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Sono in vacanza in un piccolo paesino della provincia di Potenza, San Chirico Raparo, e questa è stata l’occasione per conoscere una delle realtà relative all’integrazione di giovani rifugiati assegnati alla comunità locale in questi ultimi anni. Incontro il Sindaco, il Dott. Claudio Borneo e mi colpiscono le sue parole umane e inconsuete per altre realtà: “Questi ragazzi sono una risorsa per tutti noi, non abbiamo avuto problemi di alcun genere con loro perché la nostra comunità ha creato le condizioni favorevoli ad una naturale integrazione. Essi, infatti, hanno potuto imparare un mestiere, chi il cuoco, chi il muratore….In questo momento, nel nostro centro di accoglienza per minori “L’isola che non c’è” ci sono 12 giovani” prosegue il Sindaco invitandomi ad andare a conoscerli. Sorride e mi accenna, come un vulcano in eruzione, i suoi progetti futuri tutti miranti a consolidare i rapporti esistenti. Quello che mi colpisce di più riguarda la creazione di una scuola dove saranno proprio i 12 ragazzi ad insegnare alla gente del posto la loro cultura. “E’ giusto che apprendano a vivere come noi ma è anche necessario che noi capiamo da dove vengono loro” conclude il Sindaco.

Con il Consigliere Comunale la Dott.ssa. Rosanna Sassano, poi, mi sono recata presso la struttura di accoglienza situata nel centro storico del paesino. La porta spalancata ci mette di fronte ad un cartellone bianco realizzato dai ragazzi, che riporta in rosso e verde la poesia di Léopold Sédar Senghor “Per il mio fratello bianco”.

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Saliamo al primo piano ed entriamo in una grande stanza dove incontriamo i ragazzi che sono seduti intorno ad un lungo tavolo di legno. Con loro vi sono la coordinatrice del centro, Dott.ssa Paoala Maffei e l’interprete ed insegnante di italiano, Dott.ssa Giulia Iacovino entrambe della Cooperativa Sicomoro di Matera dedita all’assistenza agli anziani ed ai rifugiati. E’ presente anche il Dott. Luca Iacovone, del Consorzio Mestieri, che si occupa di orientamento al lavoro. Sul tavolo un computer. Luca è lì per aiutarli a preparare il CV europeo come richiesto alla direttiva UE sulla certificazione delle competenze.
Al nostro arrivo si fa silenzio nella stanza. Sorrido cercando di penetrare la loro diffidenza, ma abbassano gli occhi aspettando di capire il motivo della nostra visita.
Il neoeletto Consigliere Dott.ssa Sassano, donna di grandissima umanità, stringe la mano ad ognuno di loro, poi si siede e spiega di essere lì per capire le loro necessità ed esigenze, ma soprattutto per costruire un rapporto umano: “E’ necessario, oltre che doveroso, pensare in primo luogo a quali sono le azioni da intraprendere per garantire a tutti, nessuno escluso, la dignità, che è diritto naturale di ogni essere umano, un’esistenza che non diventi, come purtroppo oggi spesso accade, lotta per la sopravvivenza”.
Io mi presento spiegando che il Collettivo è interessato a raccontare le loro storie, non necessariamente passate, nonché i sogni per il futuro.
Giulia traduce ed io osservo la loro reazione; sono diffidenti ma ascoltano con il corpo girato, i volti coperti dalle mani, la testa e gli occhi chinati in basso. Non potrò mai davvero capire la paura ed il dolore causati dalla lontananza forzata dalla propria famiglia, dalla propria terra e dall’incertezza del domani; rivedranno la loro mamma? La sfiducia, però, la comprendo perché è figlia di lunghi viaggi della speranza, di promesse fatte e non mantenute da uomini senza scrupoli che lucrano sul loro desiderio di sopravvivere, che minacciano le loro famiglie, che li picchiamo lasciando sul loro corpo cicatrici e nei loro occhi immagini di odio e morte impossibili da cancellare.
Giulia racconta di una conversazione avuta con uno dei ragazzi presenti, lo chiameremo John, durante la quale cercava di capire i suoi interessi per preparare una lezione di italiano su misura per lui. “Gli ho chiesto, che cosa ti piace?” prosegue portandosi la mano al petto e facendo una pausa. “Io pensavo dicesse il calcio o la musica, invece John mi ha risposto: mia madre e mio padre“. La mano di Giulia si sposta dal cuore allo stomaco perché quella risposta è un pugno, lì nel punto più doloroso, quello che ti toglie il respiro. Restiamo in silenzio, sono sicura che stiamo pensando tutti la stessa cosa, che cosa avremmo risposto noi? Prosegue parlando di un test psicologico che i ragazzi hanno dovuto fare per accedere al Progetto “Rete” della Federazione Italiana del calcio (Figc) che ha coinvolto gran parte degli SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) in Italia; una delle domande era “La cosa più importante per un calciatore è la fidanzata?”. Sorride mentre riporta la secca risposta di uno dei partecipanti, “No, è la mamma”. La mamma, questa parola che torna a sottolineare che non ho di fronte uomini ma ragazzi, giovanissimi. E quel senso di colpa mi prende nuovamente, perché anche io dopo questa visita andrò a casa dalla mia famiglia che avrà già apparecchiato la tavola, mamma sarà in cucina e babbo sul terrazzo, come ogni estate da quando sono nata. Ed è questo senso di colpa che mi blocca quando provo ad avvicinare uno di loro, perché dovrebbe parlarmi? Cosa posso capire io che ho tutto l’amore possibile!

