Tag

, , , , , ,

Bonnections präsentiert heute um 18 Uhr im Haus der Bildung Bonn in einer mehrsprachigen Lesung Mediterrane Reisegeschichten von Odysseus bis zu heutigen Flüchtlingen und Migranten, darunter Erzählungen von drei jungen Afrikanern aus Mali und Gambia und ihre lebensbedrohlichen Fluchtwege nach Italien. Siehe Collettivo Antigone Blogbeitrag von Maria Grazia Patania auf Deutsch und Italienisch.

Oggi Italia e Germania saranno più vicine per qualche ora tramite la forza delle parole. Un filo rosso collegherà Augusta e Bonn passando per il Baobab a Roma. Durante l’incontro del BookClub presso la Stadtbibliothek di Bonn, a nome del Collettivo Antigone, racconterò le storie dei viaggiatori arrivati dal mare e conosciuti alle “scuole verdi” di Augusta. Il tema di oggi sarà il viaggio e parlerò anche del Baobab, come oasi di umanità per chi transita da Roma. Con noi ci saranno gli scatti di Francesco Malavolta a testimonianza della speranza di chi lotta per un futuro migliore. Di seguito i racconti tratti dalla sezione “I Figli della Fortuna” del blog che leggeremo. Grazie a Bonnections, BonnLab e alla responsabile della Biblioteca comunale di Bonn per aver creduto nel progetto del Collettivo Antigone.

Anonimo, 19, Mali: Il viaggio sul gommone è stato durissimo: eravamo tantissimi, io non avevo mai visto il mare e mi faceva paura, la puzza della benzina mi faceva stare male. Mi ha aiutato un mio amico che era seduto sul bordo del gommone e mi faceva tenere la testa fra le sue ginocchia. Ad un certo punto mi sono addormentato, sicuro di morire perché non avevo più energia. Quando mi sono svegliato, mi sono sentito un po’ meglio ma ogni volta che guardavo il mare mi faceva paura. Una nave della Marina Militare italiana ci ha recuperati in mezzo al mare e ci ha portati ad Augusta. Dopo i controlli ci hanno ospitati al centro allestito alle “scuole verdi ” e qui è iniziata per me una nuova avventura.

Anonymus, 19, Mali: Die Reise auf dem Schlauchboot war sehr anstrengend: wir waren viele, ich hatte noch nie das Meer gesehen und es machte mir Angst. Mir war schlecht vom Gestank des Benzins. Ein Freund, der auf dem Rand des Schlauchbootes saß, half mir und ließ mich den Kopf zwischen seinen Knie halten. Irgendwann bin ich eingeschlafen und war sicher, dass ich sterben würde, da ich keine Energie mehr hatte. Als ich aufwachte, fühlte ich mich ein bisschen besser, aber jedes Mal, wenn ich das Meer sah, bekam ich Angst. Ein Schiff der italienischen Militärmarine hat uns mitten auf dem Meer gerettet und uns nach Augusta gebracht. Nach den Kontrollen hat uns das Zentrum in einer Grundschule aufgenommen und dort begann für mich ein neues Abenteuer.

1472790_933099536719380_3313925728069567467_n

Sainey, 12, Gambia: Ero solo nel viaggio. Pensavo solo che oltre il mare c’era l’Italia. E lì avrei potuto giocare a calcio. Ma ora sono qui, in questa scuola e non faccio niente tutto il giorno. Non gioco nemmeno a pallone”.“Quando sono arrivato in Libia, dopo il deserto, mi hanno rapito. Mi hanno portato in un campo e mi hanno torturato. Poi mi hanno detto che se avessi dato loro dei soldi, mi avrebbero lasciato. Mia sorella non poteva più aiutarmi. E allora sono scappato. Ma come sei scappato? Maria, sono scappato. C’era una via di fuga e io sono scappato. Tanto mi avrebbero ammazzato comunque. Sono finito per strada e dovevo racimolare i soldi del viaggio quindi ogni mattina mi presentavo in un posto dove tanti altri speravano di essere presi a giornata. Che lavoro facevate? Qualunque cosa. Roba pesante. Mi faceva male la schiena la sera e tante volte ci mandavano via a bastonate e senza soldi. Ho conosciuto un ragazzo, siamo diventati amici, mi ha spiegato come contattare chi ti porta in Italia. Poi gli hanno sparato per strada. Per caso. Passavano con le macchine e ci hanno sparato contro. Così… Senza motivo.Tu non hai idea di cosa sia la Libia. E Tripoli. Tutti hanno una pistola, anche i bambini. E la usano contro di noi. Ci chiamano morti viventi”.

Sainey, 12, Gambia: Ich reiste alleine und dachte nur daran, dass jenseits des Meeres Italien liegt. Und dass ich dort Fussball spielen könnte. Aber jetzt bin ich hier in dieser Schule und mache den ganzen Tag nichts. Ich spiele nicht einmal Ball. Als ich in Libyen angekommen bin, nach der Wüste, haben sie mich entführt und in ein Lager gebracht und gefoltert. Sie sagten mir, wenn ich ihnen Geld geben würde, hätten sie mich gehen lassen. Meine Schwester konnte mir nicht mehr helfen. Also bin ich geflohen. Es gab einen Fluchtweg und so bin ich geflohen. Sie hätten mich sowieso getötet. Ich bin auf der Straße gelandet und musste das Geld für die Reise sammeln, also zeigte ich mich jeden Morgen an einer Stelle wo viele andere auch erschienen, die übertags aufgenommen wurden. Welche Arbeit macht ihr? Irgendetwas! Hartes Zeug. Abends tat mir der Rücken weg und häufig scheuchten sie mich schlagend – und ohne Geld weg. Ich lernte einen Jungen kennen, wir wurden Freunde, er erklärte mir, wie ich zu jemandem Kontakt aufnehmen konnte, um nach Italien zu kommen. Dann haben sie ihn auf der Straße niedergeschossen. Zufällig. Versehentlich. Sie fuhren mit den Wagen an ihm vorbei und schossen ihn nieder. Einfach so. Ohne Grund. Du hast keine Vorstellung davon, wie Libyen ist. Und Tripolis. Alle haben eine Pistole bei sich, auch die Kinder. Und sie benutzen sie gegen uns. Sie nennen uns „lebende Tote“.

