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Se questa fosse la sceneggiatura di un film inizierebbe con l’intestazione di scena “esterno – mare – giorno” perché Augusta non è scindibile dal suo mare, sarebbe come tirare su dall’acqua una barca e chiederle di camminare tra l’asfalto: una barca non ha piedi ma conosce il vento. Non c’è occhio che non possa innamorarsi di questa isola in mezzo al blu, ha l’aspetto di una tela dimenticata lì per sbaglio da un pittore e sulla quale ogni giorno la natura, esteta perfezionista, decide di dare la cornice migliore… ora rossastra-arancione, ora argento. Augusta è un paese della Sicilia orientale in provincia di Siracusa, è un’isola nell’isola e basterebbe scorrere qualche foto per essere catturati dalla bellezza che la natura ha deciso di posare proprio qui, in uno splendido incontro tra terra e mare. Quelle stesse foto, però, tradirebbero il pesante risvolto di una amara medaglia mostrando la colpevole mano dell’uomo. Un muro di cinta, come una vecchia claustrofobica fortificazione composta da trenta chilometri di raffinerie petrolchimiche, tarpa le ali a un luogo che vede le parole ambiente e peggio salute diventare sempre più una mera illusione. I rifiuti tossici emessi senza controllo per circa cinquant’anni da quello che è il polo petrolchimico più grande d’Europa, hanno causato un disastro ambientale capace di compromettere mare, aria, catena alimentare e salute di chi vive in questa terra. Non a caso l’area in cui sorgono le raffinerie – Augusta, Priolo, Melilli – è conosciuta anche come triangolo della morte. Non è difficile comprenderne i motivi: il devastante inquinamento che vede quantità elevatissime di mercurio in mare, falde acquifere contaminate da gasolio, piogge acide, aria spesso irrespirabile hanno fatto sì che questa zona sia ai primi posti in Italia per nascite di bambini malformati e per morti di cancro. Il compromesso a cui soggiace questa gente si può riassumere nella frase “morire per un posto di lavoro”. Non si tratta di un incidente e nemmeno di mere casualità, volendo definire i fatti per la loro concreta realtà si tratta di crimini a danno di vite umane e di disastro ambientale colposo, poiché  c’è una evidente responsabilità dietro la strage silenziosa che qui si consuma giorno dopo giorno.

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Anche quando si è cercato di distruggere a tutti i costi la sua bellezza a fronte di forti interessi economici, Augusta non si è arresa, continuava a lottare e a sopravvivere aggrappandosi alla sua cornice più bella, non facendo perdere la speranza a chi ogni giorno vedeva morire qualcuno accanto a sé. Inizia così la lotta di uomini e donne che non amano chiamarsi sognatori ma lottatori a difesa del diritto alla vita. Vorrei ricordare innanzitutto due nomi Padre Palmiro Prisutto e il Dott. Giacinto Franco, guerrieri instancabili di una battaglia che vedrà la parola fine soltanto quando verranno tutelati diritti inalienabili quali salute e lavoro. Volendo richiamare proprio le parole di Padre Prisutto, che con instancabile dedizione ha fatto di questa lotta la sua missione, “fin quando ci sarà anche solo un ragazzino che penserà meglio morire di cancro che di fame sarà una sconfitta per lo Stato e per l’uomo”. E’ una assurda follia dover mettere su un piatto della bilancia quale possibilità di morte lasci più opportunità di una vita dignitosa creando, tra l’altro, un terribile cortocircuito tra le parole morte e vita giustapposte una accanto all’altra. Il ventotto di ogni mese Padre Prisutto organizza una messa in suffragio dei morti di cancro, nonostante ci sia chi ripetutamente abbia cercato di fermarlo, la forza della sua speranza sopravvive a tutto, proprio come la bellezza di Augusta. “Se dovessi morire di cancro sarebbe omicidio”, con questa frase si batte costantemente per far sì che questa terra non venga dimenticata, che non si paghi il progresso con il prezzo più alto e soprattutto per rivendicare un concetto base ormai perso di vista: la vita di ogni essere umano è sacra ed è nostro dovere tutelarla. Oggi 28 luglio, come il 28 di ogni mese e come ogni giorno, saremo al fianco di Padre Prisutto in questa battaglia perché un muro di cinta può essere fatto anche da uomini e donne che lottano per la loro libertà.

di Claudia La Ferla

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