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Giulio Regeni è nato nel 1988 ed è morto nel 2016. Giulio Regeni è nato il 15 gennaio del 1988, è scomparso il 25 gennaio 2016 ed è morto non si sa quando, non si sa dove, non si sa perché, però si sa come. Il corpo senza vita di Giulio Regeni è stato trovato in un fosso, ai lati di una strada che collega Cairo ad Alessandria, il 3 febbraio del 2016. “Sul suo viso, il male del mondo”. Queste le parole di una madre costretta a riconoscere un figlio morto. Giulio aveva appena compiuto 28 anni.

Il Collettivo Antigone si unisce all’appello di Amnesty International perché venga fatta luce, perché si restituisca verità per Giulio e per tutti i cittadini egiziani scomparsi dal 2015 a oggi.

Sul sito di Amnesty International si possono scaricare i file dello striscione e dei loghi per promuovere la campagna sui social network. Per firmare l’appello Stop alle sparizioni forzate in Egitto, potete cliccare qui.

Chi era Giulio Regeni?

Nato a Fiumicello in provincia di Udine Giulio studia al liceo classico Petrarca di Trieste che lascia a 17 anni, nel 2005, dopo aver vinto una borsa di studio per il Collegio del Mondo Unito, in New Mexico. Nel 2012 si aggiudica il Premio Europa e Giovani per il suo lavoro di ricerca sul Medio Oriente: si tratta di un concorso di respiro internazionale organizzato dall’Istituto Regionale per gli studi europei che lo studente vince anche l’anno successivo. Tra il 2013 e il 2014, Regeni lavora per la Oxford Analytica: una società di consulenza fondata nel 1975 che si occupa di analisi globale per clienti privati quali banche e assicurazioni e per governi, uffici ministeriali e governativi. Lasciata la Oxford Analytica per dedicarsi agli studi sul Medio Oriente, Giulio inizia a lavorare presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale e conduce una ricerca sui sindacati indipendenti presso l’Università statunitense del Cairo e con lo pseudonimo Antonio Druis pubblica alcuni articoli nei quali approfondisce la difficile situazione dei sindacati nell’Egitto di Al-Sisi.

Sul suo viso il male del mondo.

Il Segretario generale della Farnesina Valensise, dietro richiesta del Ministro per gli Affari Esteri Gentiloni, convoca l’ambasciatore egiziano che esprime il suo cordoglio e garantisce la massima collaborazione al fine di fare luce sulla morte del ricercatore italiano. In Egitto, invece, il generale Shalabi non sospetta alcun atto criminale dietro l’omicidio ma quando l’avvocato per la difesa dei diritti umani Mohamed Sobhy chiede di vedere il corpo, non gli viene permesso; inoltre l’uomo descrive un obitorio presidiato dalla Sicurezza Nazionale, inaccessibile. Secondo i risultati delle indagini preliminari, Giulio sarebbe stato investito. Vengono disposte due autopsie. L’esame condotto dal governo italiano produce un rapporto di 300 pagine, consegnato al Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Roma competente per i reati a danno degli italiani all’estero. Una relazione forense egiziana ufficiale, risalente all’1 marzo 2016, dichiara che Regeni è stato torturato per almeno una settimana. Sul corpo del ricercatore italiano sono stati trovati segni compatibili con calci, pugni e bastonate, segni di accoltellamento e diverse ustioni; ha subito più di ventiquattro fratture ossee: tutte le dita, gli arti, le costole, le scapole. Gli hanno sparato, l’hanno tagliato con dei rasoi, l’hanno accoltellato. Aveva una emorragia cerebrale. Giulio è morto dopo che gli è stata spezzata, infine, una vertebra cervicale. Il rapporto dell’esame autoptico condotto dalla parte egiziana non è ancora stato pubblicato. Il 24 marzo, quattro uomini vengono uccisi dalla polizia egiziana: individuati come responsabili della morte del nostro connazionale sono stati ritrovati in possesso di un borsone contenente gli effetti personali di Giulio: il passaporto, il tesserino dell’Università, la carta di credito. Successivamente, l’ufficio del procuratore di Nuovo Cairo nega il coinvolgimento della banda nell’omicidio. I sospetti ricadono sull’Agenzia per la sicurezza nazionale guidata dal ministro degli interni egiziano Magdy Abd el-Ghaffar: il movente sarebbe da ricercare nell’ambito delle ricerche condotte da Regeni in Egitto ma il presidente al-Sisi, a sua volta, accusa del crimine i Fratelli musulmani che avrebbero l’obiettivo di incrinare i rapporti tra i due paesi.