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Paola mi chiede di seguirla nel suo ufficio dandomi una facile via di fuga dal mio stesso disagio, mi parla della Cooperativa Sicomoro nata 10 anni fa a Matera ed attiva a San Chirico dal 2012. Mi mostra una lista con i nomi dei ragazzi ed i documenti in loro possesso spiegando che l’ostacolo maggiore è proprio la mancanza di informazioni chiare e precise sulle procedure da seguire per presentare la domanda di protezione. “Nessuno dice loro cosa serve e come ottenerla. Inoltre, la carta di identità italiana ed il titolo di viaggio non sono più validi per muoversi in Europa. Ora serve il passaporto!”. Mi racconta poi che provengono tutti dai Centri di Messina, Siracusa e Reggio Calabria. Penso al Baobab Experience e tiro un sospiro di sollievo quando Paola mi dice che nessuno di loro è passato per Roma. Mi chiede se voglio vedere la struttura; le camere da letto sono colorate, luminose, con vista sulla valle e soprattutto pulitissime. C’è la sala computer, la biblioteca e la classe dove si tengono i corsi di italiano.

Centro San Chirico Mentre ci accompagna all’uscita ci raggiunge Giulia che con un grande sorriso mi dice che uno dei ragazzi è interessato a parlarmi, “P. è il più chiuso di tutti, ma parlare con te non potrà fargli altro che bene. Loro hanno bisogno di sentirsi speciali”, perché lo sono, penso io. Mi porta da un ragazzo alto, con un jeans ed una maglietta bianca che mi aspetta con il cellulare in mano. Mi presento e gli chiedo se gli farebbe piacere prendere un caffè con me uno di questi giorni, lui senza guardarmi accetta, ci scambiamo i numeri prima di salutarci.
Ripercorrendo le scale per uscire dalla palazzina, noto che ogni pianerottolo è decorato con dei coloratissimi poster di detti africani tradotti in italiano e realizzati dai ragazzi. Paola si ferma ed indicandone uno dice “questo è il mio preferito, lo dovremmo imparare tutti a memoria e ripetere tutti i giorni, “l’uomo è il padrone della parola che conserva nella sua pancia, ma diventa schiavo della parola che lascia sfuggire dalle sue labbra”.

Centre San Chirico

San Chirico Raparo è senza dubbio un ottimo esempio di integrazione, i ragazzi hanno una loro identità e sono stati accolti dai cittadini. Grazie a persone estremamente generose, possono imparare l’italiano, andare in palestra, giocare a calcetto, andare a mare ed essere avviati al lavoro. Uno di loro ha passato il corso per aiuto bagnino ed ora lavora presso la piscina comunale, un altro ragazzo fa il lavapiatti presso l’Hotel del paesino. Il numero ridotto di ospiti rende tutto sicuramente più facile ma senza l’umanità della comunità nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile. I sanchirichesi stanno crescendo dei piccoli grandi uomini in questo meraviglioso paesino immerso nel verde trasformatosi in un laboratorio di integrazione dove l’ingrediente magico e vincente è il rispetto reciproco.

Tornando a casa sento il bip del telefonino, è P. “Ciao. Thank you and nice to meet you”.

Testo e foto di Francesca Colantuoni

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