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Le sue scarpette rosse di vernice correvano veloci calpestando l’asfalto in modo incerto. Un pallone non la precedeva di molto come a voler beffare la presa delle sue piccole mani. Improvvisamente il bordo di una aiuola arrestò il rotolare di quella sfera tappezzata di bianco e nero e le piccole scarpette in vernice rosse, inciampando per un attimo su se stesse, poterono finalmente raggiungerla. Ferme, scintillanti sotto la luce del giorno e trionfanti del traguardo raggiunto, si preparano ad un bel calcio. Il piede sinistro si staccò dall’asfalto. «Eh! Con le mani…» ammonì la voce decisa di un uomo. Il piedino ritirandosi timidamente, quasi deluso dal rimprovero, tornò a poggiarsi sul triste pavimento grigiastro. La bambina si accovacciò su se stessa per prendere il pallone. La sua espressione imbronciata non credo fosse figlia del capriccio ma dell’incomprensione, ossia dell’incapacità ad afferrare pienamente il senso di quell’ordine. «E’ una cosa da maschi…» proseguì la voce dell’uomo. Le mani della bambina strinsero forte la palla e forse senza più domandarsi il perché, la lanciarono in aria contro il cielo.

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                            *Photo copyright: Alessandra Lucca

Rimasi immobile con il mio pallone arancione vicino ai piedi. Non avevo il coraggio di calciarlo. Non ne sapevo il motivo ma qualcuno aveva detto che era sbagliato farlo… Mi abbassai per prenderlo con le mani. Mi guardai i piedi, indossavo dei calzini bianchi con i bordi di merletto e le mie scarpette preferite, quelle rosa con il braccialetto. Mi fissavo i piedi cercando di spiegare a me stessa che “piedi” è da maschio, “mani” è da femmina. Non aveva un senso, ma in fondo nemmeno tante regole che seguivo a quel tempo per me ne avevano, allora pensai che fosse una di quelle cose del mondo che non si spiega, è così e basta. «Femmina = mani», pensai. Afferrai il pallone e accennai un tiro che doveva essere un alquanto deluso perché la palla scivolò di poco davanti a me. Rotolò per pura inerzia fino ai piedi di mio padre che la ritirò verso di me con un debole calcio. «Ah, lui è maschio e usa i piedi, vedi?» Dissi tra me e me dando una ragione alle parole di quell’uomo. Prontamente mi abbassai a riprendere la palla con le mani. «Se tu la prendi con le mani e io con i piedi non giochiamo a niente», disse papà. «O giochiamo a pallavolo o giochiamo a calcio, decidi cosa preferisci fare». Preferire… Non ero obbligata a fare qualcosa di convenzionalmente stabilito, dovevo solo fare quello che mi piaceva. Con tutta la forza colpii il pallone in modo sbilenco verso papà che prontamente si fece fare gol. In quel momento compresi che non esistono “cose da maschi” e “cose da femmine”, esiste quello che piace, esiste la passione, esiste il sorriso, esistono le nostre scelte. Questo vuol dire essere una donna libera: scegliere senza che nessuno imponga delle categorie. Libertà vuol dire non essere schiave del pregiudizio, dei canoni sociali, dell’obbligo di essere donna e più di ogni altra cosa non essere schiave del proprio corpo. Cos’è il corpo di una donna? Sarebbe difficile rispondere a questa domanda perché porterebbe troppo lontano in vortici di riflessioni filosofiche o forse in sprezzanti commenti da mero chiacchiericcio. In realtà il cortocircuito sta proprio nel fatto che il corpo di una donna non dovrebbe essere, per lo meno in una società che consideriamo civile, evoluta e moderna, elemento di disquisizione. Il corpo di una donna appartiene alla donna e non esistono manuali sulle modalità di utilizzo, esiste la medesima libertà di cui gode l’uomo, quella stessa libertà che dovrebbe essere insegnata a due piccoli piedini incastrati dentro delle scarpette rosse in vernice. Ho visto donne lottare per ciò in cui credevano, battersi per le loro passioni e spesso sognare in silenzio di poterle raggiungere… Sì, perché il corpo di una donna è un contenitore di sogni inghiottiti e sepolti nelle viscere, lì dove nessuno può dire che sono sbagliati, inadeguati, non adatti a una donna, lì dove il giudizio non sporca le emozioni. Il corpo di una donna non è un banco su cui mercanteggiare, nonostante ciò avvenga quotidianamente anche senza bisogno di spostare il nostro dito troppo in là sulla mappa geografica, ma mera espressione tangibile di cosa sia il concetto di vita. “Donna” non è una categoria, anni di lotte per l’acquisizione di diritti inalienabili sono proprio il frutto di questa consapevolezza che tutt’oggi va tutelata, soprattutto all’alba di uno scenario che vede la donna vittima di una violenza sociale che mina non solo la sua libertà ma soprattutto la sua dignità: le campagne mediatiche del fertility day ci pongono davanti a un desolante scenario che salda la consapevolezza sulla lunga strada che deve essere ancora fatta.

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                  *Photo copyright: Alessandra Lucca

Si potesse per una volta giocare a manipolare il tempo indosserei ancora le mie scarpette preferite, quelle rosa con il braccialetto per dare un calcio al pallone bianco e nero fermo contro l’aiuola e farlo rotolare fino a quelle scarpette rosse scintillanti sotto la luce del giorno… In fondo il coraggio di quel calcio era semplicemente la libertà di una emozione.

di Claudia La Ferla

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