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Sono rinato molte volte, dal fondo
di stelle rovinate, ricostruendo il filo
delle eternità che popolai con le mie mani,
e ora vado a morire, senza nient’altro, con la terra
sopra il mio corpo, destinato a essere terra.

Non ho comprato una porzione di cielo che vendevano
i sacerdoti e non ho accettato le tenebre
che il metafisico fabbricava
per potenti sfacendati.

Voglio stare nella morte insieme ai poveri
che non ebbero tempo di studiarla,
mentre li bastonavano quelli che hanno
un cielo suddiviso su misura.

Ho la mia morte pronta, come un vestito
che mi aspetta, del colore che amo,
dell’estensione che cercai inutilmente,
della profondità che necessito.

Quando l’amore consumò la sua materia evidente
e la lotta sgrana i suoi martelli
in altre mani di unita forza,
la morte viene a cancellare le tracce
che costruirono le tue frontiere.

Pablo Neruda
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E’ con una poesia che voglio ricordare questo giorno. Con la bellezza dei versi di Neruda contrapposti all’efferatezza della dittatura che lo ha ucciso. Al netto delle speculazioni politiche, dovremmo sempre ricordare che con Allende non è stata soppressa nel sangue una singola persona democraticamente eletta dal popolo, ma il Popolo stesso che doveva essere sovrano. E ancora peggio si è voluto reprimere il sogno che incarnava: una società più giusta ed equa dove i poveri non fossero destinati a diventare irremediabilmente più poveri. L’incalcolabile numero di vittime e l’insanabile ferita dei desaparecidos eternamente pianti dai sopravvissuti dovrebbero farci da monito perenne e ricordarci quanto spietato possa essere un mondo che reprime il dissenso, che annulla la variopinta tavolozza della vita con le sue divergenze. Dovrebbe ricordarci l’importanza dei sogni condivisi e la necessità della lotta per tutelarli. Sono molti i motivi per cui la dittatura cilena è detestabile. Ma fra i tanti uno mi rattrista in modo particolare: per tutti i versi di Neruda -e di altri come lui- di cui mi hanno privata massacrando chi aveva il coraggio di sognare a voce alta un mondo più giusto.

Maria Grazia Patania

 

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