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Ayotzinapa rappresenta un punto di non ritorno per la storia delle violenze in Messico. Il plurale è d’obbligo. Quei 43 giovani studenti della scuola Raúl Isidro Burgos” sono solo una frazione dei desaparecidos, morti, feriti fisicamente e psicologicamente che la terra messicana avvolge nel suo silenzio. Un silenzio fitto di bugie e versioni ufficiali e figlio della complicità dello Stato, di tutti i suoi organi e di tutti gli ambienti che lucrano con le necropolitiche latinoamericane, affermando il loro potere a costo di vite umane e di un territorio estremamente biodiverso sempre più sottomesso allo sfruttamento sfrenato.

Quei 43 giovani sono anche le vittime dei femminicidi, i difensori e le difenditrici dei diritti umani e ambientali negli stati più caldi del Paese, i migranti de La Bestia e quelli di Tijuana, le donne sequestrate per entrare nelle reti del traffico sessuale, le tante persone in attesa di qualcuno che non tornerà, sono gli etnocidi e la morte delle culture, lingue e cosmovisioni, i giornalisti che fanno vera informazione, i fiumi, i combustibili fossili, il mais che si vuole rendere transgenico, i semi degli antenati e tutti i beni pubblici rubati con l’oltraggio di un’arma, un sequestro, delle sevizie, un abuso, delle minacce, degli sguardi biechi, degli stereotipi ripetuti.

Come ci ricorda Francesca Gargallo nella postfazione di 43 poeti per Ayotzinapa.Voci per il Messico e i suoi desaparecidos: “Per questo il gruppo di scultori che ha forgiato l’anti-monumento detto “+43” in tre pezzi, collocati durante un’azione artistica collettiva e clandestina il 26 aprile 2015 all’incrocio tra Avenida Reforma e Bucareli, in pieno centro di Città del Messico, ha insistito nel dare importanza proprio alla prima delle tre parti dell’anti-monumento, cioè a quel “+” alto tre metri di ferro rosso, che sta a rappresentare l’esigenza del ritrovamento in vita dei 43 ragazzi e anche di tutte le altre persone sparite.”

Oggi, a due anni esatti dai fatti di Ayotzinapa, vogliamo ricordare tutti questi figli delle violenze attraverso alcuni stralci dal libro appena uscito: 43 poeti per Ayotzinapa.Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (a cura di Lucia Cupertino, con prefazione di Fabrizio Lorusso e postfazione di Francesca Gargallo), Edizioni Arcoiris, 2016. Il libro sostiene la causa della scuola normale rurale di Ayotzinapa, storica fucina di cambiamento in Messico, appoggia le famiglie e tutti i membri della scuola e comunità e pertanto il ricavato sarà devoluto all’Associazione dei genitori della Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa.

 copertina

Il dolore ha memoria, sostiene il poeta Vega Cerezo. Coi morti e il sangue versato si insinua nelle viscere della terra, nelle acque sotterranee, nelle radici degli alberi, nelle rocce e ne attingono anche gli insetti e funghi che silenziosamente lavorano per noi la terra. Sembra non esservi scampo: il dolore alimenterà generazioni impregnate di dolore e questo fino alla fine dei tempi. È invece proprio il lavoro e lavorio con la memoria –quella individuale e collettiva– a poter rompere la catena perpetua, attivando il processo di rigenerazione profonda che viene dalla tessitura di quei fili addolorati in una nuova manta.

La parola è un mezzo imperfetto, spesso malamente iperallenato nelle comunicazioni digitali dell’era che viviamo. Lì non sembra esserci un meditare sugli eventi, ma solo un fluttuare vacuo che costantemente parcellizza invece che dischiuderci nuovi orizzonti. Eppure dove s’apre il campo della poesia, s’apre la speranza di poterci soffermare a pensare il flusso della storia e dare un senso alle azioni da costruire nel presente e nel futuro per determinare un cambiamento.

Con questa intenzione nasce l’antologia messicana che qui presentiamo, un coro di voci poetiche dalle tinte e dai registri più vari, ma accomunate dal voler tessere con la parola poetica una nuova manta per un Messico diventato il Paese del dolore permanente, ineluttabile, senza via d’uscita. Al di là della rabbia, dell’impotenza e della nostalgia, con queste 43 poesie si lanciano 43 semi per tessere un’altra memoria, un altro Messico.

Lucia Cupertino


Briceida Cuevas Cob

Maya, Messico

MESE XUUL (DAL 24 OTTOBRE AL 12 NOVEMBRE)

I

Questa volta il lumino dell’attesa si consuma dinnanzi al dubbio.