11836688_1103318446364154_4308879554972779767_n

Mohammed, 16, Gambia: Un mio amico mi ha dato i soldi del viaggio e una cartina dei paesi che dovevo attraversare. Sono arrivato da solo in Senegal e ci sono rimasto tre mesi vivendo per strada. Poi sono arrivato a Niamey in Niger e ho dormito in un edificio abbandonato per circa cinque mesi. Sono stato fortunato a non morire. Poi è arrivato il deserto. Sette giorni ammassati su un camion con la guerrilla che ci braccava. Non avevamo acqua e cibo. Siamo stati derubati più volte e se provavi a nascondere i soldi, ti sparavano. Cosi: boom”. E fa un gesto inequivocabile. Poi siamo arrivati in Libia, a Saba. Saba è una città pericolosissima. Mi hanno internato tre mesi in un campo e volevano 500 dinar per liberarmi. Ma io non avevo nessuno a cui domandare il denaro e ho deciso che dovevo scappare. Lo sapevo che era pericoloso e stavo rischiando la vita, ma tanto sarei morto comunque. E sono scappato e mi ha salvato un uomo buono. Ho lavorato quattro mesi per lui per raccogliere il denaro del viaggio. Poi sono andato a Tripoli e lì era l’inferno. Non valiamo niente. Ci chiamano con una parola che vuol dire senza patria e senza speranza. Puoi morire in ogni momento. Ogni mattina mi mettevo in fila con gli altri per cercare di essere preso a lavorare. Se sei fortunato ti pagano 2 o 3 dinar al giorno. Se non ti pagano e ti lamenti, ti sparano. Facile, no? Un giorno venni a sapere che c’era una partenza. La gente era ammassata sul molo e ho avuto fortuna: mi sono intrufolato tra gli altri e sono salito senza pagare. Erano le due di notte e non c’era differenza fra cielo e mare. Abbiamo rifiutato gli aiuti tunisini sennò ci riportavano indietro e abbiamo continuato verso l’Italia. Finchè abbiamo visto gli elicotteri e ci hanno salvati, nutriti e schedati coi numeri. Ho avuto paura di morire.

Mohammed, 16, Gambia: Ein Freund gab mir das Geld für die Reise und eine Landkarte der Länder, die ich durchqueren musste. Ich bin alleine in Senegal angekommen und lebte dort drei Monate auf der Straße. Danach bin ich in Niamey im Niger angekommen und schlief in einem verlassenem Gebäude für ungefähr fünf Monate. Ich hatte Glück, nicht gestorben zu sein. Danach kam die Wüste. Sieben Tage zusammengeballt auf einem Lastwagen mit der Guerilla, die uns aufspürte. Wir hatten weder Wasser noch Lebensmittel. Wir wurden einige Male ausgeraubt und wenn du versucht hast, das Geld zu verstecken, wurdest du erschossen. Einfach so: Boom! Und man machte eine eindeutige Geste. Danach kamen wir in Libyen an, in Saba. Saba ist eine sehr gefährliche Stadt. Man sperrte mich drei Monate in einem Lager ein und wollte 500 Dinar ,um mich freizulassen. Aber ich kannte niemanden, den ich um die 500 Dinar bitten konnte und habe beschlossen, dass ich fliehen musste. Ich wusste, dass es sehr gefährlich war und ich mein Leben riskierte, aber ich wäre sowieso gestorben. Und so floh ich. Ein guter Mensch rettete mich. Ich arbeitete vier Monate für ihn, um das Geld für die Reise zusammen zu bekommen. Dann bin ich nach Tripolis gegangen und dort begann die Hölle. Wir waren nichts wert. Man machte uns mit einem Wort klar, was es heisst, ohne Heimat und ohne Hoffnung zu sein. Du kannst jeden Moment sterben. Jeden Morgen reihte ich mich mit den anderen in die Schlange ein, um zu versuchen, für eine Arbeit genommen zu werden. Wenn du Glück hattest, bekamst du 2 oder 3 Dinar pro Tag bezahlt. Wenn sie dich nicht bezahlten und du dich beschwerst hast, wurdest du getötet. Ganz einfach, oder? Eines Tages erfuhr ich, dass es eine Abreise gab. Man versammelte die Menschen auf der Mole und ich hatte Glück: ich hatte mich in die Menge gleiten lassen und konnte ohne zu zahlen abreisen. Es war zwei Uhr nachts und es gab keinen Unterschied zwischen dem Himmel und dem Meer. Wir haben uns gegen die tunesischen Hilfskräfte gewehrt im Wissen, dass sie uns zurückbringen würden und sind Richtung Italien weitergefahren. Bis wir die Hubschrauber sahen, die uns gerettet haben, versorgt und mit Nummern eingetragen. Ich hatte Angst, zu sterben.

13680567_1321144157914914_7643805315951982457_n

ITA – Maria Grazia Patania

DE Übersetzung Christine Cavaliere

Photo Copyright: Francesco Malavolta

Annunci