogiornalismo alla Scuola di Cinema e Fotografia di Roma dando così inizio alla sua vera formazione sul campo.

Il suo talento è stato riconosciuto da subito con premi e borse di studio. Il Project Launch Award a Santa Fe, il Burn Emerging Photographer Fund, il Magnum Foundation Emergency Fund -per citarne alcuni- hanno incoraggiato e sostenuto economicamente il suo talento. Il World Press Photo gli ha assegnato il primo premio nel 2014 per la categoria General News rafforzando ulteriormente la sua carriera a livello internazionale.

Penso ha iniziato a occuparsi di migrazioni in Europa nel 2010, concentrandosi ogni anno su un paese diverso. “Mi affascinano le migrazioni nelle loro varie sfumature, mi affascina ciò che si cela dietro questo termine che racchiude realtà così diverse fra loro“. Penso cerca sempre di andare oltre i meri eventi di attualità in modo da offrire una analisi del loro significato e impatto non solo su chi le vive, ma anche sulla società in generale.

Il suo lavoro si è appositamente concentrato entro le frontiere europee, scelta che diventa spesso voce critica nei confronti della politica -o dell’antipolitica come la chiama lui- attuata dai governi europei per affrontare la crisi. A suo avviso, non solo l’Unione Europea ha dimostrato una sconvolgente mancanza di lungimiranza, ma ha anche rinnegato la sua vera natura venendo meno ai principi di unità e fratellanza tanto a lungo vantati. Il muro di cemento che l’Ungheria ha costruito è emblematico di questa degenerazione. “Da sempre mi concentro su quanto avviene sul nostro territorio, su chi arriva [in Europa], su come vive e si integra, sulle conseguenze delle leggi che approviamo“.

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Tovarnik, Croatia, 20/09/2015. Un poliziotto urla contro un migrante che prova a salire a bordo di un treno a Tovarnik.

 

Il suo interesse per le migrazioni scaturisce da fattori privati ed endemici del suo paese. Il nonno venne in Italia da Corfù in Grecia. “Mi ha sempre colpito il fatto che abbia avuto la possibilità di ricominciare da zero e costruire ciò che oggi fa anche parte della mia vita“. L’esperienza di Penso -profondamente legata alla sua storia familiare- è stata amplificata da un evento molto documentato dalla televisione italiana. Nell’estate del 1991 migliaia di Albanesi in fuga dal regime comunista requisirono una nave carica di zucchero per giungere a Bari. Penso ricorda chiaramente la disperazione sul volto di quelle persone.

Quelle immagini influenzano tutt’ora il suo approccio. Nel suo lavoro tenta di restituire umanità ai soggetti che fotografa, ricreando delle immagini insolite. “E’ mia premura presentarmi alle persone, sentire il calore di una stretta di mano, scambiare un sorriso e conversare senza fretta“. Fondamentale è poi comprendere -e non solo vedere- il dolore e il tormento dei suoi sogetti. “Può sembrare ovvio, ma in situazioni di tale e tanta disperazione, le persone avvertono il calore umano e hanno bisogno di sentirlo“.

Dal momento che le sue foto rivelano la realtà al di là delle ultime notizie e delle agenzie stampa, il suo lavoro mira anche a scuotere l’opinione pubblica e si rivolge ai politici con interrogativi amari e spesso provocatori. “Cosa ci aspettiamo da chi arriva e vive in condizioni così estreme? Se un ragazzo di 15 anni rischia la sua vita attraversando il mare, spostandosi dalla Grecia all’Italia dentro un camion alla mercè dei trafficanti e trascorre gli anni più importanti della sua vita a raggiungere un immaginario EL Dorado, cosa ci aspettiamo poi?” E secondo Penso, fotografi e giornalisti hanno un ruolo decisivo.

Davvero possiamo ignorare il trascorso di queste persone, come noi fotografi abbiamo fatto per anni, pensando che l’Europa non abbia alcuna responsabilità in questa situazione? Veramente basta far vedere una persona che intraprende un viaggio disperato attraverso il deserto per raggiungere l’Italia e il nostro lavoro termina lì?

Penso in ragione della sua documentazione così profondamente umana ed esaustiva sta fornendo un ottimo esempio e pertanto i suoi scatti sono stati selezionati per il TIME’s Pick for Story of the Year.

Alessandro Penso è un fotografo freelance che fa base in Italia. Profondamente interessato a tematiche sociali, il suo lavoro si concentra sulla crisi migratoria del Mediteranneo ed è stato pubblicato su svariate testate internazionali .

Traduzione dall’inglese di Maria Grazia Patania
Revisione Francesca Colantuoni

Original in English by Lucia De Stefani here


Questo articolo è uscito il 15.12.2015. Un anno dopo, con la chiusura della rotta balcanica e il vergognoso accordo UE-Turchia, i luoghi menzionati nell’editoriale sembrano un ricordo lontano che impallidisce. Eppure sono migliaia le persone prigioniere di confini, frontiere e leggi ingiuste che -invece di proteggerle- le umiliano. Mi è sembrato importante riproporre il lavoro di Alessandro Penso proprio per non dimenticare questa realtà.

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