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Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe dei suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

E. Montale

Se alzi un muro

© Riccardo Pareggiani / fotografo – 2016

Labirinto

– e ora qualche passo
 da parete a parete,
 su per questi gradini
 o giù per quelli,
 e poi un po’ a sinistra,
 se non a destra,
 dal muro in fondo al muro
 fino alla settima soglia,
 da ovunque, verso ovunque
 fino al crocevia
 dove convergono
 per poi disperdersi
 le tue speranze, errori, dolori,
 sforzi, propositi e nuove speranze.

Una via dopo l’altra,
 ma senza ritorno.
 Accessibile soltanto
 ciò che sta davanti a te,
 e laggiù a mo’ di conforto,
 curva dopo curva,
 e stupore su stupore,
 e veduta su veduta
 Puoi decidere
 dove essere o non essere,
 saltare, svoltare
 pur di non lasciarsi sfuggire.
 Quindi di qui o di qua
 magari per di lì,
 per istinto, intuizione,
 per ragione, di sbieco,
 alla cieca,
 per scorciatoie intricate.
 Attraverso infilate di file
 di corridoi, di portoni,
 in fretta, perché nel tempo
 hai poco tempo
 da luogo a luogo,
 fino a molti ancora aperti,
 dove c’è buio ed incertezza
 ma insieme chiarore, incanto
 dove c’è gioia, benché il dolore
 sia pressoché lì accanto
 e altrove, qua e là,
 in un altro luogo e ovunque
 felicità nell’infelicità
 come parentesi dentro parentesi,
 e così sia,
 e d’improvviso un dirupo
 un dirupo, ma un ponticello
 un ponticello, ma traballante,
 traballante, ma c’è solo quello,
 perché un altro non c’è.
 Deve pur esserci un’ uscita,
 è più che certo.
 Ma tu non la cerchi,
 è lei che ti cerca,
 e lei fin dall’ inizio
 che ti insegue
 e il labirinto
 altro non è
 se non la tua, finché è possibile,
 la tua, finché è tua
 fuga, fuga –

W. Szymborska

Labirinto

© Riccardo Pareggiani / fotografo – 2016

Campo de’ fiori

A Roma in Campo dei Fiori
 ceste di olive e limoni,
 spruzzi di vino per terra
 e frammenti di fiori.
 Rosati frutti di mare
 vengono sparsi sui banchi,
 bracciate d’uva nera
 sulle pesche vellutate.

 Proprio qui, su questa piazza
 fu arso Giordano Bruno.
 Il boia accese la fiamma
 fra la marmaglia curiosa.
 E non appena spenta la fiamma,
 ecco di nuovo piene le taverne.
 Ceste di olive e limoni
 sulle teste dei venditori.

 Mi ricordai di Campo dei Fiori
 a Varsavia presso la giostra,
 una chiara sera d’aprile,
 al suono d’una musica allegra.
 Le salve del muro del ghetto
 soffocava l’allegra melodia
 e le coppie si levavano alte
 nel cielo sereno.

 Il vento dalle case in fiamme
 portava neri aquiloni,
 la gente in corsa sulle giostre
 acchiappava i fiocchi nell’aria.
 Gonfiava le gonne alle ragazze
 quel vento dalle case in fiamme,
 rideva allegra la folla
 nella bella domenica di Varsavia.

 C’è chi ne trarrà la morale
 che il popolo di Varsavia o Roma
 commercia, si diverte, ama
 indifferente ai roghi dei martiri.
 Altri ne trarrà la morale
 sulla fugacità delle cose umane,
 sull’oblio che cresce
 prima che la fiamma si spenga.

 Eppure io allora pensavo
 alla solitudine di chi muore.
 Al fatto che quando Giordano
 salì sul patibolo
 non trovò nella lingua umana
 neppure un’espressione,
 per dire addio all’umanità,
 l’umanità che restava.

 Rieccoli a tracannare vino,
 a vendere bianche asterie,
 ceste di olive e limoni
 portavano con gaio brusìo.
 Ed egli già distava da loro
 come fossero secoli,
 essi attesero appena
 il suo levarsi nel fuoco.

 E questi, morenti, soli,
 già dimenticati dal mondo,
 la loro lingua ci è estranea
 come lingua di antico pianeta.
 Finché tutto sarà leggenda
 e allora dopo molti anni
 su un nuovo Campo dei Fiori
 un poeta desterà la rivolta.

C. Milosz

Campo de'fiori

© Riccardo Pareggiani / fotografo – 2016

Costruisco

Istante non resta per riflettere
Giorno e notte
costruisco la Risurrezione
Costruisco abbattendo 

A. Panagulis

Costruisco

© Riccardo Pareggiani / fotografo – 2016

Una nuova strada (Visione)

Lentamente passano di nuovo le stesse figure
Figure limpide
Legate sulla Terra da forza strana
Con calma ricalcano gli stessi passi
sulla stessa strada
Non mostrano stanchezza
Stoicamente vivono gli attimi che contano i passi
I passi le portano indietro, le portano avanti
e di nuovo le costringono a ritornare
Non le spaventano le insidie
Ma addolorate dalla condanna della ripetizione
Cercano
Cercano con la speranza di una nuova strada
Ascolto il bisbiglio della loro preghiera
Una nuova strada si trovi, sia pure ora
Una nuova strada
Che abbia la stessa direzione del tempo
Che il passo si perda insieme a ogni attimo
Una nuova strada…
Che ci porti da qualche parte, che sappiamo che da qualche parte arriveremo
Non importa dove
Una nuova strada…
E la preghiera accompagna i passi
sul sentiero mille volte calpestato
Limpide Figure Tragiche
Figure Umane…

A. Panagulis

Una nuova strada

© Riccardo Pareggiani / fotografo – 2016

Frontiere

Terra adorata, mia terra,
amore che ho perduto
se tu fossi remota
in un cielo inaccessibile
o su una vetta ai limiti del mondo
saprei correre da te
anche con scarpe di ferro.
Ma ti separa da me un tratto sottile.
L’invasore lo chiama confine.

Hemin

 Frontiere

© Riccardo Pareggiani / fotografo – 2016

Mantenere uniti gli uomini in virtù di carte, sigilli, obblighi, a nulla serve,
solo sa mantenere uniti gli uomini ciò che aggrega ogni cosa in un vivo principio, come ciò che unisce le membra di un corpo, le fibre di una pianta

W. Whitman da Presso la riva dell’Ontario azzurro

Presso la riva dell'ontario

© Riccardo Pareggiani / fotografo – 2016

*Italo Calvino da Il Barone rampante

Selezione poesie di Cristina Monasteri

Selezione foto di Riccardo Pareggiani scattate a Idomeni nel marzo 2016

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