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“Devi studiare. Per sopravvivere devi andare a scuola”.

Erano le parole di mio padre che ha sacrificato tutta la sua vita per garantire a me e a mio fratello penne e quaderni.

Eh sì, nel tempo ho capito che il significato di quelle parole andava ben oltre il “mangiare un pezzo di pane”, quel “sopravvivere” rimanda all’unica possibilità di salvezza dall’ignoranza. Quella parola è appello alla vita, ma ancor più è consapevolezza.

E’ sicuro che la scuola protegge dalla morte, ma non sottrae alla guerra.

Adesso vi dico il perché.

Qui ad Aleppo per andare a scuola bisogna attraversare le macerie e se non fosse stato per il fatto che dovevo trascinare mio fratello, sarebbe stato pure divertente. Basaam aveva perso una gamba durante un bombardamento. Yoosuf, lui sì che si divertiva, suo fratello era morto. Le scorte erano poche e il fratello di Yoosuf si era bucato il cranio. “Sarebbe morto lo stesso”, spiegavano i dottori e hanno preferito aiutare chi si era graffiato, tagliato e contuso. Insomma, io dovevo caricare mio fratello sulle spalle mentre Yoosuf arrivava puntuale.

Dovevo scendere decine di metri sotto terra per raggiungere i miei compagni, all’interno di una cava, perché nell’edificio in cui mi recavo prima le pareti erano crivellate dai colpi di armi da fuoco e quelle tra le classi erano crollate.

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*Photocopyright: Karam al-Masri

Stavamo seduti a terra e non c’era molta luce.

Nonostante tutto, a scuola ero uno bravo, non potevo deludere mio padre.

Ho sempre avuto un debole per la matematica e per il disegno. Mi piacevano le matite rosse e fin da bambino mi divertivo a disegnare le case. Quando finivo i fogli le usavo come bastoncini per costruire le sagome delle capanne a terra. Il mio sogno era quello di diventare un ingegnere per ricomporre i pezzi delle moschee, non tanto per un fatto di religione. Erano bellissime in piedi, toglievano il fiato e ne conservo dei ricordi vivi. Ricordo come era bello il minareto della Moschea di Omayydi prima di essere distrutto. Dio del resto si può pregare ovunque. Era solo un fatto di Bellezza.

Con le matite rosse riuscivo a raccontare i miei sogni, a costruire il mio futuro, a disegnare la speranza. Le portavo sempre in tasca e per questo mi ero guadagnato il soprannome di “Mani di legno”.

A gran fatica ho raggiunto l’Università. Basaam si stancava troppo e non ha potuto proseguire gli studi. Camminare con le proprie gambe è anche un fatto fisico.

Potevo davvero disegnare le case adesso, imparare a ricostruirle, mettere insieme le macerie delle Moschee, fare tutti i calcoli che potevano finalmente sfidare l’effetto domino delle esplosioni.

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*Photocopyright: Karam al-Masri

Ma dai sogni ci si sveglia e molto presto.

Ho perso la mia famiglia mentre ero a lezione. Mio fratello. Un barile di esplosivo fu lanciato contro il palazzo in cui vivevamo: crollò e morirono tutti quelli che ci abitavano.

E’ sicuro che la scuola protegge dalla morte…”

La scuola mi ha salvato la vita. Rimasi comunque solo.

Ho perso anche la scuola, molto presto, dopo qualche mese dalla perdita della mia famiglia.

La polizia fece irruzione proprio mentre ero all’Università. Mi hanno prelevato, arrestato con l’accusa di non essere in regola con il servizio militare e costretto ad arruolarmi.

Adesso contribuisco alla “progettazione” dell’odio devastante, con le matite rosse in tasca che non hanno significato, le mie uniche armi di speranza, senza potenza, senza sogni.

“… non sottrae alla guerra”.

Non basta.

di Alessandra Lucca

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*Photocopyright: Karam al-Masri

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