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Da permanent culture, agricoltura permanente, la permacultura si basa su un approccio all’agricoltura fondato sulle connessioni tra società umana e natura.
Il concetto viene espresso, per la prima volta, agli inizi del Novecento da Franklin Hiram King nel volume Farmers of Forty Centuries: Or Permanent Agriculture in China, Korea and Japan in cui  l’agronomo statunitense ne parla come un sistema sostenibile, a tempo illimitato.


La permacultura, infatti, è un esempio di resilienza in cui i paesaggi che subiscono l’intervento dell’uomo, vengono concepiti in modo da poter soddisfare i bisogni primari delle popolazioni che ne sfruttano l’applicazione senza diventare gravosi per l’ambiente circostante.
Il metodo della permacultura, influenzato dai lavori di Stewart Brand, Sepp Holzer e Masanobu Fukuoka, viene teorizzato e sviluppato negli anni ’70 in Australia, grazie all’opera di Bill Mollison e David Holmgren.

Mollison è ritenuto il fondatore della permacultura che, nata come un insieme di pratiche volte al mantenimento naturale della fertilità dei terreni, viene sviluppata come un sistema integrato di progettazione che coinvolge aspetti ecologici, economici, architettonici.
Insieme a Holmgren, con cui condivide la paternità del termine, pubblica Permaculture One, nel 1978.
In seguito al grande successo di Permaculture One, Mollison intraprende una serie di viaggi con lo scopo di promuovere il nuovo modello. Holmgren, invece, si concentra principalmente sul perfezionamento e la sperimentazione della permacultura in Australia, nelle sue proprietà; successivamente si presterà come consulente di progettazione permaculturale.

Permaculture Two, pubblicato nel 1979, amplia le idee espresse nel volume precedente poiché affronta la possibilità di applicare la permacultura a intere comunità prevedendo e ripensando la costruzione di edifici e di tutti gli aspetti necessari alla realizzazione di insediamenti umani ecosostenibili.

Nel 1988, Mollison pubblica quello che verrà riconosciuto come il testo sacro della permacultura: Permaculture: A Designer’s Manual*.
A conclusione del percorso intrapreso con Permaculture One e Permaculture Two, questo volume è un manuale per la progettazione di insediamenti umani sostenibili che siano in grado di reinvestire il surplus prodotto e di assecondare i tempi della natura. Si tratta di uno strumento indispensabile, una guida che fornisce soluzioni pratiche a questioni di integrazione di diversi e fondamentali aspetti: elementi di design, studio del clima, dinamiche sociali, princìpi legali ed economici, produzione, manutenzione.

Partendo dalla presa di coscienza del definitivo fallimento dei sistemi attuali, bisogna trovare una soluzione positiva che crei abbondanza; un sistema che, assecondando le leggi naturali, si governi da sé, sia libero.

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Ph. Ignazio Schettini – I raccolti in un sistema permaculturale. La differenziazione che genera equilibrio e abbondanza.

La permacultura si fonda sull’etica della condivisione, della cura e della restituzione. È inconcepibile che i partecipanti a un progetto di questo tipo non condividano gli stessi fondamentali inerenti la cura della terra e la cura delle persone.
Facendo propria l’etica della vita, secondo la quale ogni essere ha uno scopo intrinseco, si rende possibile la costruzione di una realtà sostenibile: in una logica di questo tipo è inevitabile la produzione di surplus che venga distribuito equamente e reinvestito internamente, facendo spazio a una nuova idea di società dell’abbondanza. Questa è la vera rivoluzione: dove c’è differenza, ci sono equilibrio e fertilità.
La permacultura potrebbe essere la risposta che, assecondando i processi naturali, fornisca eccellenza energetica e una concreta alternativa per il futuro.
I sistemi basati sulle monocolture hanno fallito provocando gravi danni relativi a inquinamento, siccità e impoverimento dei terreni per via di interessi economici che risponderebbero alle logiche di mercato ma che, in definitiva, si sono rivelate inutili per la gran parte della popolazione mondiale: su 117 paesi in via di sviluppo, nel 2015, 52 sono stati censiti come paesi in cui il livello della fame è alto.

La permacultura permette, a differenza della monocoltura, di instaurare un rapporto uomo-natura che sia continuo e che richieda un intervento minimo di manutenzione poiché asseconda, come detto, il naturale scorrere delle stagioni.
Tuttavia la progettazione, proprio per rendere il sistema sostenibile e libero, richiede uno studio ponderato dei diversi fattori e degli elementi integrati nel sistema.
Il primo passo riguarda la suddivisione del territorio in zone, tenendo conto dei luoghi in cui si svolgerebbero la maggior parte delle attività: la casa e le stalle, l’orto, i vivai, le coltivazioni, gli alberi da frutto; fino a quella zona selvaggia che verrà lasciata allo stato naturale e che ha la funzione principale di fornire materiale per il riscaldamento o la concimazione.
Fondamentale importanza hanno i fattori topografici, climatici e legati ai fenomeni atmosferici quali i venti, l’inclinazione dei raggi solari, le piogge, il susseguirsi delle stagioni. Ogni singolo elemento influenza direttamente la produzione e determina le modalità di utilizzo di risorse preziose come l’acqua per l’irrigazione e per l’uso quotidiano.

