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A coloro che, attraverso lenti a vapore, scoprono le stelle e navigano nel filo del vento
George. G. N. Byron

Rosa quarzo, Azzurro Serenity, Orange Peach, Giallo sole, Verde equatoriale, Lilla, Blu elettrico, Blu Navy, Sun set, Scarlatto: questi i colori trend per la primavera/estate 2016; una stagione che stiamo per archiviare insieme alle foto scattate in vacanza: quelle in cui mostriamo leccornie ordinate al ristorante o quelle che ci immortalano a mezz’aria mentre saltiamo sul bagnasciuga manco fossimo Kaori nella pubblicità del Philadelphia.

Oppure.

Oro-coperta termica,
Blu,
Argento-filo spinato.

 

Oro.

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La coperta isotermica (detta anche telino isotermico o metallina) è un presidio medicale utilizzato per la stabilizzazione termica dell’organismo. Trattiene il calore in caso di ipotermia e lo riflette in caso di colpi di calore. Foto copyright di Francesco Malavolta

Un materiale estremamente evocativo ed emblematico dei nostri tempi: così Claudio Beorchia definisce i teli oro e argento che dal 2011 impiega per le sue installazioni. Il suo progetto State of Emergency colpisce sin dal nome perché amplifica lo stridore tra due concetti in contrapposizione. Beorchia, infatti, ama i giochi di parole che sfruttano i doppi significati e diversi piani d’interpretazione. Stato. Una condizione, ma anche un luogo delimitato da confini, un territorio organizzato, regolato da norme e convenzioni. Un dato di fatto, una costante. Emergenza, invece, è una parola improcrastinabile e improvvisa: evoca il ritmo incessante che sta dietro l’urgenza, rapidità; chiama in risposta una organizzazione straordinaria per far fronte allo stravolgimento rispetto a una situazione di continuità. L’artista ci provoca e interroga il lessico prima ancora della nostra capacità interpretativa. Vuole che ci chiediamo se si possa ancora parlare di emergenza quando ci interroghiamo su flussi migratori che proseguono da anni, coinvolgendo milioni di persone.
Un lustro è passato da quando Beorchia ha cominciato, con il suo lavoro, a scardinare la percezione secondo cui ogni sbarco sia fine a se stesso, slegato dalle dinamiche che hanno portato alla crisi e, quindi, impossibile da risolvere. Non siamo in uno stato di emergenza e questo è un olocausto. Il concetto di trasformare i teli isotermici in bandiere nazionali nasce a Torino ma è a Gibellina, in occasione di una residenza artistica, che prende vita l’idea di sostituire la bandiera europea con un’ inconsistente omologa d’oro e argento. La bandiera è stata poi issata in altre città del Belice tra cui Castelvetrano e Partanna ma anche a Lampedusa finché il 21 aprile scorso l’artista, insieme al sindaco di Palermo Leoluca Orlando, ha partecipato al fissaggio della sua Coperta/Bandiera presso la sede del Comune.

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Coperta/Bandiera – Palazzo delle Aquile, Palermo

 

Per Claudio Beorchia è di fondamentale importanza che le istituzioni partecipino all’esposizione pubblica della Coperta/Bandiera poiché è necessario tracciare un percorso che da Lampedusa arrivi al cuore dell’Europa la quale non si è dimostrata all’altezza del compito che la Storia le ha assegnato. In proposito vorrei riportare uno stralcio della lettera che Orlando ha indirizzato al Presidente del Parlamento europeo Schulz, al Presidente della Commissione europea Juncker e all’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Mogherini: “Ancora una volta l’Arte è più avanti di meschinerie di Stati e degli egoismi finanziari e la città di Palermo vuole denunciare il genocidio in atto, del quale un giorno l’Europa potrà essere chiamata responsabile come dopo 70 anni italiani e tedeschi siamo chiamati responsabili del genocidio nazifascista.” State of Emergency è un progetto viaggiante. La foto ufficiale, scattata in occasione dell’evento di Palermo è stata esposta a Malaga, in occasione del UPHO Festival e a Salonicco per Urban Layers: “Identity Flows”: festival en plain air, allestiti per le strade delle città che li ospitano. Il 3 settembre Coperta/Bandiera è stata issata presso il Palazzo dei Celestini, sede della Provincia di Lecce: qui l’ultima tappa in occasione di Bitume Photofest che ha anche ospitato la foto in grande formato già esposta in Spagna e Grecia.

