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Il metodo della permacultura, diffuso in tutto il mondo a partire dagli anni Ottanta, nasce in Australia: è lì che Mollison e Holmgren, fondatori di questo sistema, iniziano a praticarne i principi.
L’idea che la permacultura sia una soluzione utilizzata da diverse comunità sparse in differenti parti del mondo, non è propriamente esatta poiché la permacultura è, prima di tutto, rete a prescindere dalle distanze effettive tra le diverse realtà.


I corsi di formazione (PDC) prevedono 72 ore di apprendimento nella progettazione permaculturale e rilasciano un certificato con valenza internazionale. Nonostante le oltre centomila persone formate agli inizi del nuovo secolo, la permacultura fatica ad affermarsi come sistema realmente alternativo rispetto ai modelli dominanti delle monocolture: secondo Holmgren i motivi risiederebbero nella visione consumistica che, mantenendo un approccio puramente economico, sarebbe per definizione ostile alla possibilità di autosufficienza e autonomia in ambito locale.
In permacultura non si rende necessaria una drastica modifica dell’ambiente e, di conseguenza, il metodo resta applicabile a qualsiasi territorio purché, alla base del lavoro di progettazione del sistema permaculturale, vi sia un approfondito studio topografico dell’area interessata.
Inoltre, è importante un approccio ragionato anche in base al clima e, più in particolare, ai microclimi che possono essere diversi anche a pochi chilometri di distanza: il posizionamento delle infrastrutture dovrà considerare e sfruttare l’insieme di questi aspetti al fine di definire la soluzione migliore possibile per i bisogni e le caratteristiche di ogni essere o elemento integrato.

La permacultura può essere applicata anche a spazi urbani mediante la sostituzione, in luoghi pubblici, di piante ornamentali in favore di specie utili alla produzione di cibo definendo un nuovo tipo di orto, quello urbano. L’applicazione della permacultura in aree diverse del pianeta ha sollevato, già all’inizio degli anni ’70, una questione relativa al bioregionalismo: una visione ecologica, culturale e politica che punta all’individuazione di bioregioni nelle quali sarebbe fondamentale prendere in considerazione e preservare la cultura e le tradizioni locali.

Considerati questi aspetti, tenteremo di presentare alcuni esempi di applicazione della permacultura nel mondo:

Oceania
L’Australia è il paese in cui si trova la maggiore concentrazione di progetti permaculturali, nonché di scuole di formazione a livello universitario. Queste ultime offrono la possibilità di apprendere i principi e le modalità di progettazione sul campo, all’interno di sistemi già avviati.
Gli stessi padri della permacultura hanno sempre aperto le porte delle loro proprietà a chi volesse approcciarsi a questo modo di intendere la presenza e l’incidenza dell’uomo sugli ambienti naturali.
In Australia, ci sono realtà permaculturali nelle zone di Melbourne (Victoria), di Brisbane e nel Nuovo Galles del sud.
Il Permaculture Research Institute – Australia fondato da Mollison offre non solo molte possibilità di formazione, ma costituisce soprattutto una valida rete in grado di fornire informazioni e aggiornamenti sui miglioramenti delle pratiche adottate dalle comunità aderenti.

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Ph. Ignazio Schettini – Think Globally at The Channon craft market

A Tikopia (Isole Salomone) la permacultura è applicata dagli abitanti dell’isola mediante la realizzazione di vere e proprie foreste alimentari in cui vengono applicate le modalità di coltivazione utilizzate anche negli altopiani della Nuova Guinea.
In Nuova Zelanda ci sono molte comunità permaculturali, la più conosciuta è la Rainbow Valley Farm, di più di venti acri e fondata nel 1988.

 

Africa
L’applicazione dei principi della permacultura, in Africa è fortemente legata alle necessità di miglioramento della condizione di siccità e mancanza di cibo in cui versa una buona parte della popolazione.
In Kenya, in una zona rurale vicina al confine con l’Uganda, è nata la fattoria Badilisha Eco Village Foundation Trust che, sviluppando una forma di agricoltura sostenibile, è uno degli esempi più significativi dell’applicazione della permacultura in Africa.
La permacultura si è diffusa, inoltre, tra l’Uganda e il Sudan fornendo anche posti di lavoro per i giovani coinvolti in progetti che abbiano come fine ultimo l’autosufficienza della popolazione locale.
In Zimbabwe sono state costruite più di cinquanta scuole che sfruttano gli insegnamenti della permacultura per mettere in pratica tecniche di coltivazione ecosostenibili.
Nel 2001 l’UNHCR ha pubblicato un documento in collaborazione con SAFIRE (Southern Alliance for Indigenous Resources) al fine di approfondire i rapporti tra i princìpi permaculturali e le risorse tipiche del territorio africano, dando particolare rilievo alla prospettiva di applicare la permacultura nei campi per rifugiati.

