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Il ruolo che ha il conflitto tra i sessi, il tema ricorrente della prostituzione, delle sofferenze dei personaggi femminili sempre fortemente caratterizzati, permette di soffermarsi sulla complessa e contraddittoria questione dei modi di rappresentazione del femminile nella cultura coreana prendendo come esempio il regista Kim Ki-duk.

Questo argomento deve tenere conto di due premesse: la prima di ordine critico appartenente alla visione dello stesso autore, la seconda di carattere storico culturale riguardante la condizione e il ruolo delle donna nella tradizione coreana. Alcune figure messe in scena dal regista Kim Ki-duk sono simili alle prostitute e alle donne degradate del pittore Egon Schiele (pittore viennese appartenente alla corrente di Klimt), dalla cui pittura Kim Ki-duk è fortemente influenzato persino nella composizione del quadro/inquadratura.

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Nudo femminile sdraiato sul ventre. Egon Schiele 1917

Il paragone con la pittura di Schiele rafforza l’idea che morte ed erotismo coincidano, infatti si può notare come nelle visione del pittore Schiele (ma in fin dei conti anche in quella di Kim Ki-duk) l’uomo e la donna condividono un destino comune, compagni nella sofferenza senza essere per questo liberati dalla propria solitudine. Ecco che l’erotismo non esclude la perenne presenza della morte, queste due forze che determinano la condizione umana sono strettamente legate tra loro. Per quanto riguarda la donna nel cinema e nella società coreana occorre sottolineare che la tradizione, dominata da un’etica basata su principi confuciani, subordina la donna all’uomo che ne è in un certo senso il padrone. Nel cinema la sessualità delle donne viene utilizzata per simboleggiare la libertà perduta sotto il dominio coloniale giapponese durante gli anni venti e trenta: l’abuso sessuale è simbolo dell’agonia dei coreani sotto l’occupazione straniera. Successivamente il sesso diventa causa di confusione e catastrofe e ha spesso le caratteristiche del grottesco e dell’eccentrico. Il sesso è visto come unico mezzo di sopravvivenza disponibile per queste donne in una società centrata sui valori maschili. La figura dominante è la ragazza sfortunata e rassegnata che piange le proprie miserie. Negli anni Settanta, nel periodo dell’industrializzazione, in questa società alla ricerca del benessere materiale e del piacere, si diffonde a livello cinematografico il tema della sessualità e della prostituzione femminile, anche perché diventa un costume diffuso. Il sesso è il prodotto di vendita e le donne vanamente attendono un amore in grado di salvare la propria anima. Negli anni Ottanta si rafforza la posizione sociale e l’autoaffermazione delle donne, con uno sguardo più attento alla loro condizione. Si dice che le donne coreane abbiano sviluppato un sentimento particolare chiamato han, che significa all’incirca la tristezza che si prova per una sfortuna incontrollabile. È, infatti, un sentimento che associa la tristezza e la rassegnazione sotto la duplice oppressione delle avversità politiche e dell’ineguaglianza sessuale.

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Dal film Ferro 3. Kim Ki-duk 2004

Prevalentemente vittime della violenza e degli egoismi maschili, le donne nei film di Kim Ki-duk sono personaggi di rilievo anche quando non sono protagoniste. La loro sofferenza e la loro subordinazione è palese ma anche la loro determinazione, l’intraprendenza, il coraggio, la creatività. Dalla donna come oggetto sessuale, oggetto del desiderio, spiata, venduta e comprata, alla donna vendicativa, assassina, che stabilisce le regole del gioco. Nello specifico il tema della prostituzione è presente in quasi tutti i suoi film diventando, in alcuni, addirittura argomento principale attorno a cui ruota tutta la storia (Bad guy, La samaritana). Mi preme riportare un unico esempio, il film Ferro 3 – forse il più conosciuto del regista coreano – in cui appare una significativa messa in scena del personaggio femminile. La ragazza porta letteralmente sul volto i segni della sua sofferenza e della sua pesante condizione coniugale. Il ragazzo entra in casa e si accerta che sia vuota, senza neanche vedere la ragazza rannicchiata contro la parete vicino ad una porta scorrevole. Quando apre la porta, si guarda intorno senza notarla e la macchina da presa si abbassa per inquadrarla seduta a terra in una immagine del suo profilo sinistro che è riflesso nello specchio. Il seguente piano frontale mostra la sua figura con lo stesso profilo illuminato e quello destro in penombra; solo alla terza inquadratura di lei si nota, in un mezzo primo piano, l’evidente lesione intorno all’occhio dovuta ai continui maltrattamenti del marito. Ciò che appare evidente nella cinematografia di Kim Ki-duk è la condizione di una donna rassegnata, fuori luogo, sola, ferita e sottomessa con violenza. La donna, dunque, è vittima delle ingiustizie e del desiderio maschile, di una tradizione culturale che il regista denuncia e analizza attraverso diversi punti di vista: dalla sensibilità nel cogliere il dramma nella figura femminile, al distacco e alla freddezza di certi rapporti in cui prevale la supremazia dell’uomo che domina attraverso il frequente uso della violenza.

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Dal film Ferro 3. Kim Ki-duk 2004

La prostituta, in particolare, non interessa a Kim Ki-duk come figura sociale degradata che dispensa o cerca amore. Non c’è nessun pietismo nel raccontare le vicende; la prostituta è l’immagine speculare del maschio violento, muto, che si esprime con il linguaggio del corpo e sul corpo. Nella visione di Kim Ki-duk l’uomo sembra agire esclusivamente in base a quello che Freud definisce principio di piacere insito nella natura umana che serve a scaricare la tensione energetica generata dagli impulsi di desiderio attraverso il soddisfacimento dello stesso. In pratica l’uomo vive in preda a degli impulsi che non è in grado di controllare, privo ancora del principio di realtà che serve, invece, a controllare i propri istinti e guidarli in una direzione razionale e produttiva. Il mondo esplorato da Kim Ki-duk è abitato da individui che vivono ai confini della realtà sociale, frustrati e ingabbiati nelle proprie regole e nei propri tabù. Quasi tutte le figure femminili nei film di Kim Ki-duk decadono in un modo o nell’altro allo status di donne-oggetto ma sarebbe un errore pensare a una visione misogina del regista coreano; al contrario il suo vuole essere un atto di denuncia di una situazione sociale incancrenita attraverso le crude immagini che violentano lo sguardo dello spettatore. Dice il regista stesso: «ho una attenzione per la figura della prostituta perché penso che loro vivano il limite delle esperienze umane. La gente comune non vede del tutto come è fatto l’uomo, le prostitute vedono e sentono più intensamente la bruttezza umana. La vita senza ossigeno, i pesci senza acqua, sono un po’ come le prostitute che non hanno rispetto da parte della gente “normale”, la gente con una morale. È questa mancanza di rispetto a creare sofferenza. Anche la mancanza di rispetto senza percosse è comunque una violenza».

Di Claudia La Ferla

Foto prese dal web.

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