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Ph. Ignazio Schettini – Progettazione permaculturale: Mappa dell’acqua di Zaytuna Farm, Home of the Permaculture Research Institute of Australia

Holmgren individua dodici princìpi che regolarizzino la vita all’interno del sistema permaculturale:
Osservazione e interazione
Conservazione dell’energia raccolta
Attenzione alla produttività del raccolto e agli sforzi bilanciati
Applicazione di sistemi autoregolati
Utilizzo e valorizzazione dei servizi e delle risorse rinnovabili
Moderazione nella produzione di rifiuti: ogni elemento è riciclabile e riutilizzato
Approccio olistico alla natura e alla società umana
Integrazione contro segregazione
Ricerca di soluzioni che abbiano un’applicazione a lungo termine
Valorizzazione delle diversità
Valorizzazione dei margini
Creatività dinamica di fronte ai cambiamenti

Partendo dai tre pilastri etici, possiamo facilmente intuire a cosa faccia riferimento ognuno di questi princìpi, considerato che ogni essere vivente influenza lo spazio che lo circonda. Logicamente, questa interazione può essere positiva o negativa e perciò sarebbe necessario un approccio adeguato nel costruire e nel modificare il territorio a seconda dell’area geografica in cui si trova al fine di ridurre al minimo i rifiuti e lo sfruttamento di fonti non rinnovabili: una scelta obbligata soprattutto se consideriamo i cambiamenti climatici che caratterizzano la nostra epoca.

Si avverte come la permacultura abbia uno stretto legame con i movimenti lenti, i cosiddetti slow movement, (fra i quali ritroviamo anche gli slow food movements), in cui nulla viene trascurato: è così che anche i margini, cioè lo spazio esistente fra le diverse zone in cui viene suddiviso un insediamento, possono garantire una ricchezza singolare; un po’ come dovrebbe essere una società ideale, in cui le zone meno fertili si nutrono delle ricchezze delle zone limitrofe.

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Ph. Ignazio Schettini – Il lavoro all’interno di un sistema permaculturale

La permacultura non richiede di ignorare lo sviluppo tecnologico, bensì consente di sfruttare le tecniche moderne per ridurre l’inquinamento, i danni all’ambiente e gli sprechi con lo scopo di permettere un adeguato stoccaggio al fine di usufruire al meglio dell’energia prodotta: ciò è possibile solo attraverso una visione d’insieme che consenta un modo di produrre in opposizione con i princìpi dominanti nell’agricoltura e negli allevamenti intensivi.

Nei diversi progetti permaculturali, le tecniche utilizzate possono essere diverse ma l’etica resta condivisa: i princìpi, infatti, non definiscono un sistema chiuso che guarda solo alle proprie risorse, ma delineano un ecosistema che si autoalimenta e che considera tutti gli elementi come potenzialmente utili.

Va detto che questi princìpi non dovrebbero essere estranei ai comportamenti quotidiani tipici della società umana che idealmente sarebbe caratterizzata dal rispetto altrui, per se stessi e dalla consapevolezza dei nostri consumi, dalla responsabilità per i rifiuti che produciamo e per i muri che ci costruiamo intorno.
Dovremmo, inoltre, valutare la qualità del tempo che dedichiamo a ogni attività in relazione ai risultati ottenuti.
Molte generazioni sono state cresciute ed educate nell’idea che il tempo sia denaro e che, quindi, i prodotti debbano essere forniti nel più breve tempo possibile. Sembra normale, ai più, l’acquisto in supermercati dove vengono resi disponibili prodotti alimentari non di stagione, ad esempio.  Sembra normale, ai più, che tali prodotti vengano confezionati in imballi di plastica: un rifiuto che non possiamo più permetterci di produrre, ne’ di smaltire senza arrecare gravi danni all’ambiente.

Non dobbiamo dimenticare che, anche se molte cose sono cambiate nel corso dei secoli, i princìpi che da tempi immemori governano la vita su questo pianeta saranno sempre vigenti e noi, come specie vivente, ne saremo perpetuamente e ineluttabilmente vincolati.

Di Cristina Monasteri e Rodrigo Galvàn Alcala.

*Permaculture: A Designer’s Manual – il testo è disponibile in lingua inglese, tedesca e russa. 

In Italia, l’agronomo Ignazio Schettini ha raccolto la sfida di tradurre l’opera di Mollison nella nostra lingua.

info: https://buonacausa.org/cause/manuale

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