Asia
Il Permaculture Institute of Asia, offre percorsi formativi e mantiene una rete di contatti tra le realtà che condividono i principi e i metodi permaculturali nel continente.
In Cambogia è nato un consorzio di organizzazioni non governative allo scopo di impiegare la permacultura al fine di rendere la popolazione autonoma nella produzione del proprio sostentamento alimentare.
Dopo lo tsunami del 2004, l’Indonesian Development of Education and Permaculture ha preso parte ai soccorsi e ha contribuito tramite la formazione della popolazione colpita per quanto riguarda gli aspetti sanitari e le tecnologie sostenibili al fine di consentire l’autosufficienza della comunità in risposta all’emergenza.
Uno dei principali contributi è stata la realizzazione di un sistema di raccolta e trattamento, in piccola scala, delle acque piovane che sfrutta il modello naturale dei canneti.
In Thailandia, invece, il progetto Panya che utilizza elementi di biodesign per costruire le proprie infrastrutture, ha applicato i principi della permacultura al fine di convertire la monocoltura del mango in favore di una azienda biologica in cui viene, finalmente, rispettata la biodiversità grazie alla realizzazione di una foresta alimentare.
Il modello di foresta alimentare è stato applicato, ad esempio, anche nelle Filippine: il ki Bathala Garden è una realtà aperta a chiunque voglia offrire la propria collaborazione come volontario o semplice visitatore con lo scopo di condividere e diffondere le pratiche adottate per la coltivazione e l’allevamento.
L’ Himalayan Permaculture Centre, in Nepal, è una ONG nata dall’iniziativa di agricoltori della zona di Sukhet (al confine con l’India), in cui accanto all’applicazione dei principi permaculturali, vengono realizzati corsi in cui si forniscono, oltre agli strumenti didattici, risorse come le sementi necessarie alla coltivazione ecosostenibile.

Europa
La European Permaculture Convergence (EUPC), nata nel 1992 è stata ospitata da Germania, Gran Bretagna, Slovenia, Repubblica Ceca, Belgio, Slovacchia, Bulgaria e, quest’anno dall’Italia, a Bolsena.
Situata all’interno della cornice del Festival di Permacultura, durante la prima settimana di settembre 2016, ha avuto come tema, lo slogan “Permaculture: a living community”.
L’EUPC si svolge ogni due anni ed è strutturata come un ciclo di convegni attraverso i quali viene data voce agli esperti di permacultura provenienti da tutta Europa: si tratta di preziosi contributi che consentono la condivisione di metodologie ed esperienze. Workshop e dibattiti, proiezioni di documentari e film consentono di affrontare i temi cari alla “rivoluzione permaculturale” che vertono, principalmente, attorno ai fondamentali di resilienza e condivisione.
Il continente europeo ospita molti esempi di applicazione della permacultura: Austria, Ucraina, Danimarca, Serbia, Lituania, Spagna, Romania, Olanda e molti altri; in ognuno di questi paesi sono nate, negli anni, associazioni, istituti e accademie con lo scopo di formare nuovi esperti che applichino e integrino nel territorio, i fondamentali appresi.

BALKEP è un progetto ecologico attivo nei balcani che promuove la realizzazione di habitat umani ecologicamente sani in cui vengono proposti nuovi approcci al consumo di cibo, alla costruzione di case ma anche ai metodi di commercializzazione dei prodotti con l’obiettivo di difendere la biodiversità caratteristica della penisola.
Numerose, le attività legate alla permacultura in Gran Bretagna. Ci sono progetti legati al teleriscaldamento generato dalle biomasse o dallo sfruttamento dell’energia solare; progetti di cohousing, attività regionali ecosostenibili e foreste alimentari. Inoltre, la United Kingdom Permaculture Association raccoglie informazioni sui progetti e sui luoghi in cui vengono praticati i principi propri della permacultura.
L’Accademia italiana di permacultura, fondata all’inizio degli anni 2000 dai primi diplomati italiani in permacultura, offre corsi di formazione inerenti la progettazione e l’apprendimento attivo; oltre che incontri periodici, detti Plenarie, al fine di consolidare la rete che collega le diverse esperienze di permacultura nel mondo.
Uno dei progetti più significativi degli ultimi anni è costituito dall’iniziativa di un agronomo barese, Ignazio Schettini che si è posto come obiettivo la traduzione in italiano di Permaculture: A designers’ Manual. Considerata l’importanza delle pratiche nell’ambito della progettazione di un sistema permaculturale, è ormai chiara la necessità di rendere accessibile anche ai permacultori italiani, uno strumento prezioso come il Manuale di Mollison.  

