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Oggi vi porto in gita a Torino, città che mostro con molto orgoglio agli amici che mi vengono a trovare da “fuori”. Sapete cosa mi dicono alcuni di loro passeggiando sotto ai portici di via Pietro Micca? Torino è europea. Qualsiasi cosa significhi, lo prendo come un complimento. Ricordo quando sono arrivata qui, diciotto anni fa: che sorpresa scoprire l’esistenza dei punti verdi. Musica, cinema all’aperto, spettacoli nei parchi della città. Il Valentino, i Giardini Reali. Tutto gratis.
Per le Olimpiadi invernali del 2006, poi, ci siamo fatti il vestito nuovo e la metropolitana automatica. Uno spasso portare gli amici romani sui nostri vagoni minuscoli se paragonati ai treni sotterranei di Roma: sembrano bimbi al Luna Park quando si mettono in prima fila, affacciati al finestrone anteriore.

Torino, città in cui si palesano soprattutto le contraddizioni del nostro tempo. Grattacieli nuovi e griffati contro emergenza abitativa. Fabbriche vuote, dismesse, chiuse, abbandonate e centri commerciali sempre aperti. Metropolitana automatica e infrastrutture abbandonate. La pista di bob di Cesana torinese, tanto per fare un esempio, costata cento e più milioni di euro, saccheggiata del rame e abbandonata dopo il 2006. Per non parlare del fatto che la costruzione di impianti sciistici era stata sconsigliata al di sotto di certe altitudini prevedendo che i cambiamenti climatici porteranno all’innalzamento delle temperature e, quindi, alla drastica diminuzione delle precipitazioni nevose al di sotto di una certa quota. Infatti, a Cesana si erge un mastodonte abbandonato tra le frasche, per capirci.

A Torino abbiamo uno strano vizio: per “noi” tante cose sono nuove, ma spesso non è proprio così.
Porta Nuova, la stazione centrale: anno di costruzione 1861.
Le Nuove, un ex-carcere riabilitato a spazio d’esposizioni e sede dell’omonimo museo, anno di fine lavori 1869.

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The Others – Art Fair allestita nell’ex carcere de le nuove. Dall’edizione del 2015.

Palazzo Nuovo, ufficialmente “Palazzo delle facoltà umanistiche”: anno di costruzione 1961. Qui, poi, sarebbe il caso di accennare al fatto che l’amianto in Italia è fuori legge dal 1992 e la bonifica di Palazzo Nuovo (non provvisoria, come i tanti interventi fatti a spizzichi e bocconi negli anni), è iniziata l’anno scorso. È stato però costruito il nuovissimo Campus Einaudi in Lungo Dora Siena, inaugurato nel 2012. Diamo a Cesare quel che è suo.

Non divaghiamo.
Tornando, da Palazzo Nuovo verso Piazza Castello, in via Verdi c’è la Cavallerizza Reale. Costruita nel 1740 e patrimonio dell’Unesco dal 1997, la Cavallerizza è parte di un complesso che comprende, tra diversi edifici di enorme rilevanza storica e architettonica, il Teatro Regio e Palazzo Reale. Dove voglio arrivare? Nel cortile della Cavallerizza.

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Un particolare del cortile della Cavallerizza Occupata

Vi chiederete perché mai un bene patrimonio dell’Unesco sia occupato.

La nostra storia inizia nel 2003, precisamente il 15 Aprile, quando il Ministero dell’Economia e delle Finanze pubblica un comunicato stampa nel quale dichiara la firma di un protocollo d’intesa con il Comune subalpino per la valorizzazione dell’ex Cavallerizza Reale; “Il progetto di riqualificazione dell’intero complesso, circa 22.000 metri quadri, sarà elaborato dall’Agenzia del Demanio sulla base di uno studio di fattibilità che il Comune di Torino predisporrà entro 120 giorni dalla data di sottoscrizione del protocollo. Con la firma di questo accordo, infine, il Comune acquisirà la disponibilità di alcuni immobili per utilizzarli con finalità istituzionali”. Passano due anni e, il 1 Agosto del 2005, la sovrintendenza per i beni architettonici del Piemonte dà l’autorizzazione alla richiesta del Comune di mettere in vendita quegli spazi.   Nel 2007 (sì, l’anno dopo le Olimpiadi Invernali per cui la città si è indebitata all’inverosimile), il Comune di Torino si impegna definitivamente con lo Stato per l’acquisto del complesso per la cifra di trentasette milioni di euro. Poi, il colpo da maestro: nel 2009 la Cavallerizza viene ceduta alla CCT s.r.l., la società Cartolarizzazione Città di Torino di cui il Comune è unico socio. Segue, l’anno dopo, l’approvazione da parte dell’amministrazione comunale della Variante 217 che, in soldoni, prevede la possibilità di costruire nel 50% dell’area in oggetto strutture “museali, espositive, culturali, universitarie, residenziali, ricettive, terziarie e attrezzature di interesse comune; tali funzioni possono essere integrate da Attività di Servizio alle Persone e alle Imprese. Alla porzione del 50% viene data previsione di un possibile incremento da una delibera comunale del giugno 2013. Arriviamo all’aprile dell’anno successivo: il Consiglio Regionale approva un protocollo di Intesa tra Regione, Comune, Archivio di Stato, Università, Compagnia di San Paolo, Fondazione Teatro Stabile, Fondazione Teatro Regio, Sovrintendenza, Accademia di Belle Arti e CCT s.r.l. per la valorizzazione del complesso ex Cavallerizza Reale e dell’ex Zecca dato il “valore sociale ed economico” degli edifici. Viene prevista la costruzione di un parcheggio interrato già previsto nelle delibere sopracitate e alla faccia della pedonalizzazione del centro, dell’incentivazione all’uso dei mezzi pubblici ed ecologici considerato che la pista ciclabile di via Verdi è, per tre quarti, una striscia di vernice gialla e rossa sul pavé.

