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Europa, Berlino, Maggio 2016

E’ la mia terza volta a Berlino e ogni volta che torno, la riscopro per la prima volta.

Più che una città, Berlino è un libro di storia del 900 a cielo aperto, un museo en plein air, una babele inconsapevole. Tutto vive e rinasce rinnovato in un continuo pulsare disordinato. Nascono quartieri, altri cadono in declino o cambiano volto. E Lei fluisce con la sua eclettica anima.

Sono i giorni che precedono le elezioni in Austria dove si concretizza il terribile spettro dell’estrema destra nazionalista incarnata da un volto da bravo ragazzo. Sono i giorni in cui si parla di erigere un muro al Brennero, un muro anti-migranti, un cumulo di mattoni destinati a respingere il flusso di disperat* che continuano il loro viaggio alla ricerca di protezione e sicurezza, un’aiuola per tutelare il proprio piccolo orto e ignorare il mondo fuori.

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Mai come in questo momento rimango catturata dai resti del muro, dai giardini domestici degli edifici nuovi che sorgono dove una volta si condensava la rottura fra due sistemi politico-economici agli antipodi. Berlino era la preda che i due schieramenti potevano spolpare: divisi su tutto, tranne sull’avidità di potere. A terra viene segnalata l’antica presenza di quel muro che si accompagna ad una macabra costellazione di placche di ferro con sopra un nome e una data. Quelle placche indicano i tentativi di fuga, gli arresti e l’eventuale uccisione di chi trasgrediva quell’assurda separazione. Pannelli illustrativi spiegano con dovizia di particolari gli eventi salienti di quel periodo: fucilazioni sommarie, scavi di tunnel sotterranei, ingegnosi modi di eludere il divieto, difficoltà pratiche del vivere segregati. E il dolore di chi era costretto a vivere separato da amici e parenti perché gli era toccato di abitare dal lato sbagliato del muro.

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Un capannello di turisti si concentra attorno ad un plastico, altri leggono rapiti le storie raccolte a futura memoria, bambini giocano distratti e fortunatamente inconsapevoli. Io osservo tutto questo e mi chiedo cosa sia cambiato da allora. Non a Berlino. Quanto nell’umanità stessa. Una umanità che dopo aver passato tutta la sua storia a migrare, a spostarsi sembra non aver ancora capito che i muri non funzionano. Ci sarà sempre qualcuno che proverà a scavalcarli, qualcuno che proverà ad abbatterli o eluderli costruendo un tunnel. E quel qualcuno forse morirà, ma la scintilla che genererà continuerà a bruciare finché l’incendio non sarà più contenibile e il vento di libertà spazzerà questi residui insopportabili di retaggi inutil e anacronistici.

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Attualmente ci sono più muri di quanti se ne potessero contare alla fine della Seconda Guerra Mondiale e il loro numero sembra destinato a crescere in maniera inversamente proporzionale alla nostra dimenticata umanità. Pertanto, abbiamo deciso di aprire un filone intitolato proprio Muros, un filone che rimarrà aperto per contenere spunti di volta in volta nuovi. In questo modo cercheremo di osservare la questione da vari punti di vista: muri come protezione, muri come dentenzione, muri come separazione, assenza di muri, muri come linea di demarcazione fra vite degne o indegne di essere vissute…

Personalmente non credo nei muri alzati per respingere e dividere: davvero vogliamo farci ricordare dalla storia come chi ha affrontato la più grande crisi umanitaria dal secondo dopoguerra impilando mattoni?

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Gli uomini costruiscono troppi muri, ma non abbastanza ponti” (Isaac Newton)

di Maria Grazia Patania

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