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La mattina di ieri 30 settembre è iniziata con la notizia lanciata dai volontari del Baobab sui social circa lo sgombero di Via Cupa a Roma dove da tempo vengono accolti e aiutati migranti in transito. Questo luogo, conosciuto appunto con il nome di Baobab, è nato grazie alle azioni volontarie dei cittadini e alle donazioni di chi non ha voltato le spalle facendo finta che non si trattasse di vite umane.

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La situazione è stata sempre abbastanza complicata, non avendo alcun aiuto da parte delle istituzioni il Baobab ha continuato ad andare avanti semplicemente grazie alla forza della solidarietà e dell’amore. Sembra strano parlare di amore in uno scenario come quello attuale caratterizzato da guerre, odio, razzismo, assenza di pietà. Eppure qualcuno ci insegna ancora che l’amore sopravvive e nasce ovunque anche nelle guerra o nell’indifferenza. Questa piccola via nel cuore trafficato di Roma non è altro che il frutto dell’operato di chi non ha pensato che questi viaggiatori del mare fossero un problema, una spesa, un degrado o un attentato alla propria libertà ma la chiave di accesso alla propria: in fondo nessun uomo è veramente libero se non è in grado di tutelare il valore sacro della vita. Ciò che più di ogni altra cosa sconcerta è lo strano e ormai perverso meccanismo di commuoversi e lasciarsi toccare dalla morte e non dalla vita. Non basta solo versar lacrime per le innumerevoli e ingiuste morti nel Canale di Sicilia, bisognerebbe lottare per la loro salvezza e impegnarsi con ogni mezzo per strapparli ad un destino che non meritano. Nessuna tenda esiste più lungo Via Cupa, nessun bambino con i suoi giocattoli, nessun sorriso pronto ad accendersi alla vista di qualcuno che arrivi a non farli sentire soli. Quello che resta sono due furgoncini della polizia a bloccare i due accessi della via con dei poliziotti che presidiano gli ingressi e un amaro silenzio che sa di sconfitta.

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I volontari del Baobab raccontano che i camioncini della nettezza urbana hanno buttato via parte del cibo regalato dalle persone e sequestrato all’interno del civico 5, ovvero il vecchio Baobab, il resto delle cose che facevano parte del piccolo mondo di chi, avendo perso già casa propria, aggrappava la speranza a poche cose di fortuna. Parte dei migranti in transito pare siano stati portati alla Croce rossa, altri al centro d’accoglienza di Castelnuovo di Porto ma nessuno sembra avere notizie certe e il clima che aleggia intorno al Baobab è di sconcerto e incredulità. Qualcuno si aspettava quanto meno delle modalità diverse che potessero passare attraverso un trasferimento organizzato anche con i volontari in modo tale che nessuno fosse preso alla sprovvista. La sorpresa di questo sgombero scattato nella prima mattinata di ieri ha fatto sì che le molte persone che non si trovavano in Via Cupa ma in giro per loro faccende non ritrovassero più né la loro casa né la loro famiglia o amici al loro rientro. Dove sarebbero andati? Dove avrebbero dormito? Dove erano andati gli altri? Dove era finito quel loro piccolo mondo ricostruito a fatica grazie anche al sostegno di chi ha lottato per tenerlo in piedi? Nessuna risposta a queste domande. Qualche ragazzo, tornando nel pomeriggio, ha trovato solo vuoto intorno a sé e con gli occhi della confusione e dello smarrimento si aggira su e giù senza meta come chi non sa più dove andare. Dove dormirà stanotte chi ritornerà tardi e non troverà più la sua casa? Si domanda un volontario del Baobab. Sotto il ponte di Via Tiburtina? Continua il volontario in preda alla rabbia e alla delusione.

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Nessuno sa cosa fare, si aspetta che arrivi una buona notizia, una indicazione o il ritorno a casa di qualcuno in modo da poterlo semplicemente rassicurare che anche questa volta andrà tutto bene e nessuno verrà lasciato solo. Provo ad avvicinarmi a due ragazzini, sono minorenni, gli chiedo da dove vengono ma non capiscono, parlano solo arabo. Non demordo, non abbiamo una lingua in comune ma possiamo sempre esprimerci con i gesti. Le mie e loro mani si muovono in modo buffo come fossimo dei bambini dentro ad un gioco. Io gli chiedo dove dormiranno stanotte e loro mi fanno cenno che non lo sanno, che vorrebbero mangiare qualcosa e poi andare a letto come sempre… ma non sanno dove. Mi accompagnano proprio davanti l’imbocco di Via Cupa e mi dicono che è lì che dormono e forse è anche lì che vorrebbero tornare perché è l’unico posto che conoscono però non si può. Cerco di fargli dei segni per chiedergli se sono soli, dove sono gli altri ma uno dei due ragazzini, credo fosse il più piccolo, scuote le spalle… non lo sa. Lunghi momenti di silenzio in cui ci guardiamo negli occhi, quei loro occhi così profondi, smarriti, pieni di speranza che quasi sembrano dire “non resteremo soli, vero? Ci siete voi con noi?” Noi… un noi così frammentato in cui è difficile restare uniti. Qualcuno dice che ieri il Baobab è stato depennato dalla lista dei centri non sgomberabili per questo è scattata subito l’azione. Vorrei avere qualche conferma su questa notizia ma purtroppo si vaga nell’incertezza. Nessuno si aspettava svegliandosi che questo venerdì 30 settembre sarebbe stato un giorno cancellato. Pochi attimi hanno eliminato tutto quello che normali cittadini hanno creato per non lasciare soli quanti hanno già visto e vissuto troppa sofferenza.

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Senza alcun dubbio l’impegno e la volontà di tutti dovrebbe essere quella di dare loro una sistemazione dignitosa e adeguata ma forse non è dignitoso né tanto meno adeguato sequestrare le loro cose, buttare oggetti che gli appartengono e portarli via senza tener conto di chi si è perso, di chi viene separato o di quali siano i sentimenti di queste persone. Spesso, in questi casi, brutti e bui capitoli della storia tornano alla mente… quando si parlava di numeri e non di persone, quando le si trattava come bestie e non come esseri umani, li si vedeva come un problema e non con senso di solidarietà. Forse a certi errori non sappiamo mai davvero rimediare. E se domani qualcuno buttasse giù le nostre case, buttasse le nostre cose, cancellasse la nostra identità, togliesse dalla bocca il nostro cibo, uccidesse i nostri sogni fino a scordarsi addirittura che siamo esseri umani, cosa faremmo? È la domanda che vorrei restasse impressa nella mente di ognuno prima di voltare le spalle e percorrere la propria strada perché il mondo non è un insieme di vicoli solitari ma l’imprescindibile responsabilità verso un luogo e verso chi lo abita. I giorni non vanno cancellati ma costruiti.  

Foto e testo di Claudia La Ferla

*La giustizia è soggetta a contestazioni, la forza è riconoscibilissima, e senza dispute. Così non si è potuto dare la forza alla giustizia, perché la forza ha contraddetto la giustizia e ha detto che quella era ingiusta e ha detto che solo lei era giusta. E così, non potendo far sì che ciò che è giusto fosse forte, si è fatto sì che ciò che è forte fosse giusto*

Blaise Pascal, Pensées, 285

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