 

L’Egitto di al-Sisi; quando il cambiamento è reazionario.

Eletto nel 2014 con una maggioranza bulgara del 96,91%, al-Sisi è il sesto presidente della Repubblica Egiziana. Un macabro bilancio del suo governo per il solo 2015 conta tremila morti, sedicimila feriti, diciassettemila arresti e almeno millecinquecentocinquanta episodi di tortura. Al-Sisi ha posto tutta la credibilità del suo governo sul culto personale in quanto si ritiene la reincarnazione del secondo presidente egiziano, el-Nasser. Al potere tra il ’56 e il ’70, Gamal Abd el-Nasser, promulga una costituzione d’ispirazione socialista e di stampo panarabista. Infatti, nel 1956 nazionalizza la Compagnia del Canale di Suez scatenando un attacco militare da parte di Francia e Gran Bretagna, precedenti occupanti, e dell’alleato israeliano. In difesa dell’Egitto, si schierano invece Stati Uniti e Unione Sovietica. L’intervento dell’Onu calma le acque ma, quando nel 1967, el-Nasser blocca il traffico marittimo del canale verso Israele, quest’ultimo parte alla conquista della Cisgiordania, del Sinai e della Striscia di Gaza palesando le proprie intenzioni imperialiste nella Guerra detta “dei sei giorni”. Dopo la sua morte, gli succede il vice al-Sadat che governerà l’Egitto in un clima di forte repressione caratterizzata dal fenomeno degli arresti preventivi. Al-Sadat verrà insignito del Premio Nobel per la Pace nel 1978 per il raggiungimento degli accordi tra Egitto e Israele in seguito alla crisi generata dalla Guerra del Kippur che trova i suoi prodromi nella “guerra dei sei giorni”. Al-Sadat viene ucciso nel 1981 da un esponente della Jihad egiziana; gli succederà il suo vice Hosni Mubarak che resterà in carica fino al 2011. Il governo di Mubarak adotterà politiche economiche a favore del grande capitale e delle privatizzazioni nell’ambito del comparto pubblico dell’economia e riceverà molti aiuti economici dagli USA per essersi schierato contro l’Iraq durante la prima guerra del Golfo, nel 1991. Nel 2003, il presidente prenderà invece le distanze dalla seconda invasione dell’Iraq poiché ritenuta prioritaria la ricerca di una soluzione allo scontro tra Palestina e Israele. Dopo l’assassinio del suo predecessore, il nuovo presidente mantiene un regime costante di legge marziale. Fino al 2005 Mubarak verrà sempre rieletto dal Parlamento e sempre confermato tramite referendum ma, successivamente, farà approvare al Parlamento un emendamento per ampliare il numero dei candidati al governo del paese. La vittoria alle successive elezioni gli costerà comunque molte accuse di brogli elettorali. Tra il 2010 e il 2011 in Tunisia scoppia la Rivoluzione dei Gelsomini che, nel contesto della Primavera Araba, porterà voglia di cambiamento anche in Egitto dove, l’11 febbraio 2011 Mubarak rassegnerà le proprie dimissioni dopo quasi un mese di proteste e scontri a piazza Tahrir, durante i quali si contano seimila feriti e ottocentoquaranta morti. Nei mesi successivi l’Egitto viene guidato dal Consiglio Supremo delle forze armate (SCAF) che interviene sospendendo la Costituzione del 1971, sciogliendo il Parlamento e mantenendo lo stato di emergenza. Nell’attesa di giungere a nuove e libere elezioni, vengono inoltre rilasciate centinaia di oppositori di Mubarak e vengono aboliti i controlli sulla libertà di associazione e di stampa. Vengono poi sciolti i Servizi per le indagini sulla sicurezza dello Stato e lo stesso capo del SSI viene arrestato poiché ritenuto responsabile