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*In psicologia per empatia (termine derivato dal greco ἐν, “in”, e –πάθεια, dalla radice παθ– del verbo πάσχω, “soffro”, sul calco del tedesco Einfühlung), si intende la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato e talvolta senza far ricorso alla comunicazione verbale. Il termine viene anche usato per indicare quei fenomeni di partecipazione intima e di immedesimazione attraverso i quali si realizzerebbe la comprensione estetica* [Fonte: Treccani]


Il 2 gennaio di mattina presto, mentre noi eravamo ancora presi dai festeggiamenti dell’anno nuovo al sicuro nelle nostre case, due madri -Hanan e Farah- hanno preso i propri figli e, disperate, sono salite su un gommone che dalla costa turca si dirigeva verso le isole greche.

Hanan e Farah sono siriane e giovanissime. Hanan ha un figlio di due anni che si chiama Khalid, Farah ha un bimbo di tre mesi di nome Mohammed. Come milioni di altri siriani, sono state costrette a lasciare la propria terra alla ricerca di una vita migliore. Per un periodo si erano stabilite in Turchia dove però le condizioni di vita peggioravano quotidianamente. Impossibilitate ad aver un lavoro, ad usufruire di cure mediche, a mandare a scuola i propri figli e veder rispettati i diritti umani, hanno deciso di partire e quindi sono salite su un gommone. Tutto quello che stavano cercando è esattamente ciò che noi diamo per scontato: pace e sicurezza. Quella notte Hanan e Farah sono salite su un gommone con altre 35 persone in avverse condizioni meteo: temperatura di 1 grado Celsius, venti forti, onde fino a 2 metri. Erano spaventati nel buio, alcuni pregavano mentre altri rimanevano in silenzio e scrutavano il mare in cerca di luci in lontananza. Era ancora buio quando il gommone si è scontrato sugli scogli di Nio, una piccola isola greca. Fortunatamente alcuni pescatori hanno avvistato i sopravvissuti. L’impatto era stato così violento che molti erano stati catapultati nell’acqua ghiacciata. MOAS è stata allertata subito dalla guardia costiera greca e il nostro team ha fatto di tutto per salvare chi si trovava in acqua. I dottori hanno assisitito i feriti, alcuni in modo grave in seguito all’impatto con gli scogli. Giada, una dottoressa, notò che il piccolo Mohammed non respirava e il suo corpo era ghiacciato, non si sentiva il polso ed era in un grave stato di  ipotermia. Non restava molto tempo. Prese il bambino dalle braccia di Farah e in una vera e propria lotta contro il tempo riuscì a resuscitarlo. Questo è stato uno dei momenti più emozionanti della sua vita. In quello stesso momento Hanan stava ancora cercando Khalid: era talmente sotto shock che aveva rimosso il fatto che il bambino le era scivolato dalle braccia durante l’impatto. Chiedeva ancora di Khalid quando il nostro equipaggio le ha mostrato il corpo senza vita del figlio recuperato ore prima dai pescatori. Khalid, un bimbo siriano di due anni, è stato il primo rifugiato a perdere la vita nel 2016. L’OIM stima che circa 30.000 persone siano morte negli ultimi 15 anni in cerca di sicurezza. 30.000 persone ed è solo una stima. Non lo sappiamo nemmeno in quanti siano morti. Siamo diventati insensibili di fronte alle immagini di barconi sovraffollati e con a bordo persone in cerca di una vita degna. Siamo diventati insensibili e quasi ci siamo abitutati a veder la gente morire in mare. Le persone che muoiono sono divenute mere statistiche, tuttavia si tratta di persone disperate che hanno affidato la propria vita ai trafficanti dal momento che non esiste nessuna alternativa.

Perché non riusciamo a provare empatia per loro? Perché non riusciamo a provare empatia per loro? E’ questa la domanda che continuo a farmi. La risposta è che siamo incapaci di vedere oltre le barriere. E non sto parlando di barriere fisiche. Parlo di barriere che si trovano nel nostro cuore e nella nostra mente. Queste sono le vere frontiere. Buttare giù queste barriere è proprio quello che è successo nel 2013 a me e mio marito Christopher. Eravamo su una barca diretta in Tunisia, per anni avevamo visto le immagini di naufragi che si verificavano proprio davanti le coste del Sud Italia ma in quel preciso momento qualcosa è cambiato e il contrasto non avrebbe potuto essere più evidente. Noi eravamo in vacanza e navigavamo in quello stesso mare dove migliaia di invisibili perdevano la vita cercando di mettersi al sicuro alla porta d’ingresso dell’Europa. Così ci siamo scontrati con la realtà.

MOAS 9.05.2015 Pozzallo (1)

*Photo Copyright: Francesco Malavolta (9.05.2015, Pozzallo)

Potevamo restare a guardare? No. Si trattava di una situazione controversa, ma nota e sapevamo di non avere una soluzione. Tuttavia avevamo motivazione, risorse e competenze per salvare vite umane. Quindi invece di perderci in controversie politiche, abbiamo deciso di rispondere con una azione umanitaria diretta. In pochi mesi abbiamo fondato MOAS, migrant offshore aid station, con l’obiettivo di salvare chi si trova in pericolo in mare. La nostra nave ammiraglia si chiama Phoenix, è lunga 40 metri e ha un equipaggio, due gommoni e due droni. Il nostro impatto è stato immediato: fra il 2014 e il 2015 siamo riusciti a salvare 12.000 persone. 12.000 persone! E il numero aumenta quotidianamente. Siamo convinti che nessuno meriti di morire in mare. Le donazioni ci hanno consentito di diventare una ONG mondiale e attualmente le nostre missioni umanitarie si moltiplicano in varie parti del mondo al fine di evitare che persone disperate e  vulnerabili non muoiano tentando la traversata. A livello globale le migrazioni sono divenute la questione cruciale del nostro secolo. Sia che fuggano da guerre o da situazioni di estrema povertà o da entrambe le cose, le persone continueranno a morire in mare, le persone continueranno a valicare le frontiere se non le aiutiamo.

MOAS 9.05.2015 Pozzallo (2)

*Photo Copyright: Francesco Malavolta (9.05.2015, Pozzallo)

Non ha senso costruire muri, in particolare muri immaginari in mezzo al mare perché le persone troveranno vie anche più pericolose, come di fatto è stato dimostrato innumerevoli volte. In un’epoca di nazionalismi, fili spinati, terrorismo e insicurezza, NOI, VOI dovete trovare il coraggio di superare le vostre barriere mentali e le vostre paure. Dobbiamo aprire il nostro cuore e a quel punto proveremo empatia per gli altri. L’empatia non ha frontiere, ci conduce a un luogo senza frontiere. L’empatia apre una finestra sull’esperienza umana universale. Ciascuno di noi avrebbe potuto essere Hanan o Farah se fossimo nati in un’altra parte del mondo. MOAS ha rappresentato un viaggio emotivo per il nostro team e ci ha insegnato che donare speranza ci rende felici perché aiutando gli altri, noi aiutiamo noi stessi. Ogni giorno migliaia di persone tentano la traversata in mare alla ricerca di una vita migliore, di un futuro. Molti muoiono, ma noi come comunità globale possiamo mettere la parola fine a tutto questo. Ciascuno di noi ha il dovere di usare il proprio talento e le proprie capacità per aiutare gli altri. MOAS continuerà a lavorare sodo per far sì che chi si trovi in situazioni di vulnerabilità non muoia tentando di attraversare il mare.

Trascrizione di Maria Grazia Patania

Video originale in inglese qui


Avevo ascoltato questo video molti mesi fa e sentivo che sarebbe stato importante parlarne qui. MOAS, in quanto prima imbarcazione privata dedicata al salvataggio di vite umane in mare, ha precorso i tempi fornendo una sorta di esempio virtuoso da seguire. Nel nostro costante impegno per attivare il pensiero critico, abbiamo deciso di esplorare quello che abbiamo chiamato “Il lessico dell’umanità perduta“. Faremo un viaggio fra termini il cui significato ormai è sbiadito, riscoprendone non solo la dimensione etimologica, ma anche quella pratica tramite esempi concreti. E quale miglior modo per iniziare se non con Regina Catrambone e la parola “empatia” che ci avvicina al resto del mondo consentendo quella immedesimazione che rappresenta la chiave della comprensione. E il cuore stesso del nostro essere umani.

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