Coperta/Bandiera fonde forma e contenuto fino al punto di non riuscire a scindere l’una dall’altro. Due facce dello stesso foglio. Una scalda, l’altra isola. Sfruttando le caratteristiche fisiche e la potenzialità evocativa del materiale isotermico, l’artista nel 2015 ha vinto la quarta edizione di Un’Opera per il Castello, concorso organizzato per Castel Sant’Elmo a Napoli, il cui tema Lo spazio della Comunicazione. Connessione e condivisione è stato espresso al meglio da Beorchia con l’opera Il Tesoro. Uno scoglio coperto del solito materiale ultra leggero. Un colore che si presenta costantemente per proteggere, delimitare, identificare. Il Tesoro è un grande scoglio ma stupisce per la sua inconsistenza, è un’evanescenza che gioca con l’aria spostata dal corpo del visitatore producendo suono all’interno dell’ambiente per l’esposizione permanente ad esso dedicato. Uno scoglio che evoca l’idea del viaggio ma, soprattutto, la speranza di un approdo.

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Il Tesoro – Castel Sant’Elmo, Napoli

 

 

Blu.

Blu Bondi. Blu di Persia, di Prussia. Blu Savoia, Tiffany, Cobalto. Blu fiordaliso. Blu marino. Blu oltremare. Blu scuro, blu elettrico, blu notte. Blu, lo street artist italiano che vive nell’anonimato e che qualche mese fa ha fatto parlare di sé per aver coperto con una mano di grigio i suoi lavori bolognesi. Blu non è pazzo, tantomeno ingrato. È, bensì, uno degli artisti che più mi stanno a cuore per la coerenza e il rigore dimostrati sempre, in ogni luogo abbia avuto occasione di lavorare, mettendo a disposizione di tutti la sua arte ed è proprio questo il motivo per cui ha deciso di cancellare i suoi murales. Ma dico: ve lo immaginate quanto deve essere difficile per un artista cancellare un proprio lavoro? Un’opera concepita, maturata, ripensata, immaginata, realizzata, partorita? Eppure c’è qualcosa di più forte della rinuncia: il rifiuto alla prepotenza, alla prevaricazione, all’impudenza. Ve la ricordate la mostra Banksy & Co, allestita a Bologna da marzo a giugno di quest’anno? Patrocinata da Genus Bononiae, la mostra ha rinchiuso tra quattro mura ciò che è nato per stare per la strada, sui muri scalcinati e nei palazzi abbandonati e sui vagoni dei treni e nei parchi, sulle scuole e davanti alle scuole. Chiudere la street art in un museo significa staccare le opere dai muri, strapparle dagli ambienti in cui sono state pensate e integrate; significa decontestualizzare. L’associazione che ha rimosso i lavori dalle pareti di Bologna ne è di conseguenza diventata proprietaria e non potendo venderle da Statuto, potrà lucrare sugli ingressi alla mostra (13 euro, per persona). Fabio Roversi-Monaco ha risposto alle critiche difendendo la legittimità dell’intervento di spoliazione poiché si tratterebbe, secondo il presidente di Genus Bononiae – Musei nella città, di opere abusive che vengono acquisite da chiunque compri il muro su cui sono ospitate. La protesta di Blu è arte quanto lo sono i suoi murales. Si tratta di conflitto, rifiuto, resistenza contro le logiche di quella parte di società che ha sposato e spostato gli ideali capitalisti anche nei contesti nati per opporvisi. Chiudere la street art in un museo è come tenere in cattività un grande squalo bianco: lo si uccide.

Come membro del Collettivo Antigone mi sono occupata di Tav e Resistenza al Tav e, in proposito, vorrei sottoporre all’attenzione dei lettori un murale realizzato dall’artista in Val di Susa. La realizzazione dell’opera è iniziata nel 2015 ma, dopo l’intervento della polizia, Blu ha dovuto interrompere i lavori. Il murale di Chiomonte è stato completato alla fine di aprile di quest’anno. Alta Voracità rappresenta le figure istituzionali e professionali coinvolte nei lavori per il treno ad alta velocità. Dal politico all’operaio, dal poliziotto al giudice. Posti ginocchioni e in fila indiana, tutti ingurgitano risorse naturali per defecare denaro.

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Alta Voracità – Chiomonte, Val Susa. Fonte: http://blublu.org/sito/blog/?p=2751 

 

 

Argento.

Siamo tutt* clandestin* è lo slogan che ha accompagnato la manifestazione No Borders organizzata a Roma lo scorso Maggio. I partecipanti hanno portato tende, giubbotti di salvataggio e porzioni di filo spinato come simboli della protesta contro la chiusura delle frontiere e contro l’accordo tra Turchia e Unione Europea (un approfondimento in proposito, curato da Maria Grazia Patania e Claudia La Ferla, lo trovate qui).

