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Il 31 Dicembre 2015 iniziava il mio quarto anno a Bonn. Mentre io ero in Sicilia, a Colonia si verificavano dei fatti gravissimi: aggressioni, borseggi, violenze di vario genere. Principalmente ai danni di donne, ma non solo. Non sono una giornalista e non intendo scimmiottare questo mestiere pertanto lungi da me tentare ricostruzioni più o meno veritiere dei fatti (che tanto non conosceremo mai).

Curiosi sono certamente i risvolti psicologici e pratici di questi tristi eventi. Curioso è credere che contemporaneamente in svariati luoghi della Germania si sia scatenato un girone infernale in cui “giovani uomini dai lineamenti arabi” hanno assalito verbalmente, fisicamente, sessualmente un numero esasperatamente alto di donne. Numero che è cresciuto a dismisura nei giorni successivi quando -con inspiegabile ritardo vista la meticolosità tedesca- i fatti sono stati resi noti al pubblico. Affamato di scandali.

In prima battuta, netta e inequivocabile, arriva la rassicurazione del capo della polizia tedesca che dice che non esiste alcun legame fra le aggressioni, le sembianze arabe degli assalitori (?!) e i richiedenti asilo accolti a migliaia. Manco il tempo di tirare un sospiro di sollievo che emergono indiscrezioni ad insinuare il dubbio: beh, forse alcuni erano rifugiati, anzi non solo alcuni… Mi sa che erano proprio tanti. Quasi tutti. C’erano giusto quei pochi bianchi (autoctoni e non) che magari forse avevano bevuto troppo… Tutto qui. Sono stati quelli dalle sembianze arabe a commettere i misfatti. E il caos fu. DER SPIEGEL ha messo in luce questa strategia anomala fatta di rassicurazioni, smentite, insinuazioni e sapiente orchestrazione del dubbio. E da parte mia, ho collocato l’ultimo tassello del mio personalissimo puzzle interpretativo.

Impossibile credere alla storiella di una follia coordinata da centinaia, migliaia di uomini “arabi” che –eludendo ogni controllo- hanno infierito sulle “nostre” donne emancipate, indipendenti e non represse come le musulmane. A quel punto ad ogni latitudine -soprattutto italica- sono state dissotterrate le clave che decenni di pseudo-evoluzione avevano riposto in cantina ed è partita la guerra ai muSSSSulmani che non sanno rispettare le donne, che non accettano la libertà delle “nostre” donne. Lì ho smesso di seguire e ho cominciato a guardare.

faraci

Photo Copyright: Francesco Faraci

Colonia è stata sotto assedio. Il 14 Gennaio sono andata in stazione centrale per incontrare una amica e pensavo stessero girando un film su qualche dittatura sud-americana degli anni 70. Pochissime persone in giro, polizia a gruppi di sei a ogni angolo che fermava persone seguendo schemi a me ignoti, dieci camionette nel piazzale immediatamente di fronte e altre sei davanti il Duomo. E ancora polizia nei vicoli, polizia nelle strade, fermi ovunque. Brutto scenario insomma. Da quel momento sottilmente la presenza di personale di polizia è aumentata in ogni dove. Insieme al senso di paura e insicurezza generale.

Ed è questo il punto cruciale: paura ed insicurezza. Le armi migliori per zittire, assoggettare, reprimere, far cedere (in)consapevolmente e di buon grado la propria libertà -preziosissima- in nome di una presunta sicurezza benignamente offerta da gente armata.

La Germania è la patria che mi ha adottata e chiunque provi a parlarne male con me, casca male, malissimo. Perchè io amo questo paese: qui ho imparato cosa vuol dire davvero essere libera -economicamente e fisicamente. Ho fatto cose che in Italia non avrei fatto fra cui viaggiare e andare a concerti o festival. Sempre rigorosamente da sola. Il tedesco io l’ho imparato sui treni e negli aeroporti, coi loquacissimi nonni teutonici a cui non importa un fico secco se non parli la loro lingua perché loro devono comunque raccontarti le vacanze in Italia, nei musei chiedendo informazioni, al lavoro con la pazienza dei miei clienti che non si scoraggiavano. Il tedesco l’ho imparato viaggiando avvolta da un benefico senso di sicurezza che mi ha fatto spiccare il volo emotivamente e visitare luoghi stupendi. La Germania mi ha commossa col suo netto rifiuto per l’associazione islam-terrorismo dopo l’attentato a Charlie Hebdo quando la Cancelliera Merkel disse “L’Islam appartiene alla Germania“. La Germania mi ha regalato speranza con le immagini della stazione centrale di Monaco piena di famiglie e bambini tedeschi che -con cartelloni e giocattoli- accoglievano famiglie e bambini in fuga da morte certa. Io stessa ho preso parte a iniziative per accogliere i nuovi arrivati e coi miei occhi ho visto famiglie tedesche -con prole al seguito- arrivare sorridenti ai centri d’accoglienza con torte e regali.

E quindi ora non capisco. E taccio. E osservo preoccupata, molto preoccupata questa pericolosa china che si sta prendendo.

Personalmente mi riconosco nelle attiviste di Colonia che seccamente hanno risposto che “I coglioni sono coglioni ovunque” e “Il femminismo rimane anti-razzista“. E mi pongo delle domande: io che sembianze ho? Sembro araba? Sembro tendente all’ariano anche se i capelli mi tradiscono? Non so… Quando dite le “nostre” donne, di chi parlate? Perché io sono mia e intendo rimanerlo finché campo. Di certo non appartengo a un uomo. Quando parlate di “proteggere le nostre donne“, ci potreste dire anche da cosa? Il chi l’abbiamo capito: le sembianze arabe, i muSSSSulmani, il Corano e una serie di scorrettezze grammaticali che offendono vista e buonsenso. No, perché a ben vedere -siccome non vivo nella giungla e al supermercato trovo il cibo senza dover andare a caccia nei boschi- la prima cosa che mi metterebbe paura mentre cammino per strada la sera è l’incontro con uno di questi galanti della protezione o con qualcuno che intende stuprarmi o ferirmi. E vi garantisco che del colore della sua pelle, della sua religione, della sua provenienza non me ne fregherebbe nulla. Quindi, invece di proteggerci, imparate a rispettarci. Tutti.

di Maria Grazia Patania

Articolo scritto per la Macchina Sognante che lo ha pubblicato mesi fa qui

English translation available here

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