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“Comunicare è da insetti, esprimerci ci riguarda.
Manlio Sgalambro”

È buio, finalmente arrivo a Piazzale Spadolini, parcheggio, mi fermo per rollare una sigaretta. Apro la busta di tabacco che mi urla IL FUMO UCCIDE – SMETTI SUBITO. Dev’essere cambiata la legge perché ora non c’è un angolo del pacchetto che non richiami la morte.

Mi sembra assurdo, ipocrita, considerando che è lo stesso papà Stato incapace di proteggere centinaia di persone vulnerabili in transito per Roma. Quello che vuole risolvere tutto con uno sgombero dopo l’altro, cercando di disintegrare la rete di solidarietà costruita a fatica dal Baobab Experience, unica realtà locale che offre protezione e dignità a questi fratelli e sorelle senza status. Fortunatamente i volontari resistono e, anche se hanno perso tutto durante l’ultimo sgombero, stasera sono qui, in questa parte deserta della stazione Tiburtina per ricominciare daccapo. Grazie alle donazioni sperano di recuperare il minimo indispensabile per garantire un pasto e servizi sanitari. Hanno lanciato un altro appello di solidarietà ma stasera fa davvero freddo, non ho idea di cosa troverò una volta svoltato l’angolo. Faccio un respiro, accendo la sigaretta e vado, mi vengono incontro due ragazzini.

Hi (sorriso)

Hi (sorriso)

Hi, How are you? (sorriso)

Good. (sorriso)

What’s your name? (sorriso)

I’m Aman, he Meron (sorriso)

I’m Francesca, nice to meet you (stretta di mano e sorrisi)

Have you been here long?

………… (sguardo perso)

S-I-E-T-E Q-U-I D-A  M-O-L-T-O-? (le mani mi corrono in aiuto mimando le mie parole)

No English, no Italiano. Eritrea.

Aman, Meron ed io sorridiamo e non ci scoraggiamo, troviamo un modo per capirci perché l’uomo è una creatura spettacolare, i nostri istinti ci fanno superare qualsiasi tipo di ostacolo. Così mi raccontano che Aman è in Italia da 5 mesi, ha 19 anni, è arrivato da solo, l’unico eritreo. Nessuno con cui parlare per 5 mesi, perché lui non sa le lingue ed ha viaggiato solo. È felicissimo di aver incontrato Meron, anche lui eritreo, con cui ha potuto finalmente confidarsi. Meron lo abbraccia e guardandomi dice “mio fratello”. Sono giovanissimi, hanno un passato difficile, il loro presente è incerto ed il loro futuro inesistente eppure sorridono ed hanno una gran voglia di vivere e comunicare.

Siamo al centro della piazzola dove i volontari stanno finendo di montare le tende. Attorno a noi c’è grande movimento. Molti più italiani di quanto pensassi, molti più sorrisi e risate che scaldano il cuore di quanto sperassi. Molte persone con cellulari fanno foto e filmati. Meron sorride e mi dice “italiani piace telefono-video-facebook.” Io alzo le spalle e mi vergogno un po’, però penso, se aiuta a risolvere il problema ben venga. “Siamo qui per aiutarvi, le foto ed i video servono per far sapere a tutti quello che succede”. Non  mi capiscono ma sorridono.

Quanti anni hai?

Io grande lui bimbo. Aman traduce per l’amico poi ridono.

No vero! Io due zero.

No vero, lui uno cinque, io uno nove! ahaha

Qual è la vostra destinazione?

Io Olanda. Meron Inglilterra. Famiglia,

Mentre chiacchieriamo le tende sono state montate, non sono sufficienti ma se le faranno bastare. Accanto a noi un gruppo di ragazzi gioca al salto con la corda. Sorridono tutti, Aman, Meron, i volontari, chi come me è lì per capire come si può aiutare. Poi sento un pianto, è un pianto di bimbo. Saluto i ragazzi con un abbraccio e seguo le lacrime. Eccola lì, una bimba di appena più di un anno, in lacrime in braccio alla mamma. Una volontaria le porta del latte. Altri sono al telefono per trovare una sistemazione adeguata ad una creatura così piccola e fragile. Siamo a novembre, non a giugno. Alzo lo sguardo e vedo il padre. Gli occhi fissi. Deve essere un incubo per un padre non poter proteggere la propria figlia. Vedo nei suoi occhi quel senso di impotenza che ferma il tempo. La moglie prova a dirgli qualcosa ma lui non risponde. Le volontarie gli spiegano che hanno trovato un posto per la sua famiglia. Lui annuisce ma è immobile. La bimba non piange più.

bimba

Eppure io la sento ancora a distanza di settimane. Sì perché questa è una storia vera, vissuta in prima persona un mese fa. Da allora il Baobab è stato fatto sgomberare diverse volte. Da allora ci sono stati tanti appelli, anche da parte di organizzazioni importanti come MEDU e UNHCR, i volontari hanno organizzato eventi, conferenze stampa e manifestazioni, l’amministrazione comunale e quella regionale non rispondono, papà Stato è distratto.  Eppure la battaglia continua e non si fermerà finché lo status di “migrante in transito” sarà riconosciuto a livello nazionale ed internazionale ed i diritti di ogni essere umano verranno garantiti sempre, ovunque ed indistintamente.

Siamo a dicembre e nulla è cambiato. Caro papà Stato, vorrei che capissi che L’INDIFFERENZA UCCIDE più del fumo, vorrei farti conoscere Aman e Meron ed i loro sorrisi, vorrei farti sentire il pianto di quella bambina. Caro papà Stato, L’INDIFFERENZA UCCIDE – SMETTI SUBITO.

Testo e foto di Francesca Colantuoni

AGGIORNAMENTO: Riporto le parole del Baobab del 2/12/2016: “[…] ieri notte le decine di migranti transitanti che da giorni dormivano all’addiaccio sui marciapiedi della stazione Tiburtina hanno trovato accoglienza presso il centro di Via del Frantoio sostenuto da Roma Capitale e gestito dalla Croce Rossa Italiana. […] L’intervento di oggi, che “mette una toppa” ad una situazione che era oramai divenuta insostenibile, lo abbiamo dunque già visto innumerevoli volte. Ciò che ci aspettiamo dall’amministrazione Raggi e dalle altre istituzioni (Prefettura, Regione) sono i passi successivi; ossia che Roma recuperi il grave ritardo rispetto ad altre grandi città europee che vivono questo fenomeno e appronti adeguati presidi umanitari che possano offrire prima accoglienza, assistenza socio-sanitaria e orientamento legale sul diritto d’asilo.”

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