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Vengo da un piccolo paese dove le strade sono rocce, pietra e sabbia.

Sono nata in questo luogo e immagino di morirci senza esserne mai uscita.

Un po’ mi dispiace perché sento dei racconti bellissimi di un mondo che non conosco. Sono venuta a sapere che ci sono posti dove se apri la finestra, invece del deserto, trovi una roba liquida e piatta che a volte diventa selvaggia e ruggisce. Si chiama mare e mi hanno detto essere diversa dall’acqua salmastra che esce dai nostri rubinetti. Ho anche saputo che questa cosa liquida bagna il nostro stesso paese. Pare quindi che mi sia toccato di vivere lontano dal liquido pacifico che a tratti ruggisce.

Ho 20 anni e sono una puttana. Così mi dicono almeno. A dire il vero, andando oltre il significato di questa parola che non conosco bene, non mi piace il modo in cui mi sputano addosso la p. Le donne soprattutto. Non che io esca moltissimo, però quella p sputata in faccia e quelle sciabolate delle t mi inquietano così tanto che mi tolgono un po’ la voglia di uscire.

Allora è il mio amico prete che spesso mi aiuta con la spesa. Il mio amico prete si chiama Victor e lo sa bene di attirarsi un sacco di maldicenze venendo qui. “Prete, che va a trovare la puttana?”. Ma quello se ne frega, beato lui. Arriva qua con la sua tunica sgualcitissima che di volta in volta io cerco di rattoppargli, ma niente… Si vede che ha fatto troppi inverni… Dicevo: arriva qui, con la tunica rattoppata, la Bibbia e un libretto piccolino che mi pare gli piaccia pure più della Bibbia, ma se glielo chiedo si infastidisce e improvvisamente ingoia un banco intero di nuvole finché non gli si blocca pure la lingua. Victor è un uomo buono ed è per questa sua bontà –credo- che in fondo in fondo nessuno si beve le maldicenze che si dicono in paese. Tutti sono convinti che venga qui a redimermi, a salvare la mia anima, a recuperare il mio destino dalle fiamme dell’inferno o altre cose orribili quanto inverosimili. Apprezzerei di più se qualcuno mi salvasse quel corpo dentro cui abita l’anima. Ma tant’è…

In verità lui viene qui per insegnarmi la rivoluzione che non faremo mai. E per farsi curare la tristezza coi miei biscotti alla cannella.

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*Photo Copyright: Alessandra Lucca

Io e Victor ci siamo conosciuti quando ero ancora una ragazzina, avevo 13 anni più o meno e rimasi orfana dell’unica persona che avevo avuto in vita: mia madre. Mia madre era puttana anche lei e come lei mia nonna. “Ci teniamo alle tradizioni di famiglia”, mi diceva quando si pittava le labbra prima di ricevere un cliente. Pittare è sbagliato, si dice truccare in questi casi, colorare eventualmente. Mia madre ci teneva molto che io non rimanessi ignorante e io apprezzavo moltissimo la premura con cui racimolava un centesimo alla volta i soldi per comprarmi i libri. Mi pareva male dirle che sotto un corpo sudato che mi scuote senza amore l’apostrofo perde rilevanza. La vita stessa, in effetti, perde rilevanza. Era una donna di buon cuore, con un animo fatto di agave e cacao. Non mi sgridava mai ed era molto paziente. Ma perdeva la pazienza per i verbi sbagliati. La puttana che parla pulito, la chiamavano. E la schernivano per questo. D’altra parte se fai la vita, ma a cosa ti serve la grammatica?

E invece secondo mia madre serviva… C’è un’eleganza speciale nei sentimenti che si cesellano come piccole perle attraverso le sillabe, diceva lei. Cesellano, diceva. Lo giuro. Non ho mai sentito nessuno di quelli che la pagavano e la insultavano e la denigravano usare questo termine. Una volta a un tizio glielo chiesi se sapeva cosa volesse dire “cesellare”. Mi guardò come fossi scema e, non fosse stato per mia madre che prontamente lo attirò nella sua stanza, probabilmente mi avrebbe dato un manrovescio.

Sono così gli uomini: un po’ primitivi a volte e troppo permalosi. Magari mi sbaglio perché cosa posso saperne io del mondo… Però mi danno l’impressione di essere fragili dietro quella corteccia che graffia. Di certo possono essere pericolosi e questo io l’ho capito da bambina.

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*Photo Copyright: Alessandra Lucca

Mia madre si chiamava Blanca e, per una bizzaria della vita, era scura di pelle e di capelli. Non so molto della sua vita prima di me perché non amava raccontare il suo passato. Diceva che il passato è buono per i poeti che si possono sedere fra gli eventi come su un’amaca in giardino dondolandosi fra i ricordi. Per lei il passato era una costellazione di violenze e di stenti. Era nata povera da una prostituta che se l’era trovata incastrata nel ventre accogliendola come una immane disgrazia. Cosa che di fatto era stata perché con la sua esistenza sottomarina le aveva causato nausee e dolori, facendole anche sospendere il lavoro per un certo periodo. Quando era nata, era stato anche peggio: piangeva spesso di fame, di sete, di sonno e di malinconia dell’utero. Sosteneva mia madre di ricordare la vita acquatica che aveva vissuto dentro mia nonna. Da bambina mi raccontava che un giorno aveva parlato con un cavalluccio marino, sarà stato verso il sesto mese. In un’altra occasione invece era rimasta per ore con una stella marina attaccata sulla sua schiena di piccolo feto rannicchiato ridendo di un riso felpato che mia nonna aveva scambiato per singhiozzo. Il giorno in cui ebbe la malaugurata idea di portarmi in regalo un libro sulle creature marine, capii che il cavalluccio e la stella marina sulla schiena se li era inventati perché vivono in quel liquido chiamato mare. Senza contare poi che altrimenti mia nonna avrebbe partorito anche loro. E io non ho altri parenti.

Di mio però posso dirvi che ogni tanto un fratello cavalluccio marino e una sorella stella di mare li avrei voluti. Ma ora sto divagando…

Non era stata molto amata nella sua vita. A parte da me, ovviamente. E quindi tutto l’amore che non aveva avuto se lo era inventato. E le sue invenzioni arrivavano fino a me nella forma di storie, di favole, di racconti che mi regalava nei momenti più svariati  e senza alcun preavviso. Una volta, ad esempio, mentre mi lavava nella tinozza mi disse che ero la figlia di un principe biondo che era arrivato a lei dopo aver girato il mondo e attraversato i mari. Non le feci troppe domande e accettai la cosa con ingeuità. Non mi dispiaceva immaginarmi figlia di un principe piuttosto che di un tizio qualunque arrivato per caso.

Io credevo alle sue storie e ne inventavo altre a mia volta per non soccombere al dolore del reale: nel mio mondo inventato nessuno poteva sputarmi addosso le p e accoltellarmi con le t. Nel mio mondo inventato non vendevo il mio corpo per poco e tutti mi rispettavano.

di Maria Grazia Patania

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