Si è tanto parlato di lifejackets e altri dispositivi di salvamento ma il filo spinato, giustamente affiancato a oggetti evocativi per quella che è la situazione in cui si trovano i rifugiati, si allontana molto dalla sfera di significato richiamata dai giubbotti arancioni o dalle coperte dorate perché il filo spinato non è un dispositivo umanitario. Non è fatto per proteggere, bensì per imprigionare. Nato alla fine dell’800 viene descritto dal suo inventore come l’accostamento di due fili di ferro e una serie di spine e avrebbe dovuto tenere il bestiame fuori dei campi coltivati. Il bestiame e gli indiani, ça va sans dire. Dopo l’impiego durante la guerra di secessione americana, la consacrazione del filo spinato arriva con la prima guerra mondiale e le decine di migliaia di chilometri di trincee scavate durante gli scontri che dilaniarono l’Europa tra il 1914 e il 1918.

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Filo spinato

 

Il modello classico di filo spinato è facilmente valicabile dagli uomini, per cui è stato inventato il nastro spinato nel quale le spine sono state rimpiazzate da lame. Lame che squarciano la pelle. Più ci si divincola, più ci si ferisce, si sanguina.

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Nastro spinato

 

Dopo l’intensificazione dei controlli all’ingresso di molti paesi europei tra cui Francia, Norvegia, Svezia e Danimarca è stata la volta dell’Austria e della Slovenia che hanno annunciato un tetto massimo giornaliero di accoglienza per i rifugiati e i richiedenti asilo. L’Ungheria ha costruito barriere lungo il confine con Serbia e Croazia, un muro è stato eretto tra la Bulgaria e la Turchia. L’Estonia si prepara alla realizzazione di una barriera lungo il confine con la Russia e la Macedonia; già dal novembre scorso, ha innalzato una barriera al confine con la Grecia. Anche il Regno Unito, reduce dal referendum sulla Brexit, ha annunciato la costruzione di un muro per arginare i flussi in partenza da Calais, sulla costa francese.
L’unico fabbricante di filo spinato in Europa, così come si legge nel sito dell’azienda, è la European Security Fencing. Gli specialisti della sicurezza passiva. L’impresa nasce nel 2003 e fa parte del gruppo Mora Salazar Cercados, fondato nel 1975 e specializzato nella produzione di materiali di contenimento quali reti, recinzioni, porte e barriere metalliche. Con sedi a Màlaga e Berlino, la ESF vanta tra i propri clienti la Repsol, la NATO, alcuni ministeri spagnoli, l’Ungheria che ha commissionato più di centosettanta chilometri di nastro spinato, la Serbia, la Macedonia, la Polonia, la Turchia, il Marocco, Ceuta, Melilla. Come riportato dal sito dell’azienda, sono più di venti i paesi in cui questi prodotti vengono esportati.

La scorsa estate, in seguito a una gara d’appalto indetta dal governo ungherese per la fornitura di quaranta chilometri di nastro spinato, viene contattata anche la Mutanox. Si tratta di una piccola azienda tedesca di proprietà del signor Talat Deger che da bambino è emigrato in Germania, dalla Turchia. La Mutanox ha 15 dipendenti e si trova nel quartiere turco di Berlino. La commessa avrebbe portato nelle casse dell’azienda una cifra pari a cinquecento mila euro, ma il signor Talat Deger non ha accettato il lavoro. Un uomo che ha conosciuto in prima persona il dramma dell’immigrazione e che è cresciuto in una Berlino spaccata da un muro costruito in una notte, ha scelto di non rendersi complice di quella che è una gravissima violazione del diritto alla vita.

Talat Deger non si sente orgoglioso poiché si è semplicemente comportato da essere umano, perché “bloccare quei disperati è omicidio”.

di Cristina Monasteri

 


Questo pezzo è stato scritto per esprimere il malessere che provo ogni volta che mi scontro con chi non ha più domande ma tanto fiato per urlare risposte stereotipate e prive di spunti personali.
Attraverso un percorso partito dalle opere dorate di Claudio Beorchia, ho sentito la necessità di seguire il fil rouge della resistenza che, anche in questo viaggio, diventa la vera protagonista.
Ogni volta che un uomo si ribella alle leggi scritte dall’uomo per difendere il sacrosanto diritto alla vita, io sento che non è finita. Sento l’urgenza di raccontare queste storie perché è ora di scegliere da noi quali modelli seguire.
Scegliamo l’oro, non il giallo sole.
Scegliamo gli uomini, non i caporali.

R-esistete!

C.

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