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Quando ho deciso che sarei diventata un medico, mi sono immaginata in uno studio gigantesco, con le strumentazioni più all’avanguardia esistenti. Mi sono immaginata a lavorare in un grande Policlinico, a fare ricerca, a destreggiarmi tra le corsie dei più grandi ospedali d’Italia e (tanto sognare è gratis) del Mondo. Eppure, il mio primo referto, il mio primo timbro, la mia prima visita da medico autonomo hanno avuto come location un camper. Si, avete capito bene. Un camper. Situazione anomala, lo so. Anomala e particolarmente scomoda, fidatevi. La mia prima esperienza da medico autonomo è stata quella di medico volontario nel camper di MEDU – Medici per i Diritti Umani, una organizzazione umanitaria che opera in varie città italiane, tra cui Roma, la città che per quasi 7 anni mi ha ospitata e che è diventata un po’ mia.

Ho conosciuto MEDU per caso, mentre cercavo una nuova attività di volontariato a cui dedicarmi. Spulciando il loro sito internet trovai un progetto interessante, attivo a Roma: Un camper per i diritti. Lessi la descrizione, cercai di capire cosa facevano e come si poteva collaborare con loro. Diedi un’occhiata alle foto e pensai: “Cioè, ma davvero vanno in giro per Roma con un camper a curare la gente?” Si, davvero. Stazione Termini, centro nevralgico di tutti i mezzi di comunicazioni della Capitale. Stazione Ostiense, passaggio obbligato per raggiungere i lidi romani. Parco di Colle Oppio, alle pendici del Colosseo. Via Cupa, vicinissima a San Lorenzo, il quartiere della movida universitaria romana.

Tutti posti dove, nei miei quasi 7 anni a Roma sono stata decine di volte. Ma con MEDU hanno assunto una connotazione diversa, con MEDU ho iniziato a vederli con occhi diversi: sono diventati posti dove i migranti e i senza fissa dimora della Capitale sanno di poter trovare chi dà loro una mano.

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Delia, l’autrice di questa testimonianza al lavoro al Baobab di via Cupa

Photo Copyright: Susanna Aldrovandi / MEDU

All’inizio di ogni uscita, seduta nel camper, in attesa dei pazienti, mi chiedo sempre che tipo di persone mi troverò di fronte quella sera. E’ paradossale, lo so, ma sono un medico con la fobia delle infezioni, ho sempre il terrore di beccarmi qualcosa mentre visito. Mentre sono nella metro, diretta verso la sede dell’uscita con il camper, spero sempre di non trovare nessuno con la tubercolosi o con la scabbia. Poi, ogni volta, salgo nel camper, tiro fuori il mio elastico, lego i capelli, metto i guanti e mi dico “Ok, iniziamo”. Tutte le paure delle infezioni vengono meno appena vedo i pazienti, appena cerco, in modo a volte assai difficoltoso, di interpretare quello che vogliono dirmi per spiegarmi il loro problema. Quando va bene, con noi medici c’è un interprete che ci aiuta a capire lingue lontane come i Paesi da cui vengono i pazienti: Eritrea, Etiopia, Sudan e tanti altri posti a troppi chilometri da Roma.

Dice che ha prurito qui, alle mani”. Bene. Scabbia. “Chiedigli se ha altri problemi”. “Dice che ha la tosse da qualche giorno. Però conta che è arrivato in Italia da un paio di giorni e durante il viaggio è caduto in mare, è stato in acqua per un po’ finchè non l’hanno recuperato”. Forse meglio sentire il torace, penso. Bronchite. Perché è rimasto a mollo nell’acqua fredda del Mediterraneo.

Lui? Cos’ha?” “Gli fa male la gamba quando cammina” “Ma parla almeno inglese?” “Yes Yes…I…warfarin…PT and INR were ok…now no warfarin…one week…but leg hurts” “Dice anche che è più gonfia del solito”. Eccolo, il paziente perfetto per la mia tesi. Eccolo, il prototipo del paziente che vorrei visitare per il resto della mia carriera medica. “Deve andare in Pronto Soccorso…Gli serve un Doppler, potrebbe avere una trombosi… Deve essere reimpostata la terapia, deve essere rivalutato e riprendere il warfarin…ma è una cosa lunga, si fa in ambulatorio

I… leave… England… one week”. Lo guardo, vedo quanto il suo sguardo mi copra di responsabilità, perché sono il suo medico, sono l’unica persona che può levargli quel dolore, quel gonfiore, quella stampella che si è fatto prestare da un suo amico pur di fare qualche passo e venire a farsi visitare. E warfarin, eparina, dabigatran e rivaroxaban, tutti quei farmaci anticoagulanti che ho studiato e che in ospedale vedo usare di continuo mi sembrano solo un mucchio di stupidaggini.

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Migranti al Baobab prima dello sgombero del 30 Settembre 2016

*Photo Copyright: Susanna Aldrovandi / MEDU

Nel corso delle uscite con il camper di MEDU, abbiamo distribuito antibiotici, antinfiammatori, antiparassitari. Eppure non riesco a togliermi dalla testa lo sguardo di quell’uomo, che sapevo come curare, ma non potevo aiutare con i pochi mezzi che avevo sul camper. Perché tutti gli studi sulla trombosi e sugli anticoagulanti, quando visiti su un camper attrezzato come ambulatorio un paziente che dopo una settimana parte per l’Inghilterra da clandestino, sono solo un mucchio di stupidaggini. Perché guardare in faccia una persona che spera che risolverai il suo problema e che non hai modo di aiutare è terribile. L’unica cosa che resta da fare, a quel punto, è aggrapparsi alla gratitudine che queste persone, nel loro piccolo e per quel poco che sei riuscito a fare per loro, riescono a dimostrare. Perché è quella gratitudine che ci fa capire che non dobbiamo smettere di lottare per loro. Mai.

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Kit preparato da MEDU per i migranti

Photo Copyright: Patrizio Cocco / MEDU

Di Delia Epifani, Volontaria MEDU


Nelle città di Roma e Firenze, i medici e gli operatori volontari delle cliniche mobili di MEDU offrono assistenza sanitaria e orientamento socio-sanitario alle persone che vivono in insediamenti precari. Spesso si tratta di edifici occupati, in altri casi di baraccopoli, rifugi di fortuna, stazioni ferroviarie. Gli abitanti sono per lo più migranti, richiedenti asilo e rifugiati esclusi da adeguati percorsi di accoglienza e integrazione. I problemi di salute delle persone visitate dalle équipe di MEDU sono spesso legati alle disastrose condizioni abitative ed igienico-sanitarie in cui queste si trovano a vivere in Italia.

Qui il link relativo alla possibilità di volontariato con MEDU

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