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Sudan: 1.886.068 chilometri quadrati divisi tra deserto, a nord e petrolio, a sud.
Gli abitanti discendono da gruppi etnici di Uganda, Kenya, Congo e del Corno d’Africa oltre che dagli immigrati provenienti dalla penisola araba.
Il nord del paese è abitato al 97% da musulmani, mentre a sud vivono cristiani e animisti.


Influenzato già in età antica dalle vicende storiche che coinvolsero l’Egitto, il Sudan sembra aver condiviso anche una buona parte della sua storia contemporanea con il vicino dominatore che esercitò un controllo diretto sul paese tra il 1820 e il 1882, prima che venissero entrambi occupati dalla Gran Bretagna.
L’avvicendarsi di dominazioni straniere ha infuso nella popolazione un forte sentimento per la Patria anche se il nazionalismo non è bastato per mantenere unito un paese che, al suo interno, presenta divergenze irrisolvibili a causa dello stridore tra la volontà di applicare la legge coranica da parte del nord di fede musulmana e il tribalismo del Sud Sudan.
Dopo la seconda guerra mondiale, il Sudan venne riunificato concedendo al sud una rappresentanza parlamentare ma, una volta ottenuta l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1956, al governo del paese si avvicendarono diversi regimi militari di orientamento islamico la cui condotta, a favore della popolazione di fede musulmana, causò lo scoppio di una sanguinosa guerra civile tra forze governative e i ribelli indipendentisti Anya-Nya che si protrasse fino al 1972.
La pace di Addis Abeba concesse autonomia al sud tramite la costituzione di un’assemblea regionale con il potere di eleggere il presidente dell’alto consiglio esecutivo la cui conferma doveva giungere, in ogni caso, dal presidente del governo centrale. Inoltre, le formazioni militari Anya-Nya furono inglobate nelle forze governative.
Il 1978 è l’anno in cui in Sudan si verificano, sempre più numerose, manifestazioni in richiesta di un miglioramento delle condizioni economiche in cui versa la popolazione, oltre che di un allargamento dei diritti fondamentali tra cui quello sulla libertà di stampa, fino a quel momento negata.
La situazione peggiora nel 1983, quando il presidente Nimeyri avanza la proposta di dividere il sud del paese in tre governi regionali. Nimeyri, inoltre, pretende di introdurre le sanzioni previste dalla Shari’a nel codice penale. Scoppia la guerra civile: si conteranno due milioni di morti, oltre che quattro milioni di rifugiati.
Destituito Nimeyri, nel 1985 viene instaurato un governo civile che nel 1989 è rovesciato dal golpe organizzato dall’attuale presidente del Sudan, al-Bashir. Il colonnello sarà appoggiato dal Fronte Nazionale Islamico di al-Turabi il quale è conosciuto per aver protetto Osama Bin Laden, tra il 1992 e il 1996.
Nel 1995 il Sudan viene posto sotto embargo aereo poiché sospettato di aver appoggiato l’attentato al presidente egiziano Mubarak; la situazione viene aggravata dal successivo embargo generale imposto dagli Stati Uniti.
La guerra civile, nel frattempo, è ancora in corso e miete innumerevoli vite anche a causa della siccità e della carestia da essa derivanti.
L’embargo generale viene interrotto solo per quanto riguarda l’apertura delle esportazioni di petrolio col pretesto di far fronte alla crisi che segna drammaticamente il destino del paese.
Nel 2002, a seguito di trattative dirette dall’ambasciatore statunitense e grazie all’intervento del presidente dell’Uganda, viene organizzato un incontro tra al-Bashir e il capo dei ribelli nonché leader dell’Esercito di Liberazione del popolo del Sudan, il fondamentalista cristiano John Garang.
Le richieste dei ribelli sono relative al diritto di autodeterminazione del Sud Sudan e alla sua stessa indipendenza dal nord tramite referendum.
Gli scontri non si fermano e, nel 2004, la comunità internazionale definisce quella in Sudan come la più grave situazione umanitaria esistente. Alla guerra civile, infatti, si aggiunge il fronte del Darfur: un conflitto dalle origini antiche legato alla suddivisione delle risorse tra gli africani stanziali e gli arabi, nomadi. La guerra del Darfur darà il via al genocidio della popolazione di etnia araba (si parla di almeno quattrocentomila morti).
Quasi trent’anni dopo l’inizio degli scontri, nel 2011 il Sud Sudan raggiunge l’indipendenza tramite l’interrogazione popolare per mezzo di referendum.
La capitale, Giuba.
L’anno successivo, nel Sudan del Sud, un golpe organizzato dai fedeli dell’ex presidente Machar, di etnia nuer è stato sventato dai sostenitori del presidente Kiir, di etnia dinka. Il bilancio degli scontri è purtroppo alto, si stima che siano morte almeno cinquantamila persone. Il massacro non si ferma e gli scontri tra ribelli e militari continuano.
Brutte notizie continuano ad arrivare da quella terra martoriata da carestia e siccità, fino a cinque milioni di persone rischiano di morire di stenti.
In Sudan l’istruzione è obbligatoria e gratuita ma viene ostacolata sempre più spesso poiché gli obblighi della leva militare iniziano prima del completamento del percorso scolastico. Nel 2014 è stato infatti registrato un dato preoccupante: nelle zone maggiormente colpite dagli scontri, solo il 4% degli aventi diritto si è iscritto a scuola mentre, nei territori relativamente più tranquilli, la media sale al 25%.

