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Il fotografo Ugo Borga ha trascorso gli ultimi 15 anni in giro fra Africa, Medio-Oriente e Europa per documentare luoghi devastati dalla guerra. A marzo è stato in Sud Sudan per testimoniare l’attuale conflitto che sta dilaniando il paese da quando, nel 2011, si è dichiarato indipendente dal Sudan. Borga ha trascorso un mese negli stati di Jonglei, Laghi ed Equatoria Centrale (Sud Sudan) per realizzare dei ritratti di rifugiati sfollati a causa delle violenze in corso. “La popolazione del Sud Sudan vive in condizioni disastrose“, dice Borga. “Le persone sono costantemente vittime di attacchi da parte delle milizie e hanno abbandonato ogni forma di agricoltura o attività economica perché costrette a fuggire“.

Borga è stato arrestato con l’accusa di spionaggio nella città di Bor per aver fotografato un paese all’apice della sua fragilità, nonostante fosse in possesso di un accredito ufficiale del Ministero dell’Informazione del Sud Sudan. “Le forze di polizia a Bor non riconoscono le autorità dello Stato Centrale a causa della guerra civile“, afferma Borga.

L’arresto lo ha costretto a fuggire da Bor senza poter conoscere il destino di un neonato che aveva incontrato nell’ospedale del luogo. Un’ostetrica gli disse che la madre del neonato -che lui non ha incontrato- aveva perso il marito durante il conflitto ed era stata ripetutamente stuprata da più uomini. La donna partorì 4 figli in seguito agli stupri, ma a causa del trauma subìto ne aveva uccisi 3 ed era sul punto di uccidere anche il neonato quando dei testimoni in mezzo alla strada lo hanno salvato. “Il bambino aveva pochi giorni quando l’ho visto nell’ospedale di Bor“, racconta Borga.

I suoi ritratti in bianco e nero mostrano persone di età diverse. Il bilancio della violenza è dolorosamente ovvio.

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Uno dei rifugiati che ha posato per Borga si chiama Duku: un bambino di circa otto anni, incontrato mentre nel campo si distribuiva da mangiare. Indossa delle infradito, una maglietta e un abito che gli copre il corpo. Duku ha perso genitori, fratelli e sorelle. Disperato e senza nessuno che potesse aiutarlo, per due mesi è stato in cammino fino ad arrivare al campo Mingkamann  dove una famiglia di rifugiati lo ha preso con sé. “Non parla molto della sua storia“, dice Borga in merito al passato di Duku. “Credo abbia bisogno di molto tempo per metabolizzare quanto vissuto e il dolore che ha patito“.

Mi ha colpito molto incontrare bambini dotati di una eccezionale resilienza“, continua “In molti casi non hanno nemmeno 10 anni e si prendono cura di fratelli e sorelle più piccoli, dimostrando un grande senso di responsabilità e cura nei loro confronti in situazioni davvero difficili. Credo che questo sia l’aspetto più commovente di quanto ho visto, un aspetto al contempo drammatico e consolatorio“.

Ugo Borga è un fotoreporter, membro della Echo Photo Agency.

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Traduzione di Maria Grazia Patania

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