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Ph. Ignazio Schettini

America
Lo scorso settembre a Hopland in California, dove esiste un’intensa attività permaculturale, si è tenuta la seconda NAPC – North American Permaculture Convergence, ospitata dall’undicesima Northern California Building Resilient Communities Convergence. Questi meeting hanno lo scopo di promuovere le attività tramite conferenze, laboratori, lavori di gruppo e il confronto fra designer, comunità, attivisti per la giustizia sociale, aziende, educatori con l’obiettivo di continuare ad alimentare una rete che si estende in tutto il continente, generando un importante movimento di resistenza comunitaria di fronte agli abusi che subiscono la natura e la società.
La permacultura, diffusa nel continente americano dall’Argentina al Canada, conta migliaia di aziende agricole, fattorie, ecoville, agriturismo e molte organizzazioni che ne condividono l’etica i princìpi e all’interno dei quali vengono promossi corsi di formazione e incontri a livello universitario che coinvolgono le tradizionali facoltà di agraria ma anche le Università Popolari di Permacultura.
A Porto Rico esiste un Programma di Certificazione per Agriturismo che ha come scopo la promozione dello sviluppo responsabile tramite la condivisione di parametri stabiliti che consentano la conservazione delle risorse naturali e culturali le quali, a loro volta, garantiscano una buona offerta turistica.
L’associazione Plenitud offre diverse proposte inerenti attività di ricerca, di insegnamento e condivisione di pratiche che coinvolgono aspetti di bioedilizia, agricoltura, e turismo sostenibile.
In Messico la permacultura è stata introdotta negli anni ’80: oltre agli insegnamenti condivisi fra contadini, a Tlaxco,  sono stati aperti dei centri educativi sulla progettazione e la bioedilizia.
Oggi, ci sono diverse associazioni che promuovono la permacultura: nel 2004, a Oaxaca, è nato il Centro Autonomo per la Creazione Interculturale di Tecnologie Adeguate, dove vengono realizzati prototipi di biomacchine che utilizzano le biciclette come forza motrice. L’IMAP (Istituto Mesoamericano di Permacultura), con sede in Guatemala, è un centro votato all’educazione ambientale: fondato per sostenere le attività ecologiche locali e la cultura maya (ancora presente in tutto il Mesoamerica, regione che comprende Messico, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Costa Rica, El Salvador e Belize).
In America è molto comune osservare la presenza di un forte legame fra i percorsi permaculturali e le conoscenze tramandate dalle antiche civiltà ma anche da migliaia di popolazioni aborigene che ancora oggi vivono in stretto contatto con la terra.
Le più importanti città maya venivano progettate considerando le caratteristiche del paesaggio e le conoscenze astronomiche, mentre la pratica di sofisticate tecniche agricole permetteva la produzione di grandi quantità e varietà di cibo. Queste antiche culture sapevano che solo un corretto sfruttamento della natura poteva permettere la sopravvivenza della loro popolazione nel tempo e, perciò, la rispettavano.
I permacultori americani sanno di essere in possesso di un’eredità millenaria che sfrutta tecniche agricole di incredibile efficienza: ne è un esempio il sistema di coltivazione su terrazze che consente di sviluppare efficienti sistemi di raccolta, distribuzione e stoccaggio.
In Peru, Casa Ninfa (nella zona Miraflores di Lima), ospita l’Instituto Peruano de Permacultura con un grande giardino destinato per metà all’orto e per metà a un rifugio di volatili: una riserva naturale all’interno della città, dove si impartiscono lezioni di tecniche di nutrizione e corsi di permacultura.
In Argentina, a Navarro (provincia di Buenos Aires), troviamo la Ecovilla Gaia: associazione attiva dai primi anni ’90 e dove, a marzo del 2000, si è tenuto il primo Congresso Latinoamericano di Permacultura, organizzato dall’ Instituto Argentino de Permacultura. Gaia è una villa ecologica dove tutti i principi della permacultura vengono praticati, dall’agricoltura organica, alla bioedilizia, al riciclaggio.
In Brasile, ad esempio, dove la deforestazione è stata devastante, si calcola che grazie ad alcune azioni governative mirate, nell’ultimo decennio, il diboscamento si sia ridotto del 70%. A Brasilia l’IPOEMA, l’Istituto di Permacultura, Ecovillaggi e Ambiente, cerca di creare una coscienza attiva fra le comunità sparse sul territorio in modo da provare a ristabilire un rapporto sano fra uomo e natura.
Secondo un’indagine del 2015, condotta dal Ministero per l’agricoltura del Peru (paese che si trova al terzo posto fra i paesi con maggiore biodiversità al mondo), nel paese vengono usati 4.400 specie di piante per alimenti, medicine, fibre, tinture, legna e altri prodotti: un affare di circa 4.000 milioni di euro l’anno.
Si stima che, nel 2050, sul nostro pianeta ci saranno oltre 9 miliardi di abitanti e il suolo latinoamericano ospita un quarto delle terre potenzialmente coltivabili.
Uno dei problemi che preoccupa di più ecologisti e permacultori americani è la deforestazione. Gli esperti, in una ricerca pubblicata dal Banca mondiale (organizzazione costituita dalla Banca Internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo e dall ‘Agenzia internazionale per lo sviluppo), sostengono che lo strato superficiale di circa un centimetro di un terreno coltivabile che protegge il suolo dall’erosione, può impiegare fino a mille anni per rigenerarsi.

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Ph. Ignazio Schettini

I governi hanno un ruolo fondamentale sia nel proteggere la natura mediante decisioni che siano lungimiranti e in contrapposizione alle logiche economiche che sfruttano le monocolture, sia nell’educare la comunità in modo da coinvolgerla nella comprensione dei problemi e delle possibili soluzioni da adottare per contrastare povertà, siccità, contaminazione.

Di Cristina Monasteri e Rodrigo Galvàn Alcala

 

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