delle uccisioni di piazza Tahrir e per aver tentato di cancellarne le prove. Viene istituita la NSA, agenzia per la sicurezza nazionale, all’interno della quale vengono però riciclati molti funzionari del SSI. Il nuovo Parlamento a cui partecipano anche i partiti islamisti tra cui la Fratellanza musulmana, nomina un’assemblea costituente ma, poiché le elezioni del 2012 vengono giudicate incostituzionali, la camera viene sciolta e si torna alle urne. Vince il partito Libertà e Giustizia, strettamente connesso alla Fratellanza musulmana e Morsi sarà il primo presidente dell’Egitto eletto democraticamente in un paese in cui il Parlamento avrà una forte impronta islamista: l’obiettivo di Morsi è, infatti, quello di istituire uno Stato non teocratico ma che faccia comunque riferimento alla legge coranica. Aspetto positivo nell’organizzazione del nuovo governo risiede nel maggior coinvolgimento delle donne alla sfera pubblica ma molti confessano di aver votato per Morsi individuandolo come male minore in alternativa all’avversario Shafiq, ex Primo Ministro del governo Mubarak. Morsi vince con il 51% dei voti. Il neo eletto Presidente nomina al-Sisi, ex capo dei servizi segreti, a guida delle forze armate e del Ministero della Difesa. Quando il Parlamento, tramite decreto, rende gli atti di Morsi non impugnabili legalmente dalla Corte Costituzionale, in Egitto scoppia nuovamente il malcontento e a nulla potrà il referendum del dicembre 2012 che esprimerà parere positivo nei confronti della nuova Costituzione. Nel corso del nuovo anno, gli scontri tra sostenitori e avversari di Morsi si intensificano. A luglio, il Presidente verrà rimosso dalla sua carica e rimpiazzato da al-Sisi. Nonostante le proteste che lo accusano di golpe, al-Sisi riesce a sollevare una dimostrazione di massa in proprio sostegno, a favore delle forze dell’ordine e contro la minaccia del terrorismo. In Egitto viene imposto il coprifuoco, inoltre vengono regolamentate le riunioni pubbliche e viene sospeso il diritto a un giusto processo. I movimenti di protesta vengono dichiarati illegali e, visto il clima d’emergenza, ai militari vengono fornite in dotazione armi letali da impiegare contro i manifestanti non autorizzati. La Fratellanza musulmana viene dichiarata ufficialmente un’organizzazione terrorista e viene condotta una feroce repressione verso i sostenitori di Morsi il quale, dopo l’arresto, è detenuto in un luogo segreto. Gli oppositori del regime vengono arrestati, accusati di reati capitali e, dopo un processo sommario, vengono spesso condannati a morte. La lotta al terrorismo offre un valido pretesto per incarcerare attivisti e avvocati difensori dei diritti umani. Viene negato ogni diritto di espressione e nel maggio del 2016 avviene un fatto senza precedenti per la storia dell’Egitto: un’ irruzione nella sede del sindacato della stampa, fondato nel 1941, i cui alti funzionari vengono accusati di aver pubblicato false notizie. Durante il governo di al-Sisi vengono estromesse centinaia di funzionari della polizia, vengono uccisi giudici e pubblici ministeri: gli attacchi, rivendicati dal sedicente Stato Islamico, non fanno che acuire il regime repressivo instaurato dal nuovo Presidente.

Non esisti.

Il clima repressivo instaurato da al-Sisi è caratterizzato dal fenomeno delle sparizioni forzate di cui si è occupata Amnesty International nel documento Egitto: Ufficialmente non esisti – Scomparsi e torturati in nome della lotta al terrorismo.