Questa volta i tuoi antichi defunti sono giunti e non c’eri in casa.

Eri alla ricerca dei vivi tra i morti.

(Vennero a cercarti e ti trovarono col tuo altare ambulante

ad issare volti reiterati di giovani amati).

Da allora

alla marcia per la giustizia e il ripudio

si sono unite le anime degli altri morti.

E non se ne andranno fino a quando non li troveranno vivi.

 

II

In questo mese di convivenza coi morti,

il forno in terra cruda per cuocere grandi tamales[1]

 

ti ricorda

che la morte giunge

dai quattro punti cardinali.

Ma l’odore della morte che ti circonda non viene da quelle parti.

Ha cancellato la sua traccia.

 

III

A lungo ti domandi:

“Se all’ottava del giorno dei morti tornano gli impiccati,

quando verranno i vivi incinerati?”

Neghi a te stessa quest’idea

E intraprendi la ricerca

in valli, fiumi, guazzi, montagne, fosse clandestine

con una piccola luce che si è moltiplicata attraverso le voci d’altri:

“Vivi li hanno portati via,

vivi li rivogliamo”

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IV

Le foglie del fior di morto[2] non bastano a curare la ferita

quando profonda è la radice del dolore.

Lo sai perché sono trascorsi più di 43 giorni.

E ogni giorno che passa scava una palata di angoscia nella fossa aperta del tuo cuore.

Preghi.

Mentre sopporti le burle del potere

sfogli il fior di morto;

 

Interroghi ogni petalo marcito:

Vivono…? Non vivono…?

E a ogni domanda senza risposta si sfoglia la tua anima.

 

Juan Campoy

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Spagna

 

AYOTZINAPA

Erano il miglior raccolto del Paese,

una generazione

di pensatori liberi,

la speranza di un popolo.

Ma il potere appesta

e va marcendo

fino a servire d’adorno

negli uffici.

Tutto ciò che poteva essere orizzonte,

un cielo libero fecondato di vita,

non era nient’altro che una pagina

archiviata in uno scantinato buio.

43 voci con faccia e nome

disposti ad essere concime nel campo,

viveri sul tavolo dei poveri,

vaccino miracoloso

contro la febbre nera del lebbroso,

43 poesie

contro la longitudine vertiginosa

di una sferza o di una sciabola.

 

Erano il miglior raccolto del Paese,

però hanno lasciato solo equazioni

irrisolte,

verbi e aggettivi contro l’inverno

e il suo bacio mortale,

così riga dopo riga

hanno scagliato metafore

contro l’iniquità

insopportabile dei genocidi.

 

Forse li colsero distratti,

o forse avevano troppa fiducia

nei pilastri basilari della loro fede.

Spaccati in pronomi,

il campo è rimasto seminato di ossa.

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Patricia Olascoaga

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Uruguay

La morte ci sorprende ad ogni semina

con le braccia aperte all’aria.

Quarantatré sono state

le bocche a gridare la denuncia e l’utopia,

fors’è per questo,

le labbra aperte nei baci

giovani bocche ancora senza crepe d’odio,

sogni nuovi.

Fors’è per questo.

Quarantatré sono stati

i corpi a camminare lungo una strada in discesa,

quarantatré e non sono tornati.

La morte ci sorprende ad ogni semina

senza un luogo dove piangere i morti.

Assalto a mano alzata, zampata feroce:

non gli è bastato rubare la vita di quei corpi

incenerire i volti ormai inespressivi,

dovevano anche rubare i loro corpi dalla sepoltura

i loro nomi alle presenze

le loro lacrime al pianto delle loro madri.

Fors’è per questo,

quarantatré giovani bisognerà partorire oggi

come impotenza o ribellione o omaggio.

Partorirli ogni giorno nel ricordo e nel verso

e repellere l’oblio

e maledire quarantatré volte,

come uno scongiuro e una supplica

quando si lancia il chicco nell’aria ad ogni semina,

quarantatré giovani nella terra.

 

Traduzione: Lucia Cupertino

[1] Piatto tipico amerindio costituito da massa di mais ripiena di carne e verdure, che viene avvolta in foglie di banana, mais e simili per poi essere cotta (NdT).

[2]  Il fiore che si porge ai defunti durante la Festa dei Morti (nome scientifico: Tagetes erecta, anche detto in nahuatl Cempohualxochitl, Venti fiori). In diverse zone del Messico la pianta è inoltre usata come rimedio medicinale in varie situazioni di malessere, includendo alcune considerate culturali, come paura e spavento (NdT).

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