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Un’immagine tratta da Google Maps: a destra, l’ingresso della Cavallerizza. A sinistra, la pista ciclabile di via Verdi.

La Compagnia di San Paolo incarica una start-up del Politecnico di Torino, Homers s.r.l. (uno dei soci è Marco Riva che, da gennaio di quest’anno, ricopre il ruolo di consulente per l’innovazione sociale presso la Regione Piemonte e che è stato inoltre nominato dalla Regione come membro del comitato direttivo del Museo della Resistenza di Torino), di redigere uno studio di destinazione degli spazi della Cavallerizza. Il 2013 è anche l’anno in cui la Cavallerizza viene abbandonata all’incuria e al degrado da parte del Teatro Stabile di Torino che fino ad allora l’aveva adottata come sede.
Passa un altro anno: il 23 Maggio 2014 viene indetta un’assemblea sostenuta da un gruppo di compagnie teatrali e alla quale partecipano circa trecento persone. Decideranno di battezzare questo esempio di cittadinanza partecipata “Cavallerizza 14:45” dall’orario su cui s’è fermato, chissà quanto tempo prima, l’orologio nel cortile della Cavallerizza. Grazie a questa iniziativa che mette al corrente l’Unesco dell’orientamento del Comune alla privatizzazione dell’area, nasce successivamente l’associazione “SalviAMO la Cavallerizza” che nel suo manifesto dichiara di voler difendere e garantire “la libera fruizione del complesso della Cavallerizza Reale, patrimonio della città e dell’umanità, affinché questo sia rimosso dal programma di cartolarizzazione e la proprietà rimanga pubblica”. 30 Agosto 2014: è passato qualche mese dall’occupazione dello stabile. Negli spazi rimasti agibili sono state allestite installazioni artistiche ma non solo: vengono tenuti laboratori creativi, viene dato spazio ai musicisti per dj-set e concerti, vengono organizzate mostre, si coltivano piante che abbelliscono i portici scalcinati e, all’una e trenta della notte, la Cavallerizza brucia. L’incendio, di origine dolosa, si mangia l’area del Circolo dei Beni Demaniali, dai magazzini al tetto. Nessun ferito a parte l’orgoglio. Sì, perché per entrare e compiere lo scempio sono stati divelti i lucchetti e sono state imbevute nel cherosene le tovaglie che gli occupanti utilizzavano per apparecchiare. Per la Stampa, che molti torinesi chiamano un po’ per noia un po’ per celia “la busiarda”, il movente è un mistero. L’indagine verrà archiviata e nessun responsabile verrà individuato. I membri dell’Assemblea si muniscono di estintori (e fanno bene).
A Maggio di quest’anno, il Comitato per la programmazione economica ha stanziato quindici milioni di euro per il recupero del complesso della Cavallerizza e il restauro dei giardini Reali. Il piano prevede la realizzazione di un teatro e una galleria per mostre temporanee, un orto urbano, un’aula studio e un ostello, una residenza universitaria e delle case-bottega per giovani creativi. Sembrerebbe, il condizionale è d’obbligo, che non sia prevista la costruzione di spazi destinati a usi privati.
La mattina del 9 Giugno scorso scoppia un altro incendio, questa volta nei camerini del Teatro della Manica Corta, uno spazio privo di alimentazione elettrica: aspetto che esclude un cortocircuito e che fa pensare a un incendio di origine dolosa anche se l’ipotesi non è stata confermata.

Ci auguriamo che, almeno questa volta, le indagini facciano chiarezza.

R-Esistiamo!

Foto e testo di Cristina Monasteri

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