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immagine di copertina del rapporto “Egitto: ufficialmente non esisti” 

 

Nel documento viene analizzato il fenomeno delle sparizioni forzate a partire dal contesto egiziano in cui le libertà sono limitate e la repressione è feroce. Nel biennio 2013-2014 si contano ventiduemila arresti, nel 2015 saranno dodicimila. A partire da luglio 2013 sono stati arrestati sessantamila dissidenti politici tanto che si è resa necessaria la costruzione di dieci nuove prigioni. Per quanto riguarda le sparizioni forzate, invece, non si possono fare bilanci precisi poiché il carattere stesso del fenomeno lo impedisce visto che si tratta di veri e propri rapimenti. Si stima che in Egitto avvengano almeno 3 o 4 sparizioni al giorno. Parliamo di sparizione forzata quando il rapimento avviene per mano di agenti statali che, anche se interpellati dai familiari della vittima, negano di averla in custodia; la detenzione ha una durata di almeno 48 ore in un luogo segreto e senza che ne vengano messi al corrente i pubblici ministeri o la magistratura. Alla fine del 2013 un gruppo di attivisti egiziani per i diritti dei prigionieri e dei detenuti ha promosso la campagna Freedom for the Brave in collaborazione con forze sociali e politiche impegnate nella difesa della democrazia tra cui il Partito social democratico egiziano, il partito per la Costituzione, il partito egiziano per la Libertà, la corrente Popolare egiziana, il partito Pane e Libertà.

Il rapporto stilato da Amnesty International si basa su diverse interviste rilasciate da avvocati, operatori di diverse organizzazioni non governative, vittime delle sparizioni forzate e i loro familiari. Chi sono le persone che vengono fatte sparire in Egitto? Si tratta di uomini tra i 14 e 50 anni, principalmente sostenitori dell’ex presidente Morsi e della Fratellanza musulmana ma anche pacifisti, attivisti per i diritti umani, avvocati, studenti e professori accademici, manifestanti. Accusati di aver organizzato o partecipato a cortei non autorizzati e di aver compiuto attacchi violenti ai danni della polizia o delle forze militari, questi uomini vengono prelevati dalle loro case e portati in luoghi segreti. Non vi è traccia di queste azioni, nessuno sa dove siano e, spesso, anche i loro familiari vengono rapiti al fine di estorcere confessioni con i ricatti. L’obiettivo dei carcerieri è infatti la confessione ma, sotto tortura chiunque confesserebbe i peggiori crimini pur di fermare i propri aguzzini. Una volta ottenuta la confessione, il 90% degli arrestati viene processato sommariamente, le date dell’arresto truccate al fine di utilizzare i giorni della sparizione per collocare i “rei” nei luoghi in cui sarebbero avvenuti attacchi terroristici o scontri con le forze dell’ordine.

Per Giulio, per tutti.

In questo scritto ho tentato di fare ordine in una vicenda complessa che non può essere ridotta al singolo caso ma che va considerata nella sua interezza e in un arco di tempo molto ampio. La storia non è fatta di capitoli ma da continue relazioni di causa ed effetto che non si possono fermare con altre bombe. Perché le bombe colpiscono i deboli, gli indifesi, i cittadini. Negli ultimi sessanta anni l’Egitto ha salutato l’ascesa e il declino di diverse personalità più o meno discutibili ma il paese non ha smesso di affondare nelle sabbie mobili della povertà e del terrore. L’impressione è che, come spesso accade, gli equilibri e il benessere dei popoli della terra siano secondari rispetto a scelte calcolate delle classi politiche alla ricerca di consenso per conservare il potere. Le vicende che hanno portato alla morte di Giulio Regeni vanno collocate e comprese alla luce di molti aspetti. Chiedersi se Giulio fosse una spia è un’ennesima offesa alla sua memoria non tanto per la risposta che potrebbe venire da questa domanda ma perché porsi un simile interrogativo sembra voler trovare un motivo per cui Giulio “se la sia andata a cercare”. Giulio Regeni è nostro figlio, nostro fratello così come lo sono i perseguitati di tutte le tirannie, di tutte le guerre e per tutti i Giulio Regeni noi chiediamo verità e giustizia.

di Cristina Monasteri

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