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Mi chiamo Jerry. Ho 17 anni e vengo dal Ghana. Sono partito un anno fa. Ho viaggiato col denaro prestatomi da un amico. La sua famiglia era benestante e mi ha aiutato a fuggire da quell’inferno.

Sai, in Ghana non sei libero. Non si vive bene. Hai sempre paura che qualcuno ti uccida. Non c’è la guerra civile ma musulmani e cristiani combattono fra loro. E’ pericoloso tutto. Andare a scuola. Andare a giocare. Andare a prendere l’acqua. Non si può vivere una vita nella paura. E allora me ne sono andato.

La parte peggiore del viaggio è il deserto. La vita non vale niente. Ho camminato tre giorni e tre notti senza cibo e senza acqua. E intanto gli altri morivano. Il mio amico, quello dei soldi del viaggio, era insieme a me. E’ morto perché il deserto è durissimo e a volte non riesci a trascinare te stesso e il tuo bagaglio.

Sono entrato in Libia con un altro ragazzo. Un fuggitivo come me. Ho vissuto otto mesi nelle strade di Tripoli. Dove la morte si nasconde dietro ogni angolo. Ma io sono stato fortunato perché un signore mi ha visto. Lui era ricco e aveva una casa molto grande. Ogni giorno andavo davanti la sua casa e mi dava cibo e vestiti. Cosi gratuitamente. Non dovevi lavorare? No. Lo ha fatto perche mi voleva bene. Sai, nel mondo ci sono persone buone e persone cattive.

Annuisco e mi chiedo da che parte sto io.

Un giorno per caso sentii che qualcuno stava partendo. Seguii il flusso di persone e poi vidi un gruppetto piu avanti. Stavano penando di rubare una barca ormeggiata sulla spiaggia e scappare nella notte. Allora sono rimasto li e ho aspettato il buio. Ho avuto paura perché la barca era piccola e noi tanti. 120 persone. 2 bambini e 5 donne incinte. Cercavamo di rassicurarle. Cercavamo di lasciar spazio a loro ma spazio non ce n’era per nessuno.

jerry

*Photo Copyright: Francesco Malavolta

Alcuni volevano andare in Tunisia. Ma da lì ci avrebbero presi e rimandati indietro. E allora siamo andati verso l’Italia. Ho pianto di gioia quando ho visto gli elicotteri e la nave grande che ci ha strappati al mare. Sono stati tutti gentili con noi. Ci hanno dato da mangiare e ci hanno preso le impronte digitali. Poi sono arrivato qui e mi ricordo di te. La prima mattina alla scuola sei arrivata tu, hai bussato alla porta con la nostra colazione in mano. Ci hai sorriso, hai chiesto quando eravamo arrivati e ci hai dato il benvenuto in Sicilia. E’ stato dolce.

Jerry è alto e bellissimo. Un viso da principe e i modi garbati di un gentiluomo. A volte mi prende la mano mentre parla. Ma lo fa quasi con deferenza. Io invece non ho filtri e lo abbraccio senza ritegno. Senza pudore e senza freni. Non riesco a guardare troppo a lungo dentro i suoi occhi perché è intollerabile che un’anima gentile come la sua abbia già visto così tanta crudeltà.

La cosa piu disarmante è l’empatia. Scorre e fluisce sottocutanea. E lui sa che soffro per lui. E io so che un balsamo si posa sulle sue ferite aperte. Gli chiedo cosa sogni. “Studiare italiano”, mi dice. “Sai cosa? Sarebbe fantastico se un giorno non ci fossero piu guerre e io tornassi a casa per insegnare l´italiano ai bambini del mio villaggio. Mia madre sarebbe così orgogliosa”.

Non ho il tempo di sorridere che Jerry si rabbuia. E mi dice in un sussurro „Non so nemmeno se è ancora viva, mia madre“. La porta del dottore si apre finalmente e ci solleva da quegli istanti di piombo. Entriamo mano nella mano e il dottore ci sorride. Sorridiamo anche noi. Jerry è sano, solo un po’ disidratato. Controllerò che beva a sufficienza.

di Maria Grazia Patania


Ho conosciuto Jerry il giorno dopo il suo arrivo, come racconta lui stesso. Sono felice che fra i primi ricordi della sua nuova vita ci sia la scuola dove io ho imparato a leggere e scrivere. Ha frequentato il liceo linguistico, era la mascotte della classe nonché uno dei più bravi. A Natale ci siamo incontrati a casa dei miei genitori prima che partisse per andare da una famiglia che lo ha prenso con sé. Sta bene e ci scriviamo di tanto in tanto. Ci siamo incontrati ad Aprile ed è stato bello vedere quanto è cresciuto.

Racconti come questo sono il cuore pulsante del progetto di Antigone e fanno parte della serie “I Figli della Fortuna” dove tentiamo di preservare la memoria di questi viaggi della speranza.

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