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fonte dell’immagine: socialnews.it/editoriali

La guerriglia tra ribelli ed esercito non fa che incrementare il numero di bambini e ragazzi impegnati nei combattimenti.
Dall’inizio di quest’anno, almeno seicentocinquanta bambini sono stati reclutati.
Negli ultimi tre anni si parla di sedicimila minori prelevati dalle proprie famiglie, coinvolti in stupri e omicidi, obbligati a combattere, uccidere e per farlo meglio, obbligati ad assumere sostanze eccitanti, sniffare colla, prendere anfetamine. Drogati fino all’incoscienza, vengono costretti ad uccidere i propri parenti.
I luoghi in cui vengono principalmente effettuati dei veri e propri rastrellamenti per l’arruolamento obbligatorio, sono i campi profughi, le fonti più accessibili di giovani esseri umani disposti a tutto per del cibo e poca acqua.

Perché nessuno fa niente? – verrebbe da chiedere.
L’Unicef e la Croce Rossa, in effetti, hanno intrapreso una campagna per far innalzare a 18 anni il limite dell’età per l’arruolamento che era stato fissato a 15 anni dalla Convenzione per i diritti del bambino, nel 1989. Quasi tutti i membri dell’ONU accettano di ratificare la norma. Il Sudan e gli Stati Uniti d’America, invece, rifiutano.
L’Unicef, nel 2015, lancia un appello umanitario per il Sud Sudan: incaricata dall’ONU di intervenire a protezione dell’infanzia per quanto riguarda nutrizione, acqua e igiene, Unicef gestisce anche dei siti per la protezione dei civili in tutti e tre gli stati confederati dell’Equatoria.

Questi ragazzi, anche dovessero sopravvivere, resteranno degli sbandati. Dei bambini costretti a diventare adulti in un secondo, trasformati in mostri senza ricevere mai amore. Sanno solo uccidere.
Non è così che bisognerebbe crescere, vivere.

Because of my schooling, my fate would always be a little different from my friends.
Daoud Hari

Conosciuto come Suleiman Abakar Moussa, Daoud Hari è uno scrittore sudanese del Darfur.
Dopo aver vissuto in un campo profughi in Ciad, ha iniziato a fare la guida e l’interprete per i giornalisti occidentali al fine di denunciare le gravi condizioni in cui versa la popolazione. Nel 2006 è stato incarcerato e torturato per aver oltrepassato il confine con il Sudan. Liberato anche grazie a una massiccia mobilitazione internazionale, è riuscito a raggiungere gli Stati Uniti, dove oggi vive.

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Foto Copyright Jens Umbach c/o Servicepool

Il suo libro, “Il traduttore del silenzio” (The translator: a tribesman’s memoir of Darfur), è stato pubblicato in 14 paesi.

di Cristina Monasteri

 

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