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Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre.

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta

Oggi non so cosa mettermi. La gonna no, devo prendere il bus e poi non mi va di passare davanti al bar con la gonna. Tutte le mattine mi fanno la radiografia, coi loro bianchetti sul tavolino. Puzzano di alcol e hanno le facce gonfie e rosse. Li vedo da lontano, lo fanno con tutte quelle che passano: bionde, basse, rosse, more, magre, alte, grasse, giovani o meno giovani. Le passano tutte in rassegna. Alcuni di loro potrebbero essere mio nonno. Passi di lì e automaticamente il loro collo ruota e insieme al collo la testa e insieme alla testa i loro occhietti maliziosi, il loro ghigno d’apprezzamento, il loro sopracciglio alzato, il loro fiato odioso.

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Mario De Biasi, “Gli italiani si voltano”, 1954

Quindi no, la gonna no. Metto i pantaloni ma non cambia molto, è solo una questione psicologica perché tanto, appena passi, loro si girano a guardarti il culo. Come se fossi l’unica portatrice di culo al mondo. Come se il tuo culo fosse l’unico culo mai visto in vita loro, come se fossi un animale in gabbia da osservare allo zoo. Come se fossi un manichino in vetrina. Un oggetto, non il corpo di una persona. Un quarto di bue, non un essere umano.
Scendo dal bus e, mentre attraverso sulle strisce, sento un’auto sfrecciare alle mie spalle e un urlo uscire dal finestrino aperto bella toponaaaaaa!!!!!
Clacson: una bella strombazzata eloquente.
Faccio il dito medio, mi viene spontaneo. L’autista lo vede e inchioda. Mette la retro, guida come un pazzo. Per poco non si scontra con uno scooter, accosta, scende dall’auto e mi corre incontro urlando che io a lui il dito non glielo faccio, che non mi devo permettere che mi gonfia di botte, brutta puttana. Sempre più paonazzo mi sta per raggiungere ma riesco a infilarmi in banca e lì la guardia giurata corre in mio soccorso. Lo minaccia di chiamare la polizia e il pazzo se ne va. Sono scossa, mi tremano le braccia, mi tremano le gambe. La guardia mi accompagna al bar, mi offre la colazione. È gentile e mi chiede se conoscevo quell’uomo, cosa ho fatto (io?) per scatenare quella reazione.
eh, non devi reagire così, non sai mai chi ti trovi di fronte, infondo non ha fatto niente di male, era un complimento.

Un complimento.

Stizzita insisto per pagare la colazione di entrambi e me ne vado sentendomi dare dell’ingrata.
La giornata inizia male.

Forse sono io. Forse sono troppo nervosa. Forse ho esagerato. Forse dovevo lasciar perdere. Forse dovevo far finta di niente.

Chiamo l’ascensore ma poi mi distraggo al telefono. L’ascensore, in realtà, non è stato prenotato e l’uomo che è arrivato poco dopo di me, lo fa notare.
Ops. Capita. Scherzo.
Eh sì, si sa: voi donne quando siete prese dalle vostre cose. Vi distraete. Non vi riuscite a dedicare a due cose contemporaneamente.
Contemporaneamente.
Inizio a pensare di essere vittima di candid camera. Mi guardo intorno, dove sono le telecamere? 

Entro in ufficio, finalmente. Mi metto a lavorare. Notizia del giorno: oggi la moglie del capo nonché direttore delle risorse umane (nonché?) viene per un’ispezione.

Ok, respira.

Vieni a prendere un caffè?
Sì volentieri, però preferisco della frutta. Ho già preso troppi caffè oggi. Lavo la prugna e arrivo.

Ahahahahah

Ora di pranzo, una collega apre il contenitore del pranzo e l’aroma si spande per l’ufficio.
Un’altra collega nota che c’è odore di patate.

Ahahahahahahah

Ma è possibile che una donna debba fare attenzione a tutto ciò che dice? Mi indispettisco
Ehhhh, ma se lo dici uscendo dal bagno… (dice uno)
E magari con le mani bagnate (esplode un altro)

Ahahahahahahah

Li guardo, da lontano, e li vedo per quello che sono.
Ominicchi.
Piccoli patetici, cresciuti da genitori, insegnanti che non hanno saputo opporsi alla loro pochezza, ai loro istinti animaleschi, alla loro povertà. Ridacchiano e, ghignando, risultano ancor più patetici mentre a noi tocca la parte difficile. Dobbiamo capirli, non dobbiamo rompere, non dobbiamo polemizzare ‘ché tanto si sta solo scherzando.

Si scherza. Coi nostri culi, coi nostri seni, con le nostre vagine. Ma si scherza. Mica ci stanno violentando, mica ci stanno picchiando. No, loro scherzano sulla nostra pelle. Loro e le loro palle flosce, il loro scettro del potere, la loro piccola proboscide con cui misurano tutto, persino la dignità di una persona.

Io, a questi ominicchi, auguro tante figlie femmine che insegnino loro il rispetto dei corpi senza i quali sarebbero un misero girino; stupido, inutile seme senza terra.

di Cristina Monasteri
(i fatti descritti in questo brano sono puro frutto della fantasia dell’autrice